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In Campania l’acqua è avvelenata. E i militari USA bevono San Benedetto
09-12-2008
Antonio Mazzeo

Solventi chimici, diossina e persino arsenico nelle acque dei comuni campani in cui vivono le famiglie dei militari USA di stanza a Napoli. I risultati dei test effettuati dalla US Navy in 166 abitazioni prese in affitto nel napoletano e nel casertano delineano un gravissimo scenario di contaminazione chimica e biologica delle risorse idriche locali. “Sono altissime le concentrazioni di componenti organiche volatili in undici abitazioni di Casal di Principe”, scrive il Comando della Marina che ha ordinato lo sgombero immediato del personale ivi ospitato ed il suo trasferimento nella base di Gricignano. Mentre Casal di Principe viene dichiarata “off limits”, l’accertata presenza di agenti chimici in “quantità inferiori” nelle abitazioni occupate dai militari USA ad Arzano, Marcianise e Villa Literno ha determinato la “sospensione temporanea degli affitti” in questi tre comuni.
Il composto inquinante rilevato nelle acque è il tetracloroetene, anche noto come tetracloroetilene o PCE, un alogenuro organico utilizzato come solvente per lo sgrassaggio dei metalli nell'industria metallurgica, chimica e farmaceutica e per la produzione di pesticidi. Il suo uso è pure comune nelle lavanderie a secco, nei laboratori fotografici e nelle officine dove viene rimossa la vernice da superfici metalliche. Un solvente similare noto commercialmente è la trielina, che si differenzia dal PCE per avere un atomo di carbonio in meno (è infatti detto “tricloroetilene”). Il tetracloretene, scarsamente biodegradabile, è assai nocivo per l’uomo e per l’ambiente. Inalato, deprime il sistema nervoso centrale e produce sintomi simili a quelli dell’ubriacatura da alcolici: mal di testa, confusione, difficoltà nella coordinazione motoria, riduzione delle percezioni tattili. “Generalmente – avverte la nota emessa dal Comando della Stazione
della Us Navy di Napoli – gli effetti immediati del PCE possono includere irritazione di occhi, naso e gola; nausea, indebolimento della memoria e disordini visivi. L’esposizione a grandi percentuali di solventi volatili organici clorati (VOC) possono causare giramenti di testa, ridurre la capacità di concentrazione e causare un irregolare battito cardiaco. Si possono compromettere le capacità di risposta immunitaria e, nel caso di una gravidanza, il corretto sviluppo del feto. Esposizioni prolungate possono condurre al danneggiamento dei tessuti epatici, renali e del sistema nervoso centrale”. Il tetracloroetilene è considerato inoltre un agente cancerogeno.
In Italia, i prodotti contenenti tetracloroetilene sono classificati nel decreto legislativo n. 152 del 2006 come “rifiuti pericolosi” e non devono essere smaltiti in discarica o drenati nelle acque sotterranee. In che modo il PCE sia finito nei rubinetti di alcuni comuni campani è cosa tutta da accertare, ma gli “inaccettabili livelli” del solvente riscontrati dalla US Navy hanno imposto l’allontanamento da Casal di Principe di undici famiglie statunitensi. Una misura che non ha preoccupato invece gli amministratori locali: la popolazione civile continua infatti ad essere rifornita di acqua al tetracloroetilene. E, forse, altri veleni.
Secondo quanto rivelato dal quotidiano delle forze armate Stars and Stripes, in almeno una delle abitazioni in Campania sottoposte ad analisi sarebbero state individuate infatti quantità allarmanti di diossina, altra sostanza particolarmente pericolosa per la salute umana. “Gli esperimenti hanno dimostrato che la diossina colpisce un alto numero di organi e sistemi”, avvertono le forze armate statunitensi. “Una volta entrata nel corpo, la sua presenza si prolunga nel tempo a causa della sua stabilità chimica e dell’abilità ad essere assorbita dal tessuto adiposo. L’esposizione per breve tempo ad alti livelli di diossina può causare lesioni alla pelle e alterazione delle funzioni epatiche. L’esposizione prolungata ha invece effetti cancerogeni sul sistema immunitario, nervoso, endocrino e riproduttivo”. Ciononostante il Comando USA di Napoli non ha voluto rivelare il nome della località in cui sarebbe stata riscontrata diossina nelle
fonti idriche.
