LEGGI
BENI IN PERICOLO
INTERVENTI E RECENSIONI
RASSEGNA STAMPA
COMUNICATI DELLE ASSOCIAZIONI
EVENTI
BIBLIOGRAFIA
STORIA e FORMAZIONE del CODICE DEI BENI CULTURALI E DEL PAESAGGIO
LINK
CHI SIAMO: REDAZIONE DI PATRIMONIOSOS
BACHECA DELLE TESI
per ricevere aggiornamenti sul sito inserisci il tuo indirizzo e-mail
patrimonio sos
in difesa dei beni culturali e ambientali

stampa Versione stampabile

Conservare perché
23-01-2004
S. Settis

Voglio attenermi strettamente al tema che mi è stato assegnato : “conservare perché”. Nessuno, credo, ha risposto a questa domanda in modo più chiaro ed efficace del nostro Presidente Ciampi, che sul tema è intervenuto più volte, sottolineando (come ha fatto nel suo discorso del 13 novembre alla National Gallery di Washington), quanto sia importante, e unico della situazione italiana, che si parli di tutela fra i principi fondamentali della Repubblica. In modo ancor più esplicito, parlando il 5 maggio 2003 ai benemeriti della cultura, il Presidente ha detto :

«L'Italia che è dentro ciascuno di noi è espressa dalla cultura umanistica, dall'arte figurativa, dalla musica, dall'architettura, dalla poesia e dalla letteratura di un unico popolo. L'identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali al mondo. Forse l'articolo più originale della nostra Costituzione repubblicana è proprio quell'articolo 9 che, infatti, trova poche analogie nelle costituzioni di tutto il mondo : La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. La Costituzione -continua Ciampi- ha espresso come principio giuridico quello che è scolpito nella coscienza di ogni italiano. La stessa connessione tra i due commi dell'articolo 9 è un tratto peculiare: sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Anche la tutela, dunque, dev'essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo, e cioè in funzione della cultura dei cittadini, deve rendere questo patrimonio fruibile da tutti. Se ci riflettiamo più a fondo, la presenza dell'articolo 9 fra i principi fondamentali della nostra comunità offre una indicazione importante sulla missione della nostra Patria, su un modo di essere e di pensare al quale vogliamo, dobbiamo essere fedeli».

E' difficile immaginare una sintesi più efficace, pregnante e incisiva di questa, e il fatto che a proporla all'attenzione di tutti i cittadini sia stato il Capo dello Stato conferisce a queste parole un'alta autorità e uno speciale spessore. Dovremmo anzi favorirne la conoscenza e la diffusione a ogni livello.
Le parole del Presidente non esprimono opinioni personali. Al contrario, esse hanno una base istituzionale solida e precisa : l'art. 9 della Costituzione, non per nulla citato parola per parola dello stesso Ciampi. Il suo discorso allude anche a due sentenze interpretative della Corte Costituzionale, che è opportuno richiamare in questo contesto : secondo la prima sentenza (269/1995), i due commi dell'articolo 9 sono legati strettamente fra loro:

«Il regime giuridico fissato per le cose di interesse storico e artistico, trovando nell'art. 9 della Costituzione il suo fondamento, si giustifica nella sua specificità in relazione all'esigenza di salvaguardare beni culturali cui sono legati interessi primari per la vita culturale del paese. L'esigenza di conservare e garantire la fruizione da parte della collettività delle cose di interesse storico e artistico giustifica, di conseguenza, l'adozione di particolari misure di tutela, che si realizzano attraverso i poteri della pubblica amministrazione».

Nella sentenza della Corte come nelle parole del Presidente, dunque, la tutela, la ricerca e la fruizione formano un tutto unico, un processo che non può e non deve essere segmentato. Fruizione, s'intende, dei cittadini italiani, ma anche europei, anzi di tutti i cittadini del mondo, data la rilevanza unica del nostro patrimonio nel contesto mondiale, evidenziata anche dalla lista dei 36 siti UNESCO, ma soprattutto dall'ineguagliato rilievo culturale del patrimonio italiano.
Non meno importante la seconda sentenza della CC richiamata dal Presidente (151/186). Essa sancisce «la primarietà del valore estetico-culturale», che non può essere «subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici», anzi dev'essere «capace di influire profondamente sull'ordine economico-sociale». Ad essa si rifà il Presidente Ciampi quando, nello stesso discorso, ribadisce che

«la doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l'obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e fruizione».

Ad esse si rifaceva la sua nota lettera al presidente del Consiglio del 15 giugno 2002 con cui, all'atto della firma della legge sulla “Patrimonio S.p.A,”, Ciampi sottolineava la stretta necessità che ogni attività di valorizzazione

«sia coerente non solo con principi di economicità e di redditività ma anche con il rigoroso rispetto dei valori che attengono alle finalità proprie dei beni pubblici, intese alla luce dei principi costituzionali che riguardano la tutela dei predetti beni e, in primo luogo, di quelli culturali e ambientali, che costituiscono identità e patrimonio comune di tutto il Paese».

