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La cultura della domenica
23-02-2010
Francesco Floccia

Il fitto elenco stilato da Leandro Janni nell’intervento “Spro Loco” in Patrimoniosos (16/2/2010) relativo a musei, mostre, iniziative filosofico-devozional-cultural-eno-etno/folk-artistico-gastronomiche che da qualche tempo a questa parte l’Italia delle istituzioni centrali e locali mette in cantiere, divulga e vuole che abbiano luogo sempre più soventi e diffuse altro non è che l’esito della pressante ricerca da parte della politica di attrarre e far girare turisti in ogni dove, momento e circostanza. Di per sé musei di varia natura, “festival dell’architettura o dello sport o della barzelletta”, “concorsi di design e di moda” , “corsi di cucina” o “concorsi di poesia” (stralcio dal dettagliato elenco testé citato) male non fanno alla popolazione italiana che sicuramente – in grandissima parte – mostra di avere, come una volta si diceva, ‘fame di cultura’. Ma il problema è che offrendo all’opinione pubblica tante varie e sfaccettate occasioni di svago si punta a riempire il tempo libero dei cittadini con qualsivoglia attrazione piuttosto che fornire loro formazione, notizie, capacità e attitudine allo studio, alla riflessione, alla conoscenza essenziale del nostro passato. La sensazione che si ha è che non la cultura come bisogno primario bensì le manifestazioni d’arte e di spettacolo come incentivo allo sviluppo economico della nazione sia l’unica ragione di tanto attivismo tra fiere, mostre, festival, sagre, giornate pro-arte che Ministeri di varie competenze o pro-loco dal genuino entusiasmo promuovono al fine di smuovere svago, turismo, folle di visitatori. E’ un’epoca quella presente in cui non si produce arte ma in cui si vuole invece che sia l’arte a produrre economia: i grandi successi di pubblico che hanno per esempio i motor show fra tante categorie di popolazione (giovani, meno giovani, incliti o popolo) dipende dal fatto che l’automobile è un oggetto attuale, in piena vitalità di sviluppo, fonte di interessanti prodotti tecnologi ci e di quotidiana notorietà. La confidenza col tema rende di forte richiamo ogni manifestazione che riguardi l’argomento: l’auto si usa, si personalizza, si decora, si disegna, si sogna ma soprattutto è un oggetto che passionalmente la società e l’industria crea, realizza, migliora sentendolo vivo e attuale. Invece la cultura – quella convenzionalmente intesa ossia artistica, archeologica, antropologica, monumental-architettonica o finanche quella religiosa o letteraria – chi la pratica ancora, chi la conosce, chi se ne avvale senza remore per formarsi la personalità, per arricchirsi lo spirito, per affinare la propria sensibilità e coscienza civica? Pochissimi, forse. La nazione Italia, nel suo complesso, oggi non pare produrre nuova cultura artistica, in nessun campo. Quella in vetrina (la cultura dei tempi passati) viene utilizzata come richiamo turistico, quella nuova viene pilotata su temi ben precisi e ripetuti: bellezza sì, graffiti no; arte contemporanea sì ma non troppo. Pertanto il nume Caravaggio, crocifissi, tele secentesche, grandi nomi del passato a volontà; temi di contenuto sociale - che se fossero temi di cronaca farebbero tanto gossip - guai ad affrontarli nell’arte o nei moderni media espressivi e di conoscenza. Alla società italiana, da un po’ di tempo, manca il presupposto che l’arte si fa concretamente rendendo così finalmente e di nuovo creativa l’intera comunità nazionale e non viceversa: l’arte non è un prodotto che solo perché confezionato attira pubblico facendo così diventare economicamente più ricca e colta la società. Si lasci pertanto spazio a tutti di inventarsi liberamente ogni forma d’arte senza voler sempre e comunque ufficializzarne tramite eventi istituzionali qualsivoglia espressione creativa o di costume nate spontaneamente dalla mente di un‘artista’. Le cosiddette “Attività Culturali” che caratterizzano da anni nella dicitura statale le finalità istituzionali del Mibac hanno dato purtroppo la stura ai tanti festival, rassegne, sagre e iniziative di ogni sorta con la pretesa che siffatte manifestazioni di per sé facciano appunto cultura pubblica e nazionale. Non è così giacché si ha chiara la sensazione che al di fuori di tali occasioni festivaliere e di circostanza l’Italia viva altri comportamenti, ideali, modi di essere.

16/2/2010



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