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Sulla riforma del Mibac
2007-10-20
ITALIA NOSTRA

OSSERVAZIONI DI ITALIA NOSTRA ALLO SCHEMA DI “REGOLAMENTO DI ORGANIZZAZIONE DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI” APPROVATO IN VIA PRELIMINARE DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI E TRASMESSO AL PRESIDENTE DEL SENATO PER L’ESPRESSIONE DEL PARERE DELLA COMPETENTE COMMISSIONE.

1. Diremo subito, anche a paragone dei motivati rilievi critici suscitati dal vigente assetto regolamentare e dalle prove da esso date nella prassi applicativa, che non è agevole riconoscere la idea guida che ha ispirato la proposta del nuovo regolamento, né può dirsi che da essa emerga con evidenza una compiuta e coerente strategia di tutela. Se la soppressione dei dipartimenti sembra corrispondere alla esigenza di semplificazione ed alleggerimento nelle strutture operative centrali, questa esigenza è invece contraddetta dalla conferma della moltiplicazione delle direzioni generali pur se attuata attraverso assai discutibili disarticolazioni e nuovi accorpamenti per materie. Al ripristinato ruolo del segretario generale (che “opera alle dirette dipendenze del Ministro”) è attribuito il compito di assicurare coordinamento e unità di indirizzo all’azione amministrativa, funzione quindi eminentemente amministrativa, che sarà quindi affidata per linee esterne a prescindere dalle competenze tecnico-scientifiche nel merito della tutela (un passo verso il modello dell’agenzia, sull’esempio di quelle del territorio e delle entrate?). Sicché a ben vedere ne risulta rafforzato l’assetto burocratico piramidale con tensione centripeta e rigidi vincoli gerarchici nei confronti della trama diffusa degli organi che esercitano le effettive funzioni di tutela, le soprintendenze (ridotte, come più oltre si osserverà, a mera “articolazione delle Direzioni Regionali” - art.17- costruite come struttura di appesantimento burocratico). 2. Rimangono dunque ben nove le direzioni generali, perché, all’ingiustificato sacrificio dell’autonoma direzione per i beni storico-artistici ed etnoantropologici (accorpata a quella per i beni architettonici in posizione di obbiettivo subordine), corrisponde la scissione in due distinte direzioni di “servizi generali” e “bilancio”, mentre la tutela del paesaggio è annessa alla direzione per l’architettura e l’arte contemporanee. Con il risultato che, nell’economia complessiva e nei nuovi equilibri degli uffici dirigenziali centrali, le più qualificanti competenze di merito corrispondenti alla tipologia dei beni dell’art. 9 della Costituzione (il nucleo essenziale del ministero!) assumono un ruolo per certo inadeguato, configurate, come sono, con il medesimo (se non minore) rilievo e poste al medesimo livello di quelle prettamente strumentali, amministrative (di cui agli artt. 4 e 5) e per diverse tipologie di attività come cinema e spettacolo dal vivo. 3. Già Italia Nostra colse l’equivoco concettuale sul quale si fondava la attribuzione al ministero per i beni culturali del compito genericamente descritto come di promozione della qualità nella produzione della architettura di oggi, che, se esige la creazione di una apposita struttura burocratica di ufficio centrale, si espone al rischio di una indebita interferenza nella libera espressione dei nuovi modi del costruire (se il ministero si fa giudice della qualità). Questo equivoco non è stato privo di gravi ricadute nella prassi degli interventi nei centri storici (e perfino sui singoli monumenti), dove, contro la moderna cultura del risanamento conservativo e del restauro urbano, sono stati promossi inserti radicalmente innovativi, la cui qualità si vuole garantita dalla mano sapiente dell’architetto di indiscusso prestigio nell’agone professionale internazionale (e Botta ha potuto duplicare il volume della “Scala”, contro lo stesso piano regolatore; Mayer ha soffocato, in disturbato, le chiese di San Rocco e San Girolamo degli Illirici; Arata Isozaki applicherà nel retro della fabbrica del Vasari (la nuova uscita degli Uffizi) una reinventata Loggia dei Lanzi). Ma, in luogo di sopprimere (come Italia Nostra aveva chiesto e ancora chiede) la direzione per l’architettura e l’arte contemporanee, il nuovo regolamento ad essa annette, dunque per ritenuta analogia di metodo, la promozione della qualità e la tutela anche del paesaggio, dove la espressione “per la qualità e la tutela” esprime una implicita ma chiara riduzione della tutela alle trasformazioni di qualità e alla creazione di nuovo paesaggio. E se si intenda dunque negare una apposita direzione generale alla cura del paesaggio (come esigerebbe invece la posizione che ad esso riserva il testo dell’art. 9 della Costituzione), si confermi allora l’accorpamento alla direzione per i beni architettonici in corrispondenza con i modi così della organizzazione periferica di amministrazione attiva della tutela (le soprintendenze per i beni architettonici e per il paesaggio) come dell’organo consultivo centrale, il comitato tecnico-scientifico. Come concordemente chiedono non solo il Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici e l’Assotecnici, ma pure e motivatamente il Consiglio di Stato, si impone dunque la unificazione della direzione generale per l’organizzazione, l’innovazione , la formazione, la qualificazione professionale e le relazioni sindacali con quella per il bilancio e programmazione economica; la unificazione delle direzioni generali del cinema e per lo spettacolo dal vivo; il ripristino della Direzione generale per i beni storico-artistici ed etnoantropologici; l’accorpamento in un’unica direzione generale delle competenze per i beni architettonici e per la tutela del paesaggio ( se non si voglia istituire una apposita direzione generale per la tutela del paesaggio); mentre Italia Nostra pone la esigenza dell’ulteriore accorpamento della direzione generale per gli archivi con quella per i beni librari (con l’attuazione dell’ordinamento regionale la trama periferica della tutela dei beni librari è stata infatti trasferita, con le relative soprintendenze, alle Regioni) e insiste per la soppressione della direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanee (la cui autonoma istituzione è priva di alcun fondamento concettuale e anzi è motivo di gravi equivoci per l’effetto di escludere architettura e arte figurativa contemporanee dalla unitaria nozione di patrimonio -architettonico e storico-artistico- meritevole di tutela). 