A questa visione si ispira infine l'appello rivolto dal Presidente Ciampi in un altro discorso al Quirinale, lo scorso 11 dicembre, quando a proposito del patrimonio paesaggistico egli diceva che

«Difendere questo straordinario patrimonio dall'aggressione degli egoismi, dalla speculazione e dall'abbandono significa custodire la nostra identità nazionale, che si fonda sulla bellezza di un paesaggio indissolubilmente legato all'opera dell'uomo»,

ed esortava a «stabilire un patto di alleanza e di rispetto» fra i cittadini per garantire la protezione del patrimonio.
Ho citato la Costituzione, la Corte Costituzionale, il Capo dello Stato. Ho sottolineato l'unicità della nostra Costituzione nel porre la tutela del patrimonio paesaggistico e storico culturale fra le norme fondamentali dello Stato. Ma l'ho fatto per aprire il discorso, non per chiuderlo. Di fronte al tema che mi è stato assegnato dalla sapiente regia di Giulia Maria Crespi, Conservare perché, è necessario infatti chiedersi come mai l'Italia, unico fra tutti i paesi europei e forse del mondo, abbia inteso dare tanto rilievo istituzionale e costituzionale a questo principio. Su cosa si basavano, chiediamocelo, i padri fondatori della Repubblica ? Essi non creavano dal nulla : al contrario, prelevarono quel principio da una ricchissima tradizione culturale che è connaturata alla storia stessa d'Italia, prima ancora che l'Italia fosse un'entità politica; che è connaturata, anzi, alla stessa identità culturale e civile degli italiani. E' in questa storia di lungo periodo che a mio avviso risiede il più cospicuo e radicato “perché” del nostro conservare, anzi dover conservare.

Sottolineare i tempi lunghi della storia è, credo, molto importante, e anzi trattare questo tema in termini di mera attualità, come pur si sarebbe tentati di fare, con prese di partito più o meno preconcette per questo o per quello schieramento politico, sarebbe un grave errore. Gli elementi del problema infatti non s'intendono se non proiettandoli sui tempi lunghi della storia, su una coscienza civile e istituzionale che in Italia affonda le sue radici in una tradizione assai più lunga e più robusta che in ogni altro Paese d'Europa e, oserei dire, del mondo.

La storia di questa attenzione al patrimonio culturale comincia molto presto in quasi tutta Italia, per esempio negli Stati pontifici e nelle province del Regno di Napoli. In un bando emanato il 25 settembre 1755 in nome del Re Carlo VII di Borbone (poi Carlo III come Re di Spagna), si ricordava che «le Province, onde questo Regno di Napoli è composto, hanno in ogni tempo somministrato in grandissima copia de' rari monumenti d'antichità, di statue, di tavole, di medaglie, di vasi, e d'istrumenti o per sacrificj, o per sepolcri, o per altri usi della vita». Si lamentava quindi che «niuna cura e diligenza è stata per l'addietro usata in raccogliere e custodire» tali monumenti, onde «tutto ciò che di più pregevole è stato dissotterrato, s'è dal Regno estratto», e si rendeva noto ai sudditi il profondo rammarico del Re per questa situazione, e il suo ordine perentorio di vietare in ogni modo l'esportazione e la vendita delle antichità, prescrivendo pene detentive più gravi per gli "Ignobili" (cinque anni), meno gravi per i Nobili (tre anni). Il divieto non era limitato alle antichità, ma si estendeva anche a «pitture antiche, o in tele, o in tavole, o di legno, o di rame, o d'argento, o tagliate da muri» e ancora (bando del 16 ottobre successivo) alle «pietre lavorate, e marmi»; ma esso era anche delimitato dalla nomina di esperti, che giudicassero quanto poteva esser ritenuto di poco conto (e perciò esportato), e quanto dovesse restare invece obbligatoriamente entro i confini del Regno.
Il bando fu rinnovato da Ferdinando IV nel 1766 e nel 1769; lo stesso Re (col nome di Ferdinando I Re delle Due Sicilie) emanò poi nel 1822 alcuni più articolati decreti, che confermavano e chiarivano i precedenti divieti, vi aggiungevano quello di demolire gli edifici «di nobile architettura», e nominavano una «Commissione di Antichità e Belle Arti» incaricata di vigilare. Le disposizioni venivano quindi estese ai "domini al di là del Faro", cioè alle province siciliane.
Nel 1839 Ferdinando II decretava che «tutti i monumenti ... restino sotto la speciale ed immediata sorveglianza delle autorità amministrative», e in particolare del Ministero dell'Interno; in particolare, si decretava che tutti i monumenti, sia in proprietà pubblica che privata, «siano ben conservati e non soffrano degradazioni in verun modo (...); non si alteri né si deturpi l'antico, e non si eseguano restaurazioni senza il superiore permesso». Si aggiunge che i monumenti più importanti, onde garantirne la conservazione, dovranno passare in proprietà pubblica, e che «ogni contravvenzione sarà considerata come violazione de' monumenti pubblici, e come tale punita a tenore delle leggi».