Omessa pure la notizia del rilevamento di un altro pericolosissimo veleno, l’arsenico, particolarmente utilizzato in agricoltura come pesticida, erbicida ed insetticida. A rivelare che nelle acque campane scorre arsenico è stata la giovane moglie di un ufficiale statunitense, Maria Ortiz. Madre di due bambini minori di otto anni, la Ortiz ha ottenuto nel mese di giugno di essere trasferita con la famiglia in un nuovo alloggio della base USA di Gricignano. Qualche mese prima il Comando di Napoli aveva comunicato verbalmente al marito che i test effettuati nella sua residenza a Villa Literno avevano evidenziato la presenza di “alti livelli di arsenico e altri pericolosi agenti chimici”. Un esame successivo confermò i “risultati del campione preliminare con una presenza consistente di tetracloroetene”, senza però fare più cenno all’arsenico. Maria Ortiz decise allora di rendere pubblico quanto riscontrato nel test originario. “I valori di
arsenico dispersi nel suolo nella mia abitazione – ha dichiarato Maria Ortiz - erano 40 volte più grandi di quelli che l’EPA, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti, considera come una minaccia potenziale in caso di un periodo espositivo di trent’anni. I risultati delle analisi dell’acqua erano ancora peggiori. L’arsenico eccedeva il limite di ben 180 volte. Se scarse quantità di arsenico nei rubinetti sono comuni nelle aree caratterizzate da attività vulcanica, la stessa EPA dichiara che valori più alti del veleno provengono dall’uso di fertilizzanti e da alcuni alimenti per animali”. L’hinterland di Villa Literno si caratterizza, appunto, per la coltivazione intensiva di ortaggi e l’allevamento di bufali.
Come se non bastassero composti e veleni chimici, le analisi dei laboratori delle forze amate statunitensi hanno pure accertato la presenza di grandi quantità di coliformi fecali e locali in oltre il 30% delle abitazioni “testate”. I comuni a rischio contaminazione biologica sono quelli di Caserta, Casapesenna, Gricignano d’Aversa, Pozzuoli, Santa Maria Capua Vetere, San Cipriano D’Aversa, Villa di Briano e ancora Casal di Principe e Villa Literno. “I coliformi si trovano normalmente negli intestini di animali a sangue caldo”, spiega la nota diffusa dal Comando di Napoli. “I risultati delle analisi in 160 abitazioni hanno evidenziato che le acque dei rubinetti di 48 di esse hanno livelli batterici che eccedono il limite massimo permesso dall’Agenzia dell’Ambiente degli Stati Uniti. Si tratta di un valore compreso tra 1 e 200.5 CFU/ml (Unità di coliformi per millilitro). Le abitazioni con alte percentuali batteriche sono servite da
pozzi e acquedotti comunali. Sei di queste sono localizzate nell’area residenziale dell’US Navy di “Parco Artimide”, a Lago di Patria”.
Per far fronte a quella che è ormai una vera e propria emergenza idrica, il Comando di Napoli, contemporaneamente alla sospensione degli affitti in quattro comuni campani, ha richiesto ai proprietari dei circa 2.000 immobili che ospitano militari USA di farsi carico dell’installazione di contenitori d’acqua e potabilizzatori, pena la rescissione dei contratti già stipulati. Nel frattempo ad ogni singolo membro delle famiglie statunitensi sono distribuiti giornalmente 4 litri di acqua minerale in bottiglia, intervento che solo negli ultimi due mesi è costato al Dipartimento della Difesa 263.000 dollari. L’acqua minerale che ha ricevuto l’OK del reparto veterinario dell’US Army è prodotta negli impianti della San Benedetto, società interamente controllata dal gruppo Zoppas, noto produttore di elettrodomestici. Seconda per fatturato in Italia solo al colosso svizzero Nestlé, la San Benedetto opera pure in Europa dell’Est, Francia, Spagna e
America Latina. Cura inoltre l’imbottigliamento e la commercializzazione di bevande per conto delle transnazionali “antagoniste” Pepsi Co. e Coca Cola.
Negli stessi giorni in cui la società era scelta come fornitrice di fiducia delle forze armate Usa di Napoli, 60 lavoratori dello stabilimento San Benedetto di Scorzè (Venezia) venivano messi in cassa integrazione per supposta crisi nelle vendite. L’azienda ha pure imposto unilateralmente la modifica degli orari di produzione. Flai Cgil, Fai Cisl e le Rsu, nel criticare aspramente i provvedimenti, hanno denunciato il “clima di polizia” che caratterizzerebbe la vita all’interno degli stabilimenti. Sfruttamento e militarizzazione continuano ad essere l’espressione più disumana del capitalismo.



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