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0000-00-00 - 2010-02-07
QUEL PASTICCIACCIO DI RIACE MARINA
Mail alla Redazione del 7-2-2010

La storia del ritrovamento dei Bronzi è molto poco chiara alla luce della ricerca del Prof. Braghò, di cui ci sono sviluppi poderosi, sia in termini quantitativi che di qualità dell’impianto documentale. Io stesso ho avuto la possibilità di saggiarne in qualche modo l’incisività delle ulteriori ricerche, che saranno presenti in parte in un volume che il professor Giuseppe ha scritto con rigore, con ulteriori incisivi approfondimenti e ricerche edito da Pellegrini Editore; www.pellegrinieditore.it (Facce di bronzo, personaggi e figuranti di Riace)

C’è innanzitutto, a mio avviso, una considerazione importante da fare: le università sono piene di accademici, gran dottori e baroni, che spesso giudicano con severo cipiglio coloro che adoperano un linguaggio non ortodosso, pur facendosi capire, perché usano un lessico o terminologie inappropriate per definire uno stilema, una caratteristica relativa ad un’ opera d’arte o ad un’antichità, ebbene, tutto ciò se rivolto alla dinamica del ritrovamento e del recupero dei “Bronzi di Riace” scompare, e il cipiglio di importanti dottori si stempera in affermazioni come “dialettica della situazione”, “sfumatura”, “errori possibili” o frasi come “considerare la complessità”, “avere cura di vedere altri lati della faccenda” (frase ambigua per antonomasia). Fermo restando l’assoluta importanza di un uso corretto della lingua e denunciando un imbarbarimento del lessico, scopriamo, come “Alice nel paese delle Meraviglie”, che ciò che è impossibile per gli studenti e nel dibattito indolore fra cattedratici, diventa invece possibile per i “Bronzi di Riace” e in ogni situazione scomoda, quindi è possibile confondere “gruppo di statue” con “due”, “braccia aperte” con quelle riposte in posizione, incrostazioni con superfici prive di queste, posizione di fianco con quella prona, per non parlare delle gravi difformità che sono pertinenti alla cultura del diritto, alla logica dei fatti ed a molto altro. Improvvisamente cattedratici blasonati diventano timidi e prudenti, e si rinnova attraverso di loro il “prodigio” di non capire, come in un paese che è erede di tante tradizioni storiche e culturali, possa passare una così grande distanza dall’armonia classica e che imperi invece una certa pusillanimità. Se fosse stata una situazione “non protetta”, la genesi e la gestione della scoperta dei bronzi avrebbe comportato così tanti guai per le persone coinvolte, fino alla soglia delle “patrie galere”. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che, facendo una comparazione con altri atti relativi a ritrovamenti di reperti secondari in quegli anni da parte della stessa soprintendenza, si scorge invece un adeguato modo di procedere e una corretta registrazione degli eventi, vengono demolite le già deboli pretese di errori procedurali o dovuti alla “concitazione” nell’agire di fronte ad un ritrovamento. Scusanti che, perdonate la ripetizione, non valgono per qualsiasi cittadino onesto o che non faccia parte di qualche casta.

Non si può certamente sostenere che basti essere un grecista o latinista per dirsi erede di tanta bellezza antica, nel senso non estetizzante del termine, infatti questa “vive” non troppo di rado in persone che non si possono definire “cultori delle antichità” o “archeologi”. Vive nei gesti, nello stile di vita, nel pensiero e in tante altre cose anche in persone “non colte”, nel senso comune e talvolta deviato che usiamo dare oggi alla parola "colto". Ogni epoca ha i suoi Epigoni e ognuno è “epigone” di qualcosa. Non si illudano troppo alcuni professori, perché anche se sono in grado di fare citazioni erudite, talvolta quella “bellezza” che celebrano e decantano non vive in loro, neanche lontanamente.

Per capire cosa significhi veramente “culto dell’antico”, potremmo giungere, nel solo mondo occidentale, fino a Goethe e dire tante altre cose; si aprirebbe un dibattito interessante. Riguardo all’aspetto del ritrovamento bisogna aggiungere che, per stessa ammissione dei ragazzi di allora, viene da essi stessi osservata una boa, corredo del Mariottini, che marcava un punto. Segnalare un punto non significa avere la prova di essere i primi ad aver visto qualcosa, ma certamente, data la situazione, costituisce un fatto sensibilmente significativo. Si può supporre in base a dati documentali certi che ci siano state gravi difformità, e che molto probabilmente neanche Mariottini era stato il primo a sapere che in quel fazzoletto di mare c’era qualcosa.

Quando io ero ragazzino uno dei giochi che mi piaceva di più era quello del “nascondino”, dove tutti i partecipanti si occultavano alla vista di colui che, dopo aver contato ad occhi chiusi si metteva a cercare gli altri, evitando che nella ricerca i compagni di giochi toccassero prima di lui il punto dove il solitario aveva sillabato ogni numero per un minuto di tempo. Ecco, il gioco era di mio gusto, ma non mi piace applicare questa logica puerile al ritrovamento archeologico. Essere i primi a fare “tana” in qualche stanza di una qualche pubblica istituzione, per avere il merito (e i quattrini) del ritrovamento, è una “variante” non troppo onorevole.

