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0000-00-00 - Roma
“IL RESPIRO DI ROMA, SALVIAMO I NOSTRI ALBERI”

Incontro promosso da “La vita degli altri”, ONLUS



27 gennaio 2009
Casa del Cinema - Roma

Io parlerò solo del Pincio (con qualche segnale indiretto verso Villa Borghese) perché condivido l’opinione di Margherita D’Amico che ha voluto a tutti i costi quest’iniziativa e l’ha preparata con emozionante determinazione accompagnandola con queste parole: “sarebbe interessante e moderno organizzare una vera e propria operazione per affrontare la questione Pincio-Villa Borghese nel suo complesso, capace di identificare una campagna che in caso di successo funzionerebbe da esempio e progetto pilota”. E penso anch’io, come la nostra Margherita, che se allacciamo insieme la storia e la vita, se dimostriamo passione e offriamo soluzioni, la gente s’innamorerà. Forse meno i politici, ma sollevare il sentimento popolare ha comunque valore.
* * *
Il Pincio: giovedì 22 gennaio, con Bruno Filippo Lapadula da Piazza del Popolo su per le volute delle due prime rampe. Parlando con lui, storico e studioso del Pincio e del suo giardino, molte scoperte e molti progetti. Poi domenica 25 gennaio, 48 ore fa, ho fatto da solo una ricognizione accurata. Ho incontrato Paolo Berdini che ci farà vedere le fotografie che ha fatto, e che parleranno più delle mie parole. Ho percorso il marciapiede di sinistra di Viale Trinità dei Monti, da Villa Medici sino al Belvedere Cairoli. Poi sono salito alla Casina Valadier, da lì a Piazzale Napoleone I, poi tutto il Giardino, fino all’Orologio ad acqua e al cavalcavia che continua in Viale delle Magnolie. Poi, raggiungendo il cancello Pincio di Villa Medici, sono sceso passo passo lungo il Viale Mickievicz e poi lungo le spirali del Viale Gabriele D’Annunzio, fino all’angolo del Caffè Canova in Piazza del Popolo. Un disastro. Come prima del 10 settembre 2008. Solo le fontane, che allora quasi tutte non buttavano acqua, ora hanno l’acqua. Anche l’Orologio ad acqua inventato nel 1867 dal padre domenicano Giovan Battista Embriaco, che aveva sospeso il suo ritmo per i lavori del Supergarage, ha ripreso. Seppure avanti di tre ore sull’ora esatta. Per tutto il resto, nada de nada. Peggio, per il tempo trascorso inutilmente da quel giorno di settembre, quando il sindaco Gianni Davide Alemanno, all’inizio del suo mandato, ha detto no allo sventramento del Pincio per ricavarne il Supergarage deciso dal suo predecessore Veltroni.
Nelle due prime rampe da Piazza del Popolo è rimasto un solo albero. Scomparsi gli olmi, meno uno, in salita appunto. Scomparsi tutti i lecci verso Santa Maria del Popolo, in discesa. Non c’è più la statua di Dioniso sdraiato nella prima fontana addossata al muro dell’Hotel de Russie. La balaustra della seconda “prospettiva del Pincio” è sfondata da molti anni ed è ancora chiusa da un telaio di tavole, tra la prima e la seconda delle statue, i Prigioni con il cappello frigio, che decorano la balaustra. Scomparso sulla grande curva che si affaccia sui propilei del Canina il guerriero greco con spada e fodero. Rovesciato il cubo di marmo su basamento di travertino, cippo stradale dell’ultima curva. Scomparsi i cancelli dal lato Canova, statua dell’Estate, e dal lato statua della Primavera e Santa Maria del Popolo. Egualmente scomparsi i cancelli di fronte a Villa Medici sulla curva di San Sebastianello. Le opere murarie che segnano i tornanti sono zuppe di umidità e senza intonaco. I sentieri slabbrati, le Rocailles incomplete, il Roseto ai piedi della Casina Valadier distrutto, alcune panchine in travertino divelte, vari busti decapitati, tra questi Plinio il Vecchio. La torre dell’acqua circondata da una serie di gonfiabili sgargianti, dedicati al Bob per le discese e ai Saltarin per il trampolino, e completati dal cavallo di cartapesta, Fulmine, pronto a dare, dimenandosi, emozioni da rodeo.
Poco più in là ecco la maestosa gibbosità di plastica per contenere centinaia di coperti in più (perché tornino i conti della gestione attuale della Casina Valadier) nel gazebo per grandi rinfreschi e matrimoni, il tutto sovrapposto, lato sud, senza imbarazzo al disegno neoclassico della Casina Valadier, già seviziata da infissi anodizzati. Le statue di benvenuto della città, il duo SPQR alla porta di Villa Medici, con i poveri torsi smembrati sui due basamenti di travertino. Il busto di Garibaldi, beato lui il Nizzardo, l’unica edicola curata del Pincio, avvolto in uno chador di ciclamini. E, soprattutto, dopo 139 giorni dalla decisione di bloccare il cantiere e salvare il Pincio, il bandone verde, altezza muro di Berlino, del cantiere ATAC – Cerasi, è ancora lì come allora, con le quattro palme alte e staccate sulle loro piccole zolle, e tutto il resto come un anno fa, quando fu aperto. Tutto fermo da mesi, ancora tutto lì, tutto tale e quale al gennaio 2008. Anche il bric a brac degli extra comunitari. Tutto immobile e già un po’ corroso.

