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La linea 6 della Metropolitana di Napoli e l'impatto ambientale sugli assetti idrogeologici
16-03-2011
Sabrina Parisi

(Resoconto della seduta delle Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia tenutasi il giorno 13 marzo 2011)


Il 13 marzo 2011 le Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia si sono riunite per discutere dell’impatto sugli assetti idrogeologici dei lavori per la linea 6 della Metropolitana di Napoli.

Il professor Franco Ortolani, ordinario di Geologia presso l’Università di Napoli “Federico II”, apre la seduta ricordando che già nel 1991 il progetto del CNR “Geologia delle aree urbane” introduceva il concetto dell’attenzione al sottosuolo del centro storico di una grande città, paragonando quest’ultima ad una nave che non può stare a galla senza ciò che c’è sotto e la sostiene, anche se non si vede.

Valerio Ceva Grimaldi, vicedirettore del quotidiano «Terra», ricorda la genesi dell’attuale linea metropolitana n. 6, nata come “linea tramviaria rapida” per favorire gli spostamenti in occasione dei mondiali di calcio “Italia ’90”. Il progetto originario prevedeva oltre 20 km di rotaie sia a raso che in sotterraneo e avrebbe attraversato la città in direzione ovest-est dal quartiere Fuorigrotta fino al quartiere Barra-Ponticelli. Dopo la prima corsa di inaugurazione con i ministri a bordo, la linea venne chiusa per “collaudo”.

Il professor Riccardo Caniparoli, geologo ambientale, ricorda di aver già previsto nel 1990 l’esito disastroso dei lavori con un articolo apparso su «Il Mattino» con il titolo Il tram-sprint affonda nel mare, nel quale sosteneva che la “talpa” all’opera nella zona di via Chiaia si sarebbe arenata nelle sabbie. L’evento si verificò puntualmente alcuni mesi dopo, con imbarazzo dell’ingegnere geotecnico (poi ministro) Lunardi, dell’ingegner Viggiani e dell’ingegnere progettista prof. Renato Sparacio, il quale, qualche anno dopo, accusò su «Il Mattino» il prof. Caniparoli di aver apportato ai lavori un aiuto «impertinente», oltre che inutile, e persino di aver, di fatto, “portato jella”.

Nel 1997 è varato il Piano comunale dei trasporti, in cui la “linea tramviaria rapida” è trasformata in “metropolitana leggera 6”. Il tratto previsto si abbrevia fino a piazza Municipio (solo 8 fermate), quello tra Mergellina e piazza Vittoria è portato a 37 metri sotto il livello del mare per evitare di incappare nella zona melmosa retrodunale (in pratica una laguna) e per raggiungere il banco di tufo in cui costruire la galleria. In questo modo, però, diventava impossibile realizzare vie di fuga efficienti e compatibili con le normative europee, con gravi rischi per la sicurezza dei passeggeri, mentre lievitavano i costi delle opere: si è raggiunta, infatti, la cifra di 300 milioni di euro per chilometro, il triplo del costo a chilometro del tunnel della Manica, lasciando irrisolto, inoltre, il problema dell’isolamento dalla falda sotterranea, che continua a causare fenomeni di rigurgito.

Il prof. Caniparoli mostra con uno schema i tre flussi delle acque sotterranee della città di Napoli. Il primo flusso è quello costituito dall’acqua piovana che discende dalle colline, penetra nel terreno e scorre fino al mare. Il secondo flusso è quello dell’acqua salata d’intrusione marina, che scorre, in direzione contraria, al di sotto del flusso d’acqua dolce. Grazie a questo equilibrio l’acqua dolce arriva in prossimità della Villa Comunale di Napoli (un vasto giardino piantato a lecci, pini, palme, eucalipti, il cui primo nucleo risale al 1697), consentendo alle radici di alberi e piante di abbeverarsi. Il tratto già realizzato della linea 6 spezza questo equilibrio, permettendo all’acqua salata di penetrare nella costa: la conseguenza è che gli alberi secolari della villa comunale, che avevano radici molto profonde, si sono trovati a “bere” improvvisamente acqua salata e sono morti; sono stati rimpiazzati da alberi che hanno radici meno profonde. Inoltre, cementificando la zona circostante le gallerie, si rendono impermeabili i terreni, contribuendo ulteriormente al sollevamento della falda, che a questo punto talvolta “rigurgita” dal suolo. Ma non finisce qui: i lavori per il tunnel posto a 37 metri sotto il livello del mare hanno intaccato anche il terzo flusso delle acque di Napoli, cioè quello delle acque artesiane, che salgono dal basso con forte pressione. In diversi punti della via riviera di Chiaia dal sottosuolo risale l’acqua suffregna, ricca di anidride carbonica e carbonato di ferro e con una temperatura di 20°C, una fonte preziosa per le sue proprietà termominerali, che viene tranquillamente scaricata in fogna o a mare dalla Ansaldo, concessionaria dei lavori, nonostante la legge lo vieti esplicitamente.

Il prof. Caniparoli, seguendo in particolare il caso del negozio “Terramia” in via riviera di Chiaia (che ha chiuso perché allagato da 27 cm d’acqua a causa del rigurgito e proprio nel periodo dell’anno in cui la falda dovrebbe essere al livello minimo), ha dimostrato che il progetto non è stato sottoposto per tempo a Via (= valutazione d’impatto ambientale, obbligatoria per legge dal 1989, da effettuare prima dell’inizio dei lavori). Il decreto di Via è del 18 marzo 2010 (mentre i lavori sono iniziati nel 2002!), protocollato con il numero 345, ma non è reperibile nell’archivio on line della Regione Campania. Il professore, inoltre, scopre che i tre piezometri installati nel 2009 per monitorare il livello della falda non hanno mai effettuato misurazioni!

Antonio Pariante, presidente del comitato civico “Santa Maria di Porto Salvo”, nel ricordare le molte battaglie sostenute e vinte dal comitato per la salvezza del patrimonio artistico e archeologico della città di Napoli, sottolinea il ruolo della società civile nell’opposizione ai progetti folli, che, però, possono essere contrastati solo quando la cittadinanza è ben informata e spalleggiata dagli organi competenti, come le soprintendenze. Oggi la Soprintendenza di Napoli tace sulla distruzione del patrimonio arboreo plurisecolare (la Campania, d’altronde, è una delle poche regioni italiane a non avere ancora una legge regionale sul patrimonio arboreo), tace sulla distruzione delle chiese che, 500 anni fa, con le loro cupole accoglievano il visitatore venuto dal mare, tace sullo scandalo dell’acqua suffregna gettata nelle fogne.

Vincenzo Rizzo, storico dell’arte ed esperto in marmi antichi napoletani, fa notare che i lavori della linea 6 costituiscono un pericolo per le circa trenta chiese che vanno da Santa Maria di Piedigrotta a Santa Maria della Vittoria, quest’ultima già interessata da alcuni danni ai marmi, corrosi dall’anidride carbonica e dall’umidità.

Come porre rimedio? Il prof. Caniparoli spiega che si potrebbe tentare una riconversione della galleria in condotta per le acque, ma occorre innanzitutto impedire che vengano prodotti altri danni.




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