Queste norme e decreti (qui indicati solo in riassunto) nacquero in un contesto preciso. In tutti gli antichi Stati italiani si ebbero norme assai simili per spirito, e qualche volta ancor più avanzate. Molto simili a quelle del Regno Meridionale furono per esempio le norme emanate a Lucca nel 1819 dalla duchessa Maria Luisa di Borbone; ma esse aggiungevano un punto importante, e cioè comandavano, ai fini della protezione del patrimonio, che ne fosse fatto a cura della pubblica amministrazione «un esatto inventario», e che nulla potesse essere rimosso nè passare di proprietà fino a quando quel catalogo non fosse stato completato. Spiccano per coerenza e preveggenza, fra le leggi di quegli antichi Stati preunitari, le leggi dello Stato pontificio, e in particolare gli editti emanati in quello stesso 1819 dal Cardinal Camerlengo Bartolomeo Pacca, beneventano. Recente era la ferita inferta al patrimonio artistico romano da Napoleone, che nel 1798 aveva allontanato in particolare da Roma (ma anche da molte altre città italiane) numerosissimi capolavori dell'arte (si progettò allora persino di smontare e trasferire a Parigi la Colonna Traiana!). Recente era la memoria del chirografo del 1802 del cardinal Doria Pamphilj, già interamente puntato sul concetto di utilità pubblica del patrimonio artistico; recente era, infine, la vittoriosa battaglia di Antonio Canova, il più grande artista di quel tempo, per la restituzione delle opere d'arte dopo la caduta dell'impero napoleonico, e poi il ritorno di quasi tutto il bottino a Roma e nelle altre città italiane. Si era così compiuta l'aspirazione che i migliori ingegni d'Europa avevano manifestato, protestando contro le spoliazioni napoleoniche; anzi, quelle spoliazioni avevano generato riflessioni molto acute e importanti sulla necessità di non allontanare le opere d'arte dal loro contesto d'origine, e il più accanito difensore di questa tesi era stato proprio un Francese, Quatremère de Quincy.
Il card. Pacca riprese con vigore quelle idee e quelle esperienze, e in due successivi editti, entrambi del 1819 (il primo Sopra le scritture, e i libri manoscritti , il secondo sulle antichità e belle arti) richiamava il chirografo del 1802, e ne accentuava il principio ispiratore : «Gli antichi monumenti hanno reso e renderanno sempre illustre, ammirabile, ed unica quest'alma città di Roma», «attraggono gli Stranieri ad ammirarla (...) ed infiammano la nobile emulazione di tanti Artisti». I papi, aggiunge, furono sempre, e sempre più vogliono essere, «sommi proteggitori e vindici degli antichi monumenti», sempre curandone la «conservazione e riparazione», sempre vigili a trasferire in proprietà pubblica (del Comune o del pontefice) ogni bene che fosse in pericolo o che fosse di valore eminente. Quelle leggi erano state più volte obliterate, dice il Camerlengo, ma avevano una tradizione antichissima, rimontando anzi nella sostanza fino agli antichi imperatori di Roma. Per garantirne l'osservanza, si nomina dunque ora una "Commissione di Belle Arti", dando al Camerlengo «un'assoluta giurisdizione, e vigilanza, e presidenza» su tutti i monumenti e gli oggetti d'arte degli stati del papa, tanto quelli in proprietà pubblica che privata, inclusi quelli appartenenti ai cardinali. Dev'essere inoltre redatta, pena gravi ammende, «una esattissima, e distinta Nota» di tutti gli oggetti d'arte, onde impedirne vendita ed esportazione fuori dello stato; infine, norme minuziose, che si snodano per ben 61 articoli e si precisano in norme e regolamenti successivi, prescrivono numerosissimi vincoli e limiti a qualsiasi intervento su monumenti e opere d'arte negli stati pontifici.
Con questa esemplificazione si potrebbe continuare a lungo, passando da Napoli e Roma a Firenze, a Lucca, a Modena, a Parma, a Venezia, alle province lombarde e sabaude. Governi e stati diversi l'uno dall'altro, per reggimento e per dinastia, ma che si muovevano lungo una linea comune e costante, imitantosi l'un l'altro, anzi gareggiando l'uno con l'altro. Per fare un solo esempio, l'idea di arginare l'emigrazione delle opere d'arte mediante la redazione di un accurato catalogo, che abbiamo visto a Lucca e a Roma nel 1819, viene probabilmente da Venezia, dove già nel 1773 il Consiglio dei Dieci ordinò la redazione di «un catalogo di tutti quei quadri che sono opere di celebri e rinomati autori», e che fosse «tratta dal medesimo una nota a luogo per luogo di dette pitture». Senza insistere su questo punto, vorrei ora mettere in evidenza alcuni punti significativi e avanzare alcune domande.

