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La relazione sbagliata della Corte dei Conti sul patrimonio artistico e una ipotesi per la crescita economica in rapporto a patrimonio artistico e ambiente
Bruno Zanardi
Mondo Operaio, 1 ottobre 2012, n. 9

Termini del problema
Pu la Corte dei Conti, vale a dire il massimo organo dello Stato per il controllo dellAmministrazione pubblica italiana, sbagliare i propri conti circa i numeri di ci che ruota intorno alla tutela del nostro patrimonio storico e artistico? Purtroppo s. Lo ha fatto nella sua Relazione concernente l'indagine su gestione del fondo per la tutela dell'ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio dello scorso 4 luglio.
Pu il massimo quotidiano italiano, il Corriere della Sera, recepire senza batter ciglio gli errori contenuti in quella Relazione, ponendoli addirittura alla base di una serrata denuncia dello stato del nostro patrimonio artistico (peraltro, senza dubbio comatoso), la denuncia comparsa in prima pagina in un articolo firmato da uno dei suoi pi bravi, seri, civili e noti giornalisti, Sergio Rizzo: Le opere darte? Chiuse nei magazzini (9 lug. 2012)? Ancora s.

I dati sbagliati della Corte dei Conti (e del Corriere)
Perch, si chiede la Corte (come si legge sul Corriere), nel 2011 hanno visitato il Louvre pi di otto milioni di persone, con un incasso superiore ai 40 milioni di euro, mentre agli Uffizi entrano solo 1.363.300 visitatori, con un incasso di 8,6 milioni? Come la mettiamo con i nostri 3.430 musei, 10.000 chiese, 30.000 dimore storiche, 4.000 giardini, eccetera? Perch, gli Uffizi espongono 1.835 opere, tenendone ca. 2.300 nei depositi? Che senso ha privare il pubblico della vista dun simile tesoro? Possibile che lItalia non riesca a stabilire il valore monetario delle opere darte costitutive il suo patrimonio artistico? E per quale motivo non si finora riusciti stabilire il numero esatto di quelle opere, non ostante le enormi somme spese per averne un catalogo: 2.110 miliardi di lire, pari a circa 2,1 miliardi di euro di oggi, stanziati a partire dal 1986, quando al governo c'era Bettino Craxi?

I dati esatti
Chiunque pu capire che, rispetto agli 8.092 comuni italiani, le 10.000 chiese della Corte (e del Corriere) sono poche, anzi pochissime, visto che solo Roma di chiese storiche ne ha circa 250; quel che consente di poter tranquillamente immaginare una media di 10/15 chiese per ognuno dei comuni italiani, ottenendo infine lassai pi verosimile numero dun centinaio di migliaia di chiese storiche esistenti in Italia. I nostri musei pubblici musei stricto sensu, monumenti e aree archeologiche, statali e non sono (sempre per Corte e Corriere) 3.430, ma il Touring Club li dice 4.120, la Fondazione Abbracciamo la cultura 4.739, lIstituto Bruno Leoni, citando la fonte Mibac, 4.764. Le dimore storiche sono 30.000, ma Niccol Pasolini dallOnda, per decenni presidente della Associazione delle Dimore Storiche, tempo fa mi diceva che nessuno le aveva mai contate e che lui per riteneva fossero sopra le 40.000. Senza poi dire che i visitatori degli Uffizi non sono 1.363.300, ma 1.766.692 (qui e dora innanzi i dati statistici citati sono quelli che si leggono nel sito Mibac). Quindi, e non poco, nel 2012, in piena era della telematica, si ragiona sul patrimonio storico e artistico, senza nei fatti ben sapere di cosa si stia parlando, cio di quanti manufatti sia costituito, in che tipologie, dove esattamente si trovi, in quale stato di conservazione, quanti esattamente siano i suoi visitatori e cos via approssimando. Il ragionare a sentimento che, da sempre, governa il mondo della tutela in Italia, nella logica per cui, visto che, come diceva Croce, larte tutti sanno cosa sia, tutti se ne possono occupare.