Inserisco una considerazione generale e poi riprendo concludendo sui punti specifici. La storia del Pincio, dal settembre 2008 ad oggi, trasmette ai cittadini romani e non romani un malessere: perché quella decisione giusta e popolare che ha comunicato speranza, è vissuta ora come un segnale che, invece, in città ci sono solo emergenze. Si vive di giorno in giorno, con gli incubi della violenza, degli stupri, dei campi rom fantasma, delle lapidi contestate, del vandalismo. Una decisione coraggiosa che i romani avevano vissuto come un impegno ottimista, fattivo, luminoso, quello di riavere presto il loro grande parco giardino Pincio e Villa Borghese in perfetta forma, non ha avuto seguito. In fondo, sul Pincio la città aveva apprezzato il no opposto alla invincibile Armada che, assieme al suo Sindaco, aveva affrontata e piegata.



La proposte:
1- Piano di recupero corrispondente alla durata dell’attuale legislatura comunale, con crono-programmazione per tutte le opere di restauro e conservazione del verde, delle statue e degli edifici.
2- Ripristinare, la sera dopo le ore 21.00, la chiusura dei cancelli lì dove vi sono ancora le garitte e i locali del Posto di guardia dei veterani a cui era affidata la protezione notturna del Pincio e del suo giardino, con eguali cancelli a Villa Medici e al Cavalcavia dove inizia il Viale delle Magnolie di Villa Borghese. Estendendo così a Roma le regole contro il vandalismo e per la sicurezza adottate dai maggiori giardini nel mondo, da Londra, da Parigi, a Singapore, a Istanbul e a Smirne.
3- La sorveglianza, affidata nelle ore notturne a una pattuglia mobile dei Carabinieri e nelle ore diurne ai Vigili urbani.
4- La manutenzione da affidare a personale specializzato, giardinieri e operai, idraulici e capomastri, in continuo movimento durante la giornata da un punto all’altro del vasto complesso.

Studiare la possibilità di ripristinare un Padiglione musicale all’aperto con copertura, tenendo conto della lunga esperienza dell’antica Rotonda in ghisa, allora riservata solo alla musica delle Bande.