Prima considerazione : secondo un luogo comune molto diffuso, l'Italia avrebbe da sola il 40% del patrimonio artistico mondiale. Non voglio qui discutere se questa valutazione sia o meno esatta: ma se è vero che la densità del patrimonio culturale nel nostro Paese è tanto alta, lo è proprio perchè vi si è elaborata negli ultimi secoli una cultura della conservazione molto attenta e molto sofisticata, che si è espressa nelle leggi che abbiamo visto. Anche prima che il Paese raggiungesse la propria unità politica, questa cultura della conservazione diffusa in tutta la Penisola ha valorizzato i singoli monumenti, grandi e piccoli, come parte di un insieme incardinato nel territorio, di una rete ricca di significati identitari, nella quale il valore di ogni singolo monumento o oggetto d'arte risulta non dal suo isolamento, ma dal suo innestarsi in un vitale contesto.

Seconda considerazione : questo "modello italiano" della conservazione controllata dalle amministrazioni dei singoli Stati, che si è poi trasferito, come vedremo, nella legislazione dell'Italia unita, ha costituito e costituisce ancora un punto di riferimento in tutto il mondo. Senza tema di smentita, si può dire che la cultura italiana della conservazione non solo è la più antica e radicata del mondo, ma è anche quella che ha espresso nel modo più organico e coerente un insieme di norme che hanno costituito e costituiscono un punto universale di riferimento. Anzi, la stessa nozione di "patrimonio culturale" corrente nell'Occidente del mondo deve moltissimo alla cultura della conservazione sviluppatasi negli antichi Stati preunitari e poi nell'Italia unita. Il "modello italiano" della tutela si è andato gradualmente imponendo, anche se in misura e in forme giuridiche molto varie, in tutto il mondo: non c'è oggi quasi nessuno Stato, dall'India al Guatemala, che non abbia norme contro l'esportazione dei propri beni culturali; ma si tratta nella maggior parte dei casi di uno sviluppo assai recente (quasi sempre dopo la seconda guerra mondiale), secoli dopo che in Italia si era fatta la stessa cosa.

Dopo queste due considerazioni, vorrei passare a due domande : primo, come mai i vari stati italiani preunitari agiscono tutti, come fossero in concerto fra loro, in una stessa direzione? Secondo, che cosa è accaduto in questo campo dopo l'unità politica del nostro Paese? Cominciamo dalla prima domanda : la risposta, io credo, sta nella cultura delle città italiane, che a partire almeno dal secolo XII hanno elaborato un concetto alto e forte di cittadinanza, del quale sin dal principio fecero parte i monumenti delle singole città, come elemento di orgoglio, principio di identità civica, punto focale di un'identificazione emotiva che coincideva con l'idea stessa di far parte di una comunità ben governata. Vorrei citare soltanto due documenti. Il primo è il bellissimo Costituto del Comune di Siena , che fu tradotto in volgare nel 1309-10 «affinché i cittadini poveri e che non sanno il latino e chiunque altro lo voglia possano a loro piacimento consultare le leggi e farne copia per proprio uso»: motivazione di grandissimo interesse e del tutto straordinaria nell'Europa medievale. Ebbene, questo testo (che è uno dei più ampi testi in volgare, anzi eguaglia per estensione la contemporanea Commedia di Dante) dice esplicitamente che

«intra li studii et solicitudini e' quali procurare si debiano per coloro, e' quali ànno ad intendere al governamento de la città, è quello massimamente che s'intenda a la belleça della città», perchè la città --continua-- dev' essere «onorevolmente dotata et guernita», tanto «per cagione di diletto et allegreça» ai forestieri quanto «per onore, prosperità et acrescimento de la città et de' cittadini di Siena».

Traducendo in un linguaggio a noi contemporaneo, quello che dice il Costituto si Siena è che chi governa ha il dovere di occuparsi del patrimonio culturale dello Stato. A questo principio si ispirarono in Siena (ma anche in cento altre città italiane) tanto le opere pubbliche che i vincoli posti alla libertà dei privati di edificare.