Luogo comune primo. La redditivit dei musei stranieri rispetto a quelli italiani
Perch gli Uffizi staccano solo un quinto degli oltre otto milioni di biglietti venduti dal Louvre, con introiti in conseguenza? si chiede allincirca la Corte (con il Corriere)? Un quesito che ha una risposta molto semplice, evidentemente per ignota, non solo alla Corte (e al Corriere), ma a tutti, visto che si tratta di un ritornello di continuo cantato dalla stampa, come dai partecipanti ai convegni e chi scrive libri, eccetera. La facile risposta che la differenza in biglietti e incassi tra Louvre e Uffizi deriva dal fatto che il Louvre il solo vero museo nazionale della Francia, un museo immenso e generalista in quanto frutto delle indiscriminate rapine napoleoniche, inoltre, nei fatti, il museo di Parigi, citt di straordinaria fortuna nellimmaginario letterario, filosofico, artistico, politico e perfino erotico europeo e americano dalla fine dellOttocento in poi. Da qui lafflusso enorme di visitatori internazionali a Parigi, per una parte dei quali, appunto pi di otto milioni, dobbligo recarsi al Louvre. Mentre gli Uffizi sono, in primis, una raccolta granducale, quindi un museo tematico, cio non generalista, inoltre un museo collocato in una citt, Firenze, celebre, ma mai come Parigi, infine un museo che, quanto a visitatori, se la batte con le decine e decine di altri importantissimi musei fiorentini, colmi anchessi di capolavori fino al soffitto; per dirne solo alcuni, grandi musei come il Bargello, Pitti, lArcheologico o lAccademia, piccoli, come la Casa Buonarroti, il museo di San Marco, il museo Horne o la Galleria darte moderna; n considerando le molte chiese al cui interno si conservano opere capitali di Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, Verrocchio, Ghirlandaio, Michelangelo, Andrea del Sarto, Bronzino, Pontormo e cos via.
Un paragone improprio, quello tra Uffizi e Louvre (o con i Musei Vaticani, spessi chiamati in causa dai louvristi, ma caso simile al museo parigino), reso ancora pi tale dallaver omesso di dire, la Corte (quindi il Corriere), che la somma totale dei visitatori del sistema dei musei statali fiorentini, Uffizi compresi, stata nel 2011 di 5.159.717, con un incasso di 21.482.562 euro, nonostante lanomalia, tutta italiana, di far entrare gratis la quasi met dei visitatori: rispetto al totale dei 10.724.159 del 2011, quelli che non hanno pagato il biglietto sono stati 4.018.913. Ci significa che, se tutti avessero pagato, Firenze non sarebbe poi molto lontana dal traguardo dei 40 milioni di euro del Louvre. Senza poi dire che mai si leggono statistiche dove si comparano incassi e visitatori annuali dei musei italiani con, a Parigi, per dire solo due musei diversi dal Louvre, il Muse Rodin o lo Jacquemart-Andr, ossia, in provincia, il Muse de Picardie dAmiens piuttosto che quelli di Grenoble, Reims, Lione, eccetera (ovvero, in Vaticano, il museo del Camposanto Teutonico). Perch? Perch si scoprirebbe che anche in Francia nessuno va ai musei?

Luogo comune secondo. Il valore delle opere darte in mano pubblica
Lauspicata (sempre da parte di Corte e Corriere) valutazione monetaria delle opere darte dei musei pone un quesito essenziale. Valutazione ideale o reale? Cio, in vista duna vendita di quelle stesse opere, oppure tanto per sapere? Dove, nel primo caso, visto che le opere dinteresse pubblico non si possono ex lege, e giustamente vendere, sarebbe un ennesimo e inutile spreco di danari conoscerne un valore monetario oltretutto incerto, perch nelle mani e negli occhi (e nella correttezza professionale) dellesperto di turno. Mentre fosse solo per sapere, vadano i giudici della Corte (e il Corriere) in una qualsiasi casa daste a chiedere