Alla luce di tutte queste difformità però Mariottini non è un vincente in questa situazione, neanche per la questione del ritrovamento, neanche se una giustizia “disattenta” gli diede ragione. Il primigenio documento di Foti inoltre non porta l’ora della denuncia (se gli ex-ragazzi avessero avuto carta in mano della dichiarazione fatta alla finanza sarebbe stata altra storia), è firmato con penna rossa, e inoltre tutti sanno che ciò che è scritto “fuori dai margini” non vale; le firme e il contenuto di ciò che scrive Foti con penna rossa, soprattutto allora, erano sufficienti ad invalidare qualunque dichiarazione. Si ribatterà che queste ultime sono pignolerie, ma “stranamente” valide per cittadini qualunque. Io ancora oggi, quando mi trovo ad adempiere a qualche dovere scritto e formale, c’è chi mi fa ripetere tutto se solo mi azzardo a firmare con “penna blu” nonostante le regole in materia siano diventate più elastiche. Un uomo di burocrazia come Foti, tutto ciò lo sapeva più che bene. Con il Prof. Giuseppe Braghò abbiamo parlato anche del ruolo della 'ndrangheta, e se ruolo vi sia stato questo è probabilmente marginale e relativo alla compravendita di reperti, ma qui la criminalità organizzata funge soprattutto da comodo capro espiatorio.

Riguardo ai compiti dati successivamente a Mariottini in relazione ad operazioni di archeologia subacquea, bisogna aggiungere che è qualcosa di incredibile; al limite, se Mariottini avesse conseguito un titolo adeguato, si sarebbe potuto tener conto dei “meriti acquisiti” per ottenergli un incarico, ma ciò che è stato fatto è fuori dalla legge. Mariottini era già stato ben pagato per la “scoperta” dei Bronzi e non c’era nulla di cui essere “debitori”, inoltre aveva ben sfruttato la sua fama con i vari media nazionali in ogni senso. Su tutto ciò una parte dell’establishment culturale glissa, perché non mi stanco di ripetere che il primo articolo della costituzione reale è che ciò che vale per il cittadino comune non vale per circostanze che vedono coinvolti poteri forti o situazioni considerate “inopportune”. Lo studente o lo studioso che si applica sui libri e sul campo per ottenere un risultato è impotente di fronte alla congrega degli interessi che lo sovrastano; al cospetto di casi di ingiustizia vi sentite rispondere semplicemente con un’alzata di spalle, nel migliore dei casi. Gode sempre di immunità chi ha le “spalle coperte” o può contare su qualche blasone, con le dovute e numerose eccezioni.

Sconvolgente poi il processo per definire chi fosse il reale scopritore delle statue: una costruzione imponente senza esibizione della prova originale del ritrovamento; un “mare di carte” dove si dà per scontata la buona fede di tutti e la conformità di legge a documenti citati ma non letti e tanto meno acquisiti. La realtà è che quando si fa una grande scoperta le implicazioni politiche sono sempre molto grandi. Perfino alcuni archeologi sottovalutano la potenza che acquista una comunità sociale che si riappropria dei simboli della propria cultura, del proprio antico passato o meno. La forza del simbolo insita nella grande scoperta archeologica fa da grande volano alla rinascita economica e culturale di una comunità, e questo solo secondariamente perché attrae turisti e muove un indotto commerciale, in quanto da sempre, quando un gruppo sociale si può identificare nelle proprie vestigia e anche nella magnificenza delle proprie opere moderne, si orienta verso la crescita. Ecco perché fu necessario nella seconda metà dell’800 completare a qualsiasi costo il Ponte di Brooklyn a New York prima di fornire i servizi essenziali a grandi fasce di popolazione che vivevano aldilà dell’isola di Manhattan, ed ecco perché fu più importante, dopo la seconda guerra mondiale, ricostruire in gran fretta il Teatro della Scala a Milano, prima di ripristinare completamente acqua potabile e fognature. Gli esempi sono pressoché infiniti e di ogni genere. Il simbolo, e per eccellenza l’arte, è il “sole” attorno a cui ruotano i meccanismi costitutivi di una comunità. Nelle guerre chi si è posto l’obiettivo di annientare una comunità si è posto il problema di annientare i suoi simboli o di appropriarsene. Se questi ultimi in qualche modo vivono la comunità è destinata a vivere, e chi vive nel “bello”, accompagnato da simboli evidenti, sviluppa un maggiore senso civico, etico e una costumanza più significativa relativa alla cultura di appartenenza. Alla luce di tutto ciò gli interessi che si muovono spesso attorno alle antichità sono enormi, ed evidentemente non sono solo, come credono una parte dei cattedratici, dei godimenti culturali che accrescono la propria elitaria sensibilità e le proprie conoscenze; c’è molto di più.

Ritornando al Prof. Braghò, bisogna dire che ha avuto il grande merito di aver portato alla luce prove documentali di eccezionale importanza, altro che vedere “altri lati della faccenda”… E’ stato il primo ad accedere alle carte ufficiali, ed è particolare il fatto che in un mondo accademico che pullula di poltrone, nessuno si sia scomodato prima più di tanto, e di voci strane sui bronzi, anche autorevoli, ne erano circolate tante. E’ vero che a nessuno veniva concesso di avvicinarsi ai carteggi, ma quantomeno studiosi titolati e giornalisti degni di questa qualifica avrebbero dovuto denunciare lo stato delle cose, e allora sarebbero emersi almeno questi aspetti inquietanti.