Il secondo documento è una straordinaria deliberazione del Senato di Roma (nonostante il nome, si trattava di fatto di una magistratura comunale), datato 25 marzo 1162, che si riferisce alla Colonna Traiana :

"Noi, senatori romani, udita la controversia fra il prete Angelo e la badessa di San Ciriaco a proposito della chiesa di S.Nicola ai piedi della Colonna Traiana e della Colonna stessa,decretiamo che la chiesa e la Colonna sono di proprietà della badessa,purchè sia salvo l'onore pubblico della città di Roma. Pertanto la Colonna non dovrà mai essere danneggiata nè abbattuta, ma dovrà restare così com'è in eterno, per l'onore del popolo romano, integra ed incorrotta finchè il mondo duri. Se qualcuno attenterà alla sua integrità, sia condannato a morte, e i suoi beni incamerati dal fisco".

Sia a Roma che a Costantinopoli c'erano nell'antichità due "colonne coclidi istoriate", a Roma quelle di Traiano e di Marco Aurelio, a Costantinopoli quelle di Teodosio e di Arcadio : se entrambe le colonne di Roma sono ancora conservate, ed entrambe quelle di Costantinopoli sono distrutte, è proprio per questo senso del decoro civico, della memoria storica, del pubblico interesse che ha dominato l'intera storia italiana; che a Roma ebbe cittadinanza ed effetto, a Istanbul no.