4. Il nuovo regolamento (sul punto anticipato dal DPR. 12 gennaio 2007, n. 7) conferma per altro e anzi accentua la (discutibile) natura di organi consultivi fiduciari della persona del ministro così del consiglio superiore per i beni culturali come dei comitati tecnico-scientifici (nella composizione dei quali il potere di nomina del ministro -orientato dalla “chiara fama”- bilancia la designazione di universitari e personale tecnico-scientifico). Mentre le funzioni indicate nel comma 3 dell’art. 14 non danno giustificazione sufficiente alla creazione di un comitato tecnico-scientifico per l’economia della cultura. Del tutto insufficiente la disciplina delle incompatibilità in rapporto alla attività professionale dei componenti del consiglio superiore e dei singoli comitati tecnico-scientifici (ultimo periodo del comma 7 dell’art. 13, ripreso dall’ultimo periodo del comma 6 del consecutivo art. 14), dovendo porsi la assoluta preclusione di svolgere alcuna attività il cui e sercizio (elaborazione di progetti attinenti a beni tutelati) è sottoposto ai poteri di autorizzazione della amministrazione attiva della tutela - le soprintendenze- della quale i comitati tecnico-scientifici costituiscono organi di consulenza istituzionale (figurarsi l’imbarazzo del soprintendente che valuta il progetto del componente del comitato tecnico-scientifico di riferimento!). 5. Pare misura gravissima il declassamento del glorioso Istituto centrale del restauro, assorbito (con quello di patologia del libro, il Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro degli archivi di stato) in un minore istituto dotato di autonomia speciale, perciò soggetto, come tutti gli istituti di quella natura, a riordinamento e perfino soppressione per decreto ministeriale. Di quella stessa natura sono pure le soprintendenze speciali ai poli museali, volute confermare contro il principio di stretta inerenza territoriale di ogni nostro museo. Mentre non sono francamente riconoscibili le esigenze che dettano la creazione di un “Istituto centrale per la demoetnoantropologia ”. 6. Nel nuovo proposto regolamento alle direzioni regionali è riservata una posizione cardine e di accentramento di poteri a quel livello (a giudizio di Italia Nostra assolutamente impropria) nella articolazione diffusa delle competenze di tutela. Stupisce che non sia stata colta né dal Consiglio Stato né dal Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici l’abnorme valorizzazione di questo (primo nell’elenco dell’art. 16) “organo periferico del ministero”, rispetto alle soprintendenze di merito e agli altri organi periferici, che tutti risultano degradati a mera “articolazione delle direzioni regionali” (consecutivo art. 17), con inammissibile sacrificio della autonomia dei ruoli fino ad ora considerati i principali presidi della tutela, ma dal proposto regolamento voluti (mortificare e) assoggettare a uno stretto vincolo di subordinazione gerarchica alla direzione regionale di appartenenza. Le direzioni regionali, infatti, sono caricate, non solo dei poteri di dire zione, indirizzo, coordinamento e controllo, ma pure di quelli di generale avocazione e sostituzione, delle attività di tutti i “dipendenti” uffici periferici, spogliati per altro di essenziali attribuzioni di amministrazione attiva della tutela, riservate alla direzione regionale (come analiticamente descritte nelle due fitte pagine del comma 3 dello stesso art. 17). Spetterebbe dunque alle direzioni regionali, in particolare, così la verifica dell’interesse culturale dei beni di appartenenza pubblica (art. 12 del “Codice”), come la dichiarazione dell’importante interesse culturale dei beni privati (consecutivo art. 13), quando all’incarico di direttore può essere chiamato (comma 2 dell’art. 17 del regolamento) anche figura professionale prescelta per linee esterne all’amministrazione o tratta dai suoi ruoli amministrativi, dunque priva delle necessarie competenze nel merito della tutela. Sulla linea del doveroso riconoscimento della autonomia tecnico-scientifica delle soprintendenze, cui in ogni caso spetterebbe la istruttoria della proposta, siano invece ad esse attribuite le funzioni essenziali del riconoscimento dei beni culturali di appartenenza così pubblica come privata (sia invece data ad ogni interessato la facoltà di rimettere alla decisione in sede centrale la determinazione negativa di tutela della soprintendenza di merito). Alleggerita delle funzioni di tutela in senso proprio (che esigono competenze di merito non assicurate, si ripete, dalla figura che il vigente regolamento designa a quell’ufficio), alla direzione regionale rimangano quelle sole attribuzioni che postulano funzionalmente il livello regionale, sembrando in ogni caso disposizione di ingiustificato irrigidimento quella che istituisce la direzione regionale quale necessaria stazione appaltante in ordine alla esecuzione di ogni intervento attuato dalle soprintendenze con fondi dello stato.

Roma, 2 ottobre 2007.



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