Giuseppe Foti è passato a miglior vita, Alcherio Gazzera ha ricevuto “l’abbraccio degli Dei”, Elena Lattanzi è andata in pensione, Enzo Rudatis si è barricato, Stefano Mariottini si è eclissato, e va ricordato con dispiacere che poco tempo dopo la scoperta dei bronzi subì gravissimi lutti. Oggi una parte degli “attori” successivi, diremmo gli epigoni dei protagonisti degli anni 70, recita timorosamente “parti mediocri” con “talento mediocre”, ma la questione dei Bronzi è più attuale che mai. Va ricordato che il presidente Sandro Pertini sulle prime andò su tutte le furie quando seppe di questi “pasticci”, ma le ragioni di Stato determinate dalla telefonata dell’Eni fecero prendere altre rotte, comunque inique, anche se probabilmente egli non digerì mai gli sviluppi di questa storia; si sa, l’Italia è un paese che scopre spesso motivi per fare un’infinità di eccezioni a dispetto di regole marmoree.

Il fatto che il Getty Museum abbia restituito un pò di tempo fa reperti antichi di una certa importanza, potrebbe determinare una chiusura di fronte a questioni ancora più scottanti tra noi e gli amici statunitensi, come a dire: “vi abbiamo fatto contenti, ora non chiedeteci più nulla”. Il rischio che chiudendo determinati casi se ne vogliano chiudere molti altri a mio avviso è reale, o quantomeno è una minaccia per moltissime questioni aperte. Il rischio che non si vogliano far emergere del tutto fatti molto scottanti per non turbare trattative in corso su altri casi che preludono alla restituzione di antichità e opere d’arte, è altrettanto reale. C’è infine l'eventualità che la “buona volontà” dimostrata dai musei americani, dalle autorità oltreoceano e dalle istituzioni anglosassoni, in realtà serva anche da copertura su altri casi, con la precisa e solerte intenzione di chiudere “la partita” in modo definitivo il prima possibile.

C’è stata, negli ultimi tempi, anche un'altra appendice inquietante. In Calabria si parlava di “clonare” i Bronzi per gli usi rappresentativi più diversi. Le figlie del Fu Foti invece uscivano allo scoperto dicendo che ce le avevano loro stesse in eredità dal padre. Senza che nessuno sapesse nulla e senza nessuna autorizzazione ufficiale, Giuseppe Foti, contravvenendo alla legge, fece realizzare da una prestigiosa fonderia di Verona delle copie perfette dei bronzi. Sapete qual è stata la risposta di istituzioni locali e anche nazionali, attraverso la bocca del politico di turno? “Ah, che sorpresa, beh allora magari le compriamo!” Invece di cercare di capire perché, dove e come siano saltate fuori queste costosissime copie di cui nessuno sapeva nulla, i “nostri” le vogliono comprare…Chiamateli pure “dettagli trascurabili della faccenda".

Voglio fare una considerazione generale: le testimonianze di come le soprintendenze mercanteggino con amici o amici degli amici quando si trovano reperti archeologici, con l’intenzione di dare autorizzazioni alle imprese edili o bloccare i lavori a secondo delle “opportunità” o di altro, sono da sempre un costume nazionale, più spiccato al Centro-Sud, e le “malelingue” dicono che la Calabria non fa eccezione, anche se il fenomeno dei “tombaroli” appare in questa regione quantomeno più controllato. Per evadere un po’ da tutto il marciume che ci circonda voglio suggerire di cogliere l’occasione di una vacanza o di altro per passare qualche ora del proprio tempo a visitare i musei di Reggio Calabria, Locri, Crotone, Vibo Valentia, Nicotera, Catanzaro, Sibari, Cosenza, per citarne solo alcuni, data la straordinaria ricchezza e bellezza di queste collezioni. Fenix e il gruppo editoriale ad essa relativo è in prima linea nel fornire un informazione onesta su questi temi. Noi non prendiamo contributi statali per l’editoria, non siamo l’organo di stampa di qualche soprintendenza, e la nostra forza siete voi lettori, professori, appassionati e studiosi, che scelgono noi per la serietà, lo spirito di frontiera e l’onestà intellettuale che da sempre sono il nostro modo di ricambiare la vostra fedeltà. I Proci non ci hanno conquistato, e anche i nostri detrattori lo sanno.

Gino Pitaro


Intervista al Dott. Giuseppe Braghò di Gino Pitaro Vengo ricevuto dall Prof. Braghò in un pomeriggio invernale nella sua elegante e sobria abitazione di Vibo Valentia; il colto studioso, ricercatore e grecista mi accoglie con modi cordiali, amichevoli e vigorosi. Dopo aver gustato un corposo amaro, mentre siamo comodamente seduti nel soggiorno, comincia la mia intervista.

Gino P: Professor Braghò, partiamo da questa considerazione, forse un po’ banale: i Bronzi vengono ritrovati a 8 metri di profondità e a 220 dalla riva. A molti, reperti di questa entità, sembra anomalo che siano stati scoperti non distante dalla battigia, com’è possibile?

G. Braghò: La domande è pertinente, ma è più che possibile. In realtà durante l’inverno c’erano state delle violentissime mareggiate, che arrivarono fin sulla statale che costeggia Riace. Le mareggiate possono far affiorare dai fondali reperti e materiale di vario tipo, anche gradualmente nell’azione prolungata del tempo, e quindi anche spostarli, considerando pure che trattasi di statue di 2500 anni fa. Osservando il rilievo tecnico della costa, si può osservare come in zona vi era anticamente un approdo greco; sono moltissime e tutte plausibili le circostanze per le quali questi reperti erano lì, in transito e per gli scopi più diversi. Inoltre vicino c’era la colonia greca Kaulon (oggi Caulonia), uno degli insediamenti più importanti. Io personalmente ho raccolto testimonianze relativamente al fatto che, prima della stagione primaverile, i pescatori durante lo “strascico” con le reti avevano già notato e capito che c’era qualcosa, e questa è una finestra temporale dove possono essere accaduti trafugamenti o passaggi di informazioni. Già per disincagliare le reti qualcuno si era tuffato ed aveva pescato qualcosa…

Gino P: Cosa ci fa Stefano Mariottini, lo scopritore ufficiale dei Bronzi, in Calabria?

G. Braghò: Mariottini, com’è noto, è un chimico romano della Selenia, uno stabilimento lungo la via Tiburtina di Roma, e aveva sposato una donna del luogo, di Monasterace, un paese vicino Riace. Era un valente subacqueo ed aveva la passione dell’archeologia, non solo subacquea ma anche terrestre; lui veniva a mare e parcheggiava vicino alla famiglia Sgrò, umili abitanti del posto. Giuseppe Sgrò, Cosimo e Antonio Alì e Domenico Campagna, erano un gruppo di ragazzi che aveva la passione della pesca, figli di gente semplice che viveva con dignità, appunto. Mariottini però non aveva nessun motivo di andare a Riace, sei km più a sud, se non per queste voci sui bronzi. Il chimico inoltre frequentava tutto il litorale calabrese da molto tempo.

Gino P: Veniamo al dunque, cosa succede nei giorni del ritrovamento?

G. Braghò: Il giorno 16 agosto del 1972 nel primo pomeriggio, i ragazzi citati scorgono una boa, che riconoscono essere un corredo di Mariottini, anche perché allora nessun altro aveva attrezzature come quella del perito chimico, e credono si tratti di un modo per marcare una preda ittica o un’operazione di immersione per la pesca; si avvicinano anche loro, ma del Mariottini nessuna traccia. Il primo a tuffarsi fu Cosimo Alì, le acque erano torbide a causa del mare agitato dei giorni precedenti, e inoltre i ragazzi non avevano muta o attrezzature da subacqueo. Osservando il fondale scambiarono la statua per un “cavaliere romano", suggestionati da fantasie scolastiche, poi nel paese si diffuse l’idea che potesse essere una sorta di grazia divina, cioè il ritrovamento delle statue dei santi Cosma e Damiano…

Gino P: E quindi?

G. Braghò: Succede qualcosa di molto inquietante, i ragazzi si vedono e appurano la realtà delle statue, si recano il giorno dopo, il 17 intorno a mezzogiorno, al comando Spiaggia della Guardia di Finanza di Monasterace…ebbene, della loro dichiarazione fatta al capitano Enzo Rudatis e al brigadiere Luciano Bottalico non vi è nulla, è stata stralciata! Il capitano, su successiva telefonata dell’allora soprintendente alle antichità Giuseppe Foti, non adempie al suo dovere formale di tenere la deposizione dei ragazzi. Perché? Ma le vicende strane sono solo all’inizio, in quanto la deposizione di Mariottini è fortemente difforme dalla realtà del ritrovamento, come anche la successiva resa all’Ispettore della Soprintendenza Pietro Giovanni Guzzo. Stefano Mariottini non si reca subito alle vicine autorità competenti, ma si reca a Reggio previo giro di telefonate a vari personaggi come Enrico Natoli, guarda caso cugino del soprintendente, che lavorava nel settore della sanità, e Alcherio Gazzera docente di Storia dell’Arte a Siderno, successivamente preside, parente acquisito del Mariottini che ne aveva appunto sposato la nipote, intenditore di storia, arte e antichità, poi sorpreso 11 anni dopo per avere illegale possesso di beni di pregio e valore antico. Saputo che il luogo del ritrovamento non era più un mistero, Mariottini “mobilita” queste conoscenze per arrivare al soprintendente delle antichità Giuseppe Foti. Invece di andare alle autorità adiacenti, guadagnando tempo, il subacqueo fa un giro lungo e tortuoso di parenti e amici dei parenti.

Gino P: Perché?

G. Braghò: Era necessario avere il controllo della situazione. Era evidentemente importante che gli attori di questa vicenda fossero quelli che sono stati e non altri. Non solo, riguardo la sera del 16 agosto, vi sono molte testimonianze dove Mariottini viene osservato assieme ad altri che con attrezzature e corde svolge delle operazioni sul luogo del ritrovamento, tanto da fondere il motore della sua imbarcazione…La verità è che scoperte le statue, essendosi sparsa la voce, forse si pensa che l’“affare” possa sfuggire di mano, quindi il subacqueo si rivolge agli amici, ma è possibile che anche precedentemente vi sia una regia precisa, o comunque che i trafugamenti ci siano stati prima, durante e dopo il recupero dei bronzi. Guarda caso molti reperti in casa di Alcherio Gazzera sono della stessa epoca dei bronzi…che coincidenza!

Gino P: La denuncia fatta con il Mariottini presenta forti difformità, ce le vuole illustrare?