+++++++++++++++++++++

Ma che cosa accadde dopo l'unità d'Italia?
Quelle leggi degli stati preunitari, diverse l'una dall'altra ma identiche o almeno convergenti nella sostanza culturale e civile, dovevano confluire nella legislazione dello stato unitario; ma il processo fu lungo e doloroso. Per oltre quarant'anni dopo l'Unità un acceso dibattito su questo tema si svolse nelle aule del nostro Parlamento, «preso --scrive Andrea Emiliani-- nella stretta di una contraddizione violenta fra l'utile pubblico e l'interesse privato», ma che finì per riconoscere in «tutta la sua vitalità e precisione ... una visione pervicacemente pubblica e poi sociale del problema», la stessa che aveva ispirato «l'intima, connessa forza culturale, cresciuta nel corso di secoli e di esperienze e messa a punto con straordinaria precisione entro i primi anni dell'Ottocento». Fu da quei primi sforzi di convogliare le diverse legislazioni dei vari Stati preunitari entro un quadro comune, che nacque fra mille contrasti la prima legge di tutela dell'Italia unita, presentata e ripresentata al Parlamento più volte a partire dal 1872, approvata ora dal Senato ora dalla Camera, modificata, lasciata cadere e poi ripresa, finché fu finalmente approvata il 12 giugno 1902. La scelta finale fu orientata, come aveva chiesto sin dal principio il Ministro della Pubblica Istruzione del 1872, Cesare Correnti, dal principio del "decoro e interesse nazionale", dal quale "procede la facoltà dello Stato d'interdir l'estrazione dal Regno e le vendite d'opere artistiche ... senza il previo suo beneplacito", dato che il patrimonio artistico "soccorre di necessità all'incremento della civiltà per mezzo della pubblica educazione, alla grandezza, alla vita nazionale" [Relazione al Senato del Regno , 13 maggio 1872]. Si risolveva così in favore del pubblico interesse un contrasto già sperimentato negli Stati preunitari (per esempio, fra i collezionisti e mercanti romani di antichità e il governo pontificio che ne vietava l'esportazione), e che tuttavia era destinato a continuare, quali che fossero o che siano le norme, fino ad oggi.
Questa cultura della conservazione, nella spola continua fra coscienza civica e azione legislativa e normativa degli stati, e poi dello Stato unitario, è, al pari della nostra lingua, uno dei principali fili di continuità della storia d'Italia. Basti a provarlo una semplice considerazione. La legislazione sulla tutela raggiunse in Italia il suo punto più alto con la legge 1089 del 1939, proposta dall'allora ministro Bottai, e rimasta fino ad oggi punto centrale di riferimento, anzi considerata la legge di tutela più organica e avanzata del mondo. Fu una legge approvata dal governo fascista, eppure quando la Repubblica nata dalle ceneri della guerra e dalla Resistenza volle darsi una nuova costituzione, i valori di quella legge furono puntualmente riaffermati dai Costituenti, nell'art. 9 della Costituzione repubblicana, che può considerarsi la massima espressione di quella storia lunga e coerente che per sommi capi abbiamo cercato di ripercorrere. Che cosa avevano in mente i padri fondatori della Repubblica quando scrivevano l'art. 9 della Costituzione ? Gli atti della Costituente non lasciano dubbi: il loro punto di riferimento erano (né poteva essere altrimenti) le leggi che l'Italia si era data pochi anni prima, nel giugno 1939, a tutela del proprio patrimonio artistico (legge 1089) e ambientale (legge 1497). Leggi avanzatissime, che pur se di epoca fascista erano ben presenti ai costituenti: quello e non altro essi intendevano per "tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione".
Nel più autorevole commentario alla Costituzione, Fabio Merusi ha mostrato che tale norma non è solo "sublimazione" delle Leggi Bottai, ma anzi vale soprattutto come progetto dei Costituenti per il futuro; e che essa è intesa "ad imporre una valenza culturale all'intero sviluppo economico-sociale", tanto che lo sviluppo economico "dovrebbe manifestarsi attraverso opere ispirate non soltanto a criteri economicistici, ma anche a valori culturali". Lettura che, come abbiamo visto, è stata precisata e consacrata al massimo livello da due importanti sentenze della Corte Costituzionale.
Dalla cultura delle città alle antiche collezioni sovrane alla Costituzione della Repubblica italiana, dai più antichi editti e decreti degli Stati preunitari fino alla legge 1089 del 1939, fino a noi, corre dunque un filo costante : il rispetto di alcuni principi ispiratori, che nulla hanno perso della loro attualità. Fra quei principi ne emergono due : primo , il patrimonio artistico pubblico appartiene ai cittadini, in quanto titolari della sovranità popolare ereditata dalle antiche dinastie e repubbliche. Secondo : lo Stato ha il dovere di tutelare il patrimonio culturale (pubblico e privato) nella sua interezza, promuovendone una sempre miglior conoscenza mediante la ricerca. Sono queste le coordinate essenziali di una cultura della conservazione che è profondamente penetrata nella coscienza civile prima che nella normativa giuridica e nella prassi amministrativa e politica. Secoli di esperienza, e il risultato che è sotto gli occhi di tutti, un Paese pieno di problemi e di difetti, ma straordinariamente ricco di cultura e di storia, hanno fatto di questa cultura della conservazione una componente essenziale dell'essere Italiani; un dato culturale che, come i gesti e la lingua, si trasmette e si radica anche senza che ce ne accorgiamo. La nostra società civile, il "codice genetico" che ci fa quello che siamo (e che saremo), non è pensabile senza la nostra cultura della conservazione.
Chiediamoci ora, per concludere, quali sono le sfide e i rischi a cui questa tradizione va incontro, in particolare in questo momento di forti tensioni, all'indomani dell'approvazione di un nuovo Codice dei BBCC (che non posso commentare prima di averne visto e studiato la versione finale).
Mi limiterò qui a enunciare assai sinteticamente i principali rischi e le principali sfide. Prima di tutto, il sistema nazionale della tutela, progressivamente invecchiato negli ultimi decenni senza che si sia trovata, e forse nemmeno cercata, la "ricetta" per porvi rimedio, richiede nuovi investimenti e una profonda rifunzionalizzazione, che non può prescindere da un sostanzioso rinsanguamento dei ranghi della pubblica amministrazione.
In questo contesto (secondo punto), la necessaria spinta alla modernizzazione non dev'essere confusa con l'adozione frettolosa e superficiale di mal digeriti modelli stranieri, come purtroppo talvolta si sente proporre.
In terzo luogo, la spinta all'ingresso dei privati nella gestione del patrimonio culturale del Paese, che è venuta crescendo negli ultimi sei anni, non deve far dimenticare che primo dovere dello Stato è di rendere funzionante la propria amministrazione, che è la più vasta "macchina" amministrativa del mondo dedicata alla tutela del patrimonio culturale.
Ma vorrei attirare la vostra attenzione su un rischio più radicale. Come abbiamo visto, l'art. 9 della Costituzione è il solido baluardo della cultura della conservazione in Italia. Esso riassume una storia millenaria e la consegna alle generazioni future, e non a caso è stato ed è la bandiera delle battaglie di questi anni contro gli assalti al patrimonio culturale e al paesaggio (il cardine, per esempio, del recentissimo appello FAI contro la minaccia di depenalizzare i reati contro il paesaggio. Perciò all'art. 9 si rifà incessantemente il magistero del Presidente Ciampi; perciò stanno sorgendo, ad opera di cittadini e di operatori dei BBCC, delle “Associazioni Articolo Nove” (la prima a Napoli).