Preparare e sottoscrivere convenzioni con l’Università di Roma, Sapienza e Torvergata; con l’Università agricola della Tuscia, con la Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia, con molti vivai, anche privati, romani e nel Lazio, riorganizzando a Porta Capena la benemerita scuola di giardinaggio, e negoziando con l’Accademia di Francia, nella persona di Frédéric Mitterand, suo nuovo Direttore, una prima sperimentazione di osmosi tra il Pincio e il magnifico giardino di Villa Medici e alcuni dei suoi programmi aperti al pubblico.

In questo ipotetico scenario di avviamento, Italia Nostra sin d’ora auspica che nasca una libera e autonoma Consulta composta da un pool di Associazioni valide, affidabili e, come raccomanda Margherita D’Amico, “il meno capricciose possibile, rispettando necessariamente spirito e intenti”.

Per oltre cinquant’anni vi sono stati tentativi di rilanciare e salvare Villa Borghese e il Pincio: il primo Convegno di Italia Nostra indetto dalla Sezione romana risale al 24 novembre 1960 e si svolse nel ridotto del teatro Eliseo, con relazioni e proposte di Paola della Pergola, allora Direttrice della Galleria Borghese, del Professor Leonardo Benevolo e dell’Architetto Vittoria Calzolari, elaborando un piano ancora oggi di straordinaria attualità. Ripreso quel piano nel 1996 da “Quattro proposte per Villa Borghese” con una Mostra aperta alla cittadinanza. Infine è iniziato l’annunciato Censimento delle aree verdi in consegna e in manutenzione al Comune mediante tecnologia GIS nel luglio del 2000, ma nove anni dopo constatiamo che quel Censimento non si è mai concluso. Mezzo secolo di ipotesi alte e di scelte, invece, al ribasso imposte dal traffico e dalla mobilità malata di Roma, e dalla disinformazione storico culturale e paesaggistica.
Un paese, il nostro, che ha, negli anni recenti, conosciuto i lavori e le passioni di Pietro Porcinai, Ippolito Pizzetti, Raffaele De Vico, Gae Aulenti, Paolo Peyrone, Franco Zagari, Russel Page, per ricordare solo una parte dei Maestri e dei creatori dei giardini italiani del Novecento, deve, ripeto deve, salvare e riportare a grandezza lo straordinario complesso rappresentato da Piazza del Popolo e dal Pincio con il suo giardino e da Villa Borghese.
Questo è il senso, per me, della giornata del 27 gennaio 2009 qui nella Casa di Villa Borghese.

Se malauguratamente, per una diserzione del Comune di Roma, diserzione che io considero impossibile, sia per le volontà politiche e culturali annunciate sia per la perdita certa, in tal caso, dell’evidente beneficio elettorale raccolto, se si dovesse constatare una diserzione dalle condizioni mature e ormai favorevoli, e a questo programma, a cui lo Statuto di Roma capitale fornisce una interessante coincidenza anche finanziaria, non verrà dato seguito, sorgeranno anche a Roma i green guerrrilla groups, che con le tesi di Sungu Eryilmaz, “Recicling the city: the use and reuse of hurban land”, e le tesi estreme del paesaggista filosofo Gilles Clement, “Il giardiniere planetario”, divulgate in Italia da M. Pasquali e F. Marzotto-Caotorta, “Gli orticelli spontanei di Manhattan” con le edizioni di Donzelli Bollati e Boringhieri, e divulgati da D. Fazio, “Giungla sull’asfalto. La flora spontanea delle nostre città”, avanzerebbero sulla scena come ultima ratio. Un movimento interessante, ma di radicale contestazione, potrebbe diffondersi a Roma, dove si può ancora, invece, salvare tutto o quasi tutto. Anche se, proprio ieri, Bruno Filippo Lapadula mi ha informato che è stata espiantata l’ultima Palma del grande spartitraffico di Piazza Venezia, e che poco dopo al primo Municipio gli è stato detto: «No, per carità, gli alberi sono un problema: piantarli, potarli, cadono foglie, cadono frutti. Chi pulisce? Non ci sono soldi e non ci sono addetti».
Carlo Ripa di Meana





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