G. Braghò: La denunzia ufficiale fatta al Soprintendente Giuseppe Foti parla di gruppo di statue di cui si vedono le due emergenti. E’ evidente che, operando il distinguo, “gruppo” non è sinonimo di “due”, inoltre si scrive di statue prive di incrostazioni, ma nel Bronzo A è evidente la forte presenza delle concrezioni marine, dunque qual è l’altra statua priva di incrostazioni a cui si riferisce Mariottini? Si descrive poi chiaramente uno scudo… Si dice poi “gamba sopravanzante”, ma quella dei bronzi è ripiegata, e nessuna delle due statue è a braccia aperte come viene scritto. Il “Satiro di Mazara del Vallo”, per esempio, è con gamba sopravanzante. Trattasi di dichiarazione redatta da Foti, che, da persona esperta e competente, conosceva bene le parole opportune da usare; il linguaggio non è certo quello del Mariottini. Questa dichiarazione è rimasta sempre ben chiusa e assai poco “maneggiata” (in basso è visibile il documento originale).

Gino P: Le stranezze finiscono qui…

G. Braghò: No, anzi non finiscono proprio, poiché gravi difformità sono presenti nel verbale di recupero dell’Ispettore della Soprintendenza Pietro Giovanni Guzzo, dove si parla di elmi mai trovati…relativamente a una seconda statua si scrive "anch’esso barbato e con elmo”, e difformità vi sono nei verbali della “Legione Carabinieri Subacquei di Messina” sulla posizione dei bronzi rispetto alle altre dichiarazioni. Fino al verbale dei carabinieri del giorno ventiquattro agosto una statua è adagiata sul fianco e un’altra sul dorso, poi appunto il ventiquattro agosto scopriamo che i santi Cosma e Damiano, venerati nella zona, avevano fatto un “miracolo”, perché ciò che vedono i carabinieri è una statua in posizione supina e un’altra prona, insomma una si è spostata dalla posizione di fianco e si è messa di spalle rispetto alla nostra osservazione…e tenga presente che il tempo è stato ottimale per svolgere queste operazioni e che le statue apparivano ben salde sul fondo, oltre al fatto che succede un fatto curioso nella dinamica del ritrovamento…

Gino P: Quale?

G. Braghò: Appena stilata la denuncia di Mariottini giorno 17, Giuseppe Foti, soprintendente e numero uno alle antichità della Calabria, parte immediatamente per una “crociera”. Qual è lo studioso, il dirigente e l’archeologo che, di fronte a una scoperta così eccezionale, si defila immediatamente? E, fatto ancora anomalo, incarica l’allora giovane ispettore Guzzo della non vicinissima Sibari di seguire la vicenda, il quale arriverà sui luoghi della scoperta non prima di un giorno e mezzo dalla denuncia fatta a Foti alle ore 8:30 del 17 agosto…pare…E’ tutto costruito per creare un’assenza di fatto, come a dire: se avranno rubato, la colpa non può evidentemente essere di chi è stato lontano e assente, ma solo dei presenti. In questo modo Foti mantiene lo stesso un’indiscutibile importanza, dato anche il suo ruolo istituzionale, e nel contempo si toglie di mezzo dai luoghi del misfatto.

Gino P: Lei ha raccolto testimonianze?

G. Braghò: Si. Testimonianze di prima importanza sulla reale dinamica dei fatti, e cioè l’effettiva denuncia fatta a Monasterace (paese vicino Riace) da parte dei ragazzi e molto altro, come il trafugamento di scudo e lancia, ma c’è molto di più. Testimonianze rigorosamente registrate e documenti intatti che inchiodano la realtà delle cose. Io non mi fermo. Ci sono i documenti ufficiali che nessuno prima di me aveva voluto o potuto vedere; quando cominciai a fare delle ricerche fui il primo ad avere la possibilità di visionarli, probabilmente anche perché ci fu un momento di transizione tra Elena Lattanzi, la soprintendente successa a Foti, con la nuova nomina, circostanza che considero significativa. Si chieda anche come mai la soprintendente, vedendo queste difformità, non abbia mai disposto un’inchiesta, e, se per assurdo non ne fosse mai venuta a conoscenza, si domandi perché una persona che occupa un ruolo così importante, con le statue greche più belle al mondo, non abbia mai avuto voglia di consultare i documenti di reperti così eccezionali, avendoli sempre a portata di mano. In realtà tenevano i documenti ben protetti ed impedivano a chiunque di avvicinarsi. Io appunto capitai lì in un momento di transizione in cui la Lattanzi era andata in pensione e vi era la reggente Dott.ssa Annalisa Zarattini.

Gino P: Mi viene da pensare “la solita cricca”…

G. Braghò: Veda un po’ lei…ma la Dott.ssa Annalisa Zarattini ha avuto l’onestà, le competenze e la voglia di andare a fondo…poi prontamente spostata dal suo incarico in Calabria…C’è un aspetto particolarmente significativo che capita nel 1981: il giornalista Rai Franco Bruno riceve visita dai Carabinieri, che acquisirono formale deposizione; un magistrato di Locri operò una sorta di fermo provvisorio, esigeva che rendesse manifesto il nome di un presunto mediatore per i reperti trafugati nell’area dei bronzi, il quale si era rivolto al giornalista tramite un avvocato. Il mediatore per lo scudo, lancia e altro diceva che aveva ricevuto poche lire da emissari o personaggi comunque collegati al Getty Museum…Intervenne a sostegno di Franco Bruno un difensore delegato dalla RAI, il quale con scrupolosità convinse l’inquirente di come il suo assistito non fosse tenuto a rivelare l’identità della fonte e lo lasciò andare…

Gino P: Com’è possibile? Si apre un inchiesta su eventuali trafugamenti e poi non se ne seguono le fonti o le tracce evidenti?

G. Braghò: Eppure i fatti sono questi. Franco Bruno riceve queste dritte, poi si apre un’inchiesta con competenza alla procura di Locri. Il testimone è attendibile e poi ci sono delle bobine dove sono registrate delle conversazioni scottanti.

Gino P: Che fine hanno fatto queste bobine?

G. Braghò: Lei deve sapere che su questa faccenda dei Bronzi oggi ci sono fondamentalmente due inchieste, una interna da parte del ministero dei beni culturali e l’altra dal Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

Gino P: Si, ma le bobine?

G. Braghò: Sono bobine dell’epoca che sono oggetto di un attento recupero da parte delle autorità competenti. Franco Bruno vide anche due foto fornite dal mediatore: una di uno scudo coperto da concrezioni marine e l’altra di una lancia spezzata. Erano foto inequivocabili, e il personaggio “locale” disse appunto che fu raggirato dal Getty poiché dovevano dargli altro denaro. Guarda caso egli girò liberamente proprio perché nessuno voleva entrare in questi impicci, e anche la sua identità è rimasta celata ai più, ma parte della magistratura e forze dell’ordine lo conoscono bene…ora è da un po’, mi si dice, che non si vede in giro…

Gino P: Ma quanto tempo è passato da questa inchiesta?

G. Braghò: Più di un anno, ma su scudo e lancia esistono diverse testimonianze.

Gino P: Non sarebbe ora che si sapesse quindi qualcosa di più?

G. Braghò: Evidentemente è un’inchiesta scomoda, che tocca tanti personaggi, e sa com’è in Italia, la legge è inflessibile sulle piccole cose o nei confronti di cittadini normali, invece, quando si toccano interessi grossi, si scoprono motivi di “opportunità” che rendono plausibile tacere o “procedere diversamente” su crimini e misfatti, quindi, di fronte all’evidenza delle prove e non potendo soprassedere, le cose rimangono bloccate in una sorta di limbo della giustizia….quando va bene… Le faccio io una domanda: è possibile che io chiamo tutti ladri, viene pubblicato sui giornali, lo affermo anche in occasioni pubbliche, lo scrivo e non ricevo nessuna querela? Cosa le fa pensare questo?

Gino P: Mhhh…mi viene facile pensare che nessuno fa nulla perché se accetta il confronto si tirano fuori carte e testimonianze scomode, e che quindi non conviene ai protagonisti di questa storia rimestare acque torbide…

G. Braghò: Esatto. Guardi che per questa storia sono stato avvicinato da firme importanti del giornalismo italiano, alcune volte accompagnati da personaggi vicini ai servizi segreti, e tutti hanno avuto timori perché oggi la stampa non è paladina della verità, ma serva del potere.

Gino P: Io sono un semplice giornalista…

G. Braghò: Bene, guardi che la sua è un’affermazione impegnativa, poiché io da filologo attribuisco a questa parola il significato di “schietto”, “franco”, quindi mi auguro che lei sarà sempre degno di questa sua affermazione.

Gino P: Ci dica qualcosa di più per i lettori di Fenix…

G. Braghò: Dietro il ritrovamento di scudo e lancia, oltre che anche di un terzo bronzo, quello di cui si possono supporre le braccia aperte e gamba sopravanzante, c’è una pista che conduce appunto negli USA, verso un’importante famiglia statunitense, i Bush, che erano in grandi rapporti di affari e di amicizia con Paul Getty, basti pensare che riguardo la vicenda che vede protagonista il giornalista Franco Bruno, la magistratura e le forze dell’ordine partono decisi con l’indagine sul giornalista in quanto persona informata dei fatti, poi arriva una telefonata di un importante dirigente dell’ENI al Presidente della Repubblica che placa tutto. Bisogna tener conto che le grandi fondazioni come il Getty Museum fanno parte di consorzi di capitali e di società che hanno anche grandi interessi nel mondo del petrolio e dell’industria…ci sono anche testimonianze e evoluzioni di questa vicenda molto interessanti… La telefonata a Pertini da parte dell’ENI potrebbe confermare un quadro indiziario: l’ENI rappresenta il petrolio per l’Italia e Paul Getty aveva colossali interessi nel mondo degli idrocarburi…il resto lo lascio alla sua immaginazione.

Gino P: Quindi li ha il Getty le antichità trafugate?

G. Braghò: No, il Getty ciò che ha espone, non usa tenere nei magazzini reperti perché è rischioso, ma anche perché i musei americani sono affamati di antichità, e tutto ciò che è in loro possesso lo mettono in evidenza.

Gino P: Però queste fondazioni, queste istituzioni, curano magari delle attività collaterali?

G. Braghò: Si, questo si, e poi nel caso specifico ci sono delle missive che provano la conoscenza di reperti di questa tipologia e provano quantomeno un certo modo di affidarsi a strumenti di questo tipo. (esistono missive del Getty Museum e del Metropolitan Museum, che costituiscono la prova di trattazione di reperti, come, in generale, diversi altri documenti di mercanti d’arte, nda).

Gino P: Non sembra tutto ciò un po’ curioso alla luce dei fatti che il clan Bush, specie l’ultimo presidente, siano stati sotto tiro per le loro politiche fallimentari e le accuse di essere strumenti di una concezione perversa del potere. Insomma…in Italia una volta si diceva che era sempre colpa di Andreotti, oggi invece c’è la “staffetta” Berlusconi-Prodi, e, su scala globale, è sempre colpa dei Bush o di gente a loro vicina…

G. Braghò: E’ solo una coincidenza, una circostanza. Guardi che allora George Bush senior era stato per un anno capo della CIA e ricopriva un ruolo molto significativo, possedeva inoltre un’importante compagnia petrolifera, la Bush-Overby Development Co. L’ex presidente era in ottimi e proficui rapporti di affari e di amicizia con Paul Getty, che a sua volta li aveva con l’ENI; le informazioni che in “casa bush” in Texas ci siano una parte dei reperti l’ho ricevuta da una certa autorevole persona. I reperti pervennero a lui durante il suo mandato di vicepresidente di Ronald Reagan. Ancora questa evidenza non la posso dimostrare, e naturalmente è compito delle autorità competenti, ma il quadro di indizi c’è. A parte questo, purtroppo per molti protagonisti dell’ “affaire dei bronzi” non ci sono solo significativi indizi, ma prove che dimostrano forti incongruenze con la realtà dei fatti.

Gino P: Nasce una causa per la “paternità” della scoperta fra i ragazzi e Mariottini…

G. Braghò: Si, e la vince Mariottini che porta una montagna di carte sorretto da adeguata assistenza legale. I ragazzi possono contare solo su “bravo avvocato di paese con studi a Roma” e non hanno niente in pugno, ma la cosa particolare è che Mariottini vince la causa non presentando il documento forte, cioè la prima dichiarazione resa a Foti, ma bensì la lettera che Foti manda al comando generale dei Carabinieri a Roma, a ringraziamento delle attività svolte, facendo riferimento in una frase le parole “in seguito a segnalazione del rinvenitore ricevuta il 16 agosto”, unica delle sei lettere di ringraziamento a istituzioni varie a contenere questo dettaglio.

Gino P: Mi scusi, ma a nessuno dei giudici era venuto in mente di andarsela a vedere un attimo questa “segnalazione del rinvenitore”? In fin dei conti questa lettera è un documento che fa riferimento alla prima dichiarazione ufficiale…

G. Braghò: Non ne erano obbligati, dovevano solo giudicare in base alle carte e lo hanno fatto doverosamente.

Gino P: …Ma per una disputa così importante non sarebbe stato opportuno farsi mandare almeno fotocopia di questa dichiarazione? Insomma, si tratta di andare un po’ a fondo, non di fare chissà quale investigazione…Io lo trovo un errore procedurale. E se c’era stato uno smarrimento del documento? Ciò avviene anche per atti protocollati e infatti se ne pagano le conseguenze. Chi ha detto ai giudici che cosa c’era scritto effettivamente nella dichiarazione a Foti se non l’hanno letta? Se un documento X fa riferimento al principale documento Y, io voglio vedere anche il documento Y! Tutto qui…

G. Braghò: Il suo non è un ragionamento sbagliato, ma i giudici hanno solo valutato le carte, e nessuno ha fatto altra richiesta. Ognuno faccia le sue considerazioni. A nessuno era venuto in mente che ci potessero essere difformità così plateali, e chi lo sapeva non aveva nessuna intenzione di agitare le acque. Certo, se i giudici avessero avuto in mano il primo documento e altro…probabilmente sarebbero rimasti basiti e avrebbero preso in considerazione diverse possibilità. Dovevano giudicare dalle carte e lo hanno fatto secondo giustizia. Diciamo pure così.

Gino P: Ed Enzo Rudatis? Il Capitano della Finanza dove si rivolsero i ragazzi il 17 agosto?

G. Braghò: Sa com’è…se vengono stralciate le carte del verbale e non si cercano testimoni di quell’avvenimento o nessuno vuol testimoniare c’è poco da fare. Ci potrebbero essere sviluppi importanti in tal senso…molto altro affiora dai mari delle memorie e del vissuto, ma non mi faccia dire di più…ci sono due inchieste...io sono un ricercatore e uno studioso. Il compito di procedere a certi tipi di risoluzioni spetta alle forze dell’ordine e della magistratura (foto esistenti riportano la lettera che Rocco Alì, padre dei due fratelli, spedisce al Soprintendente Foti, non otterrà mai risposta, nda)

Gino P: I Bronzi sono stati chiamati A e B, con assai poca fantasia. Non è che siano state reclamizzate poco le varie ipotesi per evitare un’identificazione scomoda? Magari se ci fosse stato immediato credito alla loro reale identità questo avrebbe incentivato ipotesi su eventuali altre statue, altri reperti, anche trafugati.

G. Braghò: Non è probabile perché effettivamente non è stato facile fare delle ipotesi fondate. Paolo Moreno, professore di Storia dell’Arte Greca e Romana all’Università di Roma-Tor Vergata, ha identificato le statue in Tideo (il giovane) e Anfiarao (il vecchio), che farebbero parte del gruppo dei “Sette contro Tebe”. Il Bronzo A è stato lavorato ad Argo, dato che la terra di fusione all’interno delle cavità, conseguentemente alle analisi chimiche e mineralogiche, è risultata identica a quella di quest’area. C’è un tempio ad Argo con un podio semicircolare e le iscrizioni dei 7, poi ci sono anche gli Epigoni, i continuatori che riscattarono la sconfitta (per conoscere questi episodi mitologici, basta fare qualsiasi ricerca su internet). C’è anche un altro dettaglio: il greco Pausania disse di aver visto nella piazza principale di Argo un monumento ai “Sette a Tebe”; egli aveva appunto redatto tra il 160 e il 177 d.c. una sorta di quella che oggi chiameremmo “guida turistica”, inoltre l’iconografia di Tideo e Anfiarao corrisponde a quella delle statue A e B. Poi sa, i tempi, i mercanti, le navi greche, romane…i motivi per cui potevano trovarsi o passare da Riace sono tanti e tutti plausibili. Bisogna aggiungere però che sui basamenti relativi al tempio citato i Bronzi non trovano nessuna corrispondenza ai punti di ancoraggio, e ciò, se non è necessariamente una debolezza per questa teoria, sicuramente pone degli interrogativi. L’autore di Anfiarao è probabilmente Alcamene, mentre per Tideo è Agelada. Sui Bronzi c’è anche l’ipotesi di Castrizio, fra le altre…

Gino P: Mariottini che ruolo ricopre oggi?

G. Braghò: Bisogna tornare in terra di Enotria (Calabria). Maria Teresa Iannelli è direttrice del Museo di Vibo Valentia, ispettrice di un vastissimo territorio, responsabile dell’Archeologia Subacquea della Calabria, e riguardo a quest’ultimo aspetto bisogna dire che Mariottini su investitura della Iannelli ha fatto parte di varie operazioni di archeologia subacquea, con un incarico di collaborazione per oltre 20 anni. Ha svolto mansioni riservate ai professionisti sotto forma di “prestazioni gratuite di volontariato”, e ha ricevuto compensi di “rimborso spese” che sono agli atti! La legge non consente ai volontari appassionati, con brevetto per immersioni sportive, di potersi sostituire in alcun modo e in nessuna mansione secondaria all’archeologo subacqueo. E’ il ministero che addestra l’archeologo subacqueo con corsi severi e costosi, e queste figure professionali sono sempre a disposizione delle soprintendenze che ne fanno richiesta. Dopo questo piccolo scandalo Mariottini continua a fare l’“archeologo” per conto della soprintendenza, seppur oggi con un territorio di competenze più limitato, e le sue opinioni sono agli atti come consulenze professionali; assurdo, o forse no se ricostruiamo i fatti del passato, cosa ne dice?

Gino P: …Mariottini si fa intervistare?

G. Braghò: No, si è trincerato. Io non intendo fare la guerra a Mariottini o ad altri, ma semplicemente amo la verità.

Gino P: Torniamo ai Bronzi…se uno dei bronzi, secondo la descrizione resa dal Mariottini, aveva ancora uno scudo al braccio, non si dovrebbero osservare dei segni di forzatura o qualche indizio?

G. Braghò: Eh certo, infatti osservi pure le foto…Per esempio i fori non sono incrostati e avrebbero dovuto esserlo (ci sono diverse foto dei Bronzi appena recuperati, nda)

Gino P: Torniamo ad oggi, sono state fatte ulteriori indagini?

G. Braghò: Una missione italo-americana aveva evidenziato significative e numerose anomalie metalliche sul fondo che richiedono ulteriori approfondimenti. Su parere “tecnico” del “Mariottini” si era deciso di non procedere subito…

Gino P: E adesso?

G. Braghò: La situazione ha preso una piega grottesca. Ricevo mesi fa foglio di comunicazione dove vengo inserito, con tanto di numero di telefono per facilitare i contatti, tra un gruppo di persone incaricate di procedere per una operazione di ricerca sui fondali, anche se il mio ruolo era informale; ci sono fra questi esponenti del Ministero la Dott.ssa Silvana Rizzo, referente di Rutelli, il Prof. Claudio Moccheggiani Carpano, esperto e valente archeologo subacqueo, oltre ad altre autorità competenti. Ebbene, ci mettiamo d’accordo per una tale data e succede che loro si recano giorni prima senza avere l’accortezza di telefonarmi. Se pure io avessi capito male la data in cui dovevamo riunirci a Riace per procedere con queste operazioni, cosa altamente improbabile, non si capisce come mai io non abbia ricevuto alcuna telefonata, essendo stato messo il mio nome e il mio numero di telefono in un foglio di comunicazione ufficiale del Ministero dei Beni Culturali! Ci mancherebbe solo di sentirsi rispondere che “non ne erano obbligati”. Questa nuova necessità di tenermi in disparte dagli sviluppi non depone bene sull’intera faccenda, e, naturalmente, è ovvio che è un intento destinato a fallire perché prendo le mie contromisure, faccio le mie ricerche, e naturalmente gli amici della giustizia e di una corretta informazione, come voi di Fenix, esistono.

Gino Pitaro

SEGNALO IL LIBRO "FACCE DI BRONZO personaggi & figuranti a Riace" di Giuseppe Braghò, con un ricco corpus fotografico e documentale, edito da Pellegrini Editore www.pellegrinieditore.it




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