E' perciò con preoccupazione che apprendiamo che sono in discussione al Parlamento ben nove emendamenti a questo articolo della Costituzione. Di questi, alcuni aggiungono all'art. 9 «i diritti delle specie animali» (nr. 705, 2949), altri l'ecosistema del pianeta (nr. 3591), la flora e la fauna (nr. 3809), lo sviluppo sostenibile, la biodiversità e l'acqua (nr. 4181), la non brevettabilità della vita (nr. 4423). La proposta più “leggera” (nr. 4307) aggiunge al paesaggio l'ambiente naturale; per un'altra proposta (nr.3666), il secondo comma dell'art. 9 dovrebbe così suonare : «Tutela il paesaggio, la dignità degli animali e il patrimonio storico e artistico della nazione». Ora, nessuno dubita che si debbano tutelare l'acqua o gli animali: il punto è se sia l'art. 9 della Costituzione il luogo giusto per dirlo. L'interpretazione sancita dalla Corte e dal Capo dello Stato mostra ad abundantiam quanto sapientemente calibrato, e dunque delicato, sia l'impianto dell'art. 9, quanto importante sia il nesso fra i due commi per legare strettamente tutela, ricerca, fruizione. Ogni parola in più rischia di alterare il senso dell'insieme. Il termine “tutela”, che se riferito al patrimonio culturale e al paesaggio ha un significato ben preciso, in quanto rinvia alle apposite strutture dello Stato (le Soprintendenze), si diluisce e si sfigura se usato vagamente per una vasta serie di cose, le più varie. La densità davvero ammirevole dell'art. 9, la sua portata istituzionale ne risulterebbero diluite e svilite; molto più facile sarebbe attaccarne la granitica coerenza dopo averla aggredita insediando al suo interno oggetti estranei all'impianto originale. Anziché restare il baluardo di una concezione forte e severa della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, l'art. 9 si trasformerebbe in un catalogo di pii desideri, di aspirazioni delle anime belle, di principi generali che non richiedono (come invece la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico) la costante azione di precise e dedicate strutture dello Stato. Insomma, l'art. 9 verrebbe svuotato e svalutato di colpo.
Occorre chiedersi se queste proposte di riforma costituzionale siano il frutto di una benintenzionata ingenuità, o di una chiara volontà svalutativa. Certo, nessuno può leggere nel cuore dei circa sessanta deputati che hanno firmato le varie proposte, ma almeno due rischi vanno comunque indicati. Svalutare e svuotare l'articolo 9 servirebbe prima di tutto a spostare ulteriormente verso le regioni l'asse della gestione del patrimonio culturale. Il nuovo titolo V della Costituzione ha introdotto una disfunzionale distinzione fra tutela e valorizzazione che è l'esatto contrario della best practice universalmente diffusa (tutela, fruizione, valorizzazione sono un continuum che non si può segmentare senza paralizzare l'intera macchina amministrativa e culturale), e che è riconosciuta dalla Costituzione, come mostra la sentenza della Corte Costituzionale che ho richiamato all'inizio. Quella distinzione (che non ha cittadinanza in alcun sistema giuridico fuori d'Italia) non nasce dal puro cielo del diritto, ma fu inventata per produrre meccanismi devolutivi, assegnando (art. 117) la tutela allo Stato, la valorizzazione alle regioni; inoltre, l'art. 118 prospetta confusamente forme di coordinamento Stato-regioni sulla tutela, e dunque il confine fra le competenze è tutt'altro che chiaro. Proprio per questo, l'art. 9 (che in quanto principio fondamentale della Carta è sovraordinato agli artt. 117 e 118) è fondamento e baluardo dell'azione di tutela dello Stato, della stessa esistenza delle sue strutture a ciò preposte, Ministero e Soprintendenze. Una volta che la dignità degli animali si insediasse nel cuore dell'art. 9 come in alcune delle proposte ricordate sopra, si potrebbe argomentare che per “tutela” vi s'intende non la quotidiana azione di strutture dedicate della pubblica amministrazione, bensì una protezione generica e volontaristica.
Diluire l'art. 9 converrebbe anche a chi, come Tremonti, persegue il disegno di vendere parti significative del nostro patrimonio culturale. Anche in questo caso, contro lo spirito e la lettera dell'art. 9, come interpretato dall'altra sentenza della Corte Costituzionale richiamata sopra. Condoni, depenalizzazioni, alienazioni facili, cessioni di musei o monumenti a imprese private, insomma, sono contro la Costituzione, e lo saranno fino a quando la lettura dell'art. 9 sarà chiara e univoca, e fino a quando esso continuerà ad essere (come nell'intenzione dei padri fondatori della Repubblica) non una generica dichiarazione di principio, ma la proiezione e la consacrazione, al massimo livello giuridico, di un dato di fatto, l'esistenza di strutture statali dedicate e di norme di tutela, quelle che i Costituenti leggevano nelle giustamente celebrate leggi Bottai del 1939. La primarietà dei valori culturali, dice la Costituzione, non è negoziabile.
La posta in gioco è altissima, perchè i valori difesi dall'art. 9 sono quelli della nostra stessa identità culturale. Vale perciò la pena di constatare mestamente che, mentre si intensifica l'assalto al patrimonio culturale da parte di chi lo vorrebbe vendere o privatizzare, i fautori di un ruolo forte delle istituzioni pubbliche disperdono le loro energie in un disperante “fuoco amico” fra Stato e Regioni (alcune delle proposte di modifica dell'art. 9 vengono dalla sinistra). Nessuno nega che le regioni debbano avere un ruolo capitale (tanto per cominciare, nel gestire il patrimonio proprio e degli enti locali); ma perché dev'essere lo Stato il nemico da battere? Fra pochi giorni verrà pubblicata la redazione finale del nuovo codice dei beni culturali: anzichè tirare da una parte o dall'altra una coperta troppo corta, chi ha a cuore la sorte del Paese dovrebbe promuovere una riflessione istituzionale sui compiti urgenti da affrontare, prima che le nostre campagne spariscano sotto il cemento, che i nostri musei chiudano e le nostre città vengano avvilite dal dilagare di mansarde. Ma questa riflessione dovrà avere un punto di partenza e uno solo, quello indicato dal Presidente della Repubblica: l'articolo 9 della Costituzione della Repubblica.
Personalmente, ho fiducia che le conseguenze più negative dei problemi e delle linee di tendenza che ho provato a descrivere non avranno luogo. Ma perché questa fiducia sia fondata occorre il nostro comune, convinto, ostinato impegno di cittadini. Quello del nostro patrimonio culturale è un problema di civiltà, che deve provocare, è mia ferma convinzione, vaste convergenze culturali e politiche. Tutti i problemi contingenti a cui ho accennato, e altri ancora che non ho nemmeno menzionato, potranno, io lo spero vivamente, trovare una soluzione in sede istituzionale. Ma è importantissimo che essa sia coerente con la nostra tradizione e la nostra storia; col nostro dovere di cittadini, di tramandare alle generazioni future quello che le generazioni trascorse hanno consegnato nelle nostre mani; di tenere ben presente che il significato più profondo, più intenso, più prezioso del nostro patrimonio culturale non risiede nel suo valore monetario, ma nella sua rilevanza per la società civile, per il nostro diritto di cittadinanza e per quello dei nostri figli.



news

01-04-2021
RASSEGNA STAMPA aggiornata al giorno 1° aprile 2021

16-02-2021
Audizione del Professor Salvatore Settis presso Assemblea Regionale Siciliana

08-02-2021
Appello di Italia Nostra - sezione di Firenze: Manifesto Boboli-Belvedere, febbraio 2021

31-01-2021
La FCdA contro il nuovo attacco all’archeologia preventiva e l’estensione del silenzio-assenso

18-01-2021
Petizione Petizione "No alla chiusura della Biblioteca Statale di Lucca"

27-12-2020
Da API-Mibact: La tutela nel pantano. Il personale Mibact fra pensionamenti e rompicapo assunzioni

25-12-2020
CORTE CONTI: TUTELA PATRIMONIO BASATA SU LOGICA DELL’EMERGENZA

03-09-2020
Storia dell'arte cancellata, lo strano caso di un dramma inesistente, di Andrea Ragazzini

06-06-2020
Sicilia. Appello di docenti, esperti e storici dell'arte all'Ars: "Ritirate il ddl di riforma dei Beni culturali"

06-05-2020
Due articoli da "Mi riconosci? sono un professionista dei beni culturali"

05-05-2020
Confiscabile il bene culturale detenuto all’estero anche se in presunta buona fede

30-04-2020
In margine a un intervento di Vincenzo Trione sul distanziamento nei musei

26-04-2020
Vi segnaliamo: Il caso del Sacramentario di Frontale: commento alla sentenza della Corte di Cassazione

25-04-2020
Turismo di prossimità, strada possibile per conoscere il nostro patrimonio

24-04-2020
Un programma per la cultura: un documento per la ripresa

22-04-2020
Il 18 maggio per la Giornata internazionale dei musei notizie dall'ICOM

15-04-2020
Inchiesta: Cultura e lavoro ai tempi di COVID-19

15-04-2020
Museums will move on: message from ICOM President Suay Aksoy

08-04-2020
Al via il progetto di formazione a distanza per il personale MiBACT e per i professionisti della cultura

06-04-2020
Lettera - mozione in vista della riunione dell'Eurogruppo del 7 aprile - ADESIONI

30-03-2020
Da "Finestre sull'arte" intervista a Eike Schmidt

30-03-2020
I danni del terremoto ai musei di Zagabria

29-03-2020
Le iniziative digitali dei musei, siti archeologici, biblioteche, archivi, teatri, cinema e musica.

21-03-2020
Comunicato della Consulta di Topografia Antica sulla tutela degli archeologi nei cantieri

16-03-2020
Lombardia: emergenza Covid-19. Lettera dell'API (Archeologi del Pubblico Impiego)

12-03-2020
Arte al tempo del COVID-19. Fra le varie iniziative online vi segnaliamo...

06-03-2020
Sul Giornale dell'Arte vi segnaliamo...

06-02-2020
I musei incassano, i lavoratori restano precari: la protesta dei Cobas

31-01-2020
Nona edizione di Visioni d'Arte, rassegna promossa dall'Associazione Silvia Dell'Orso

06-01-2020
Da Finestre sull'arte: Trump minaccia di colpire 52 obiettivi in Iran, tra cui siti culturali. Ma attaccare la cultura è crimine di guerra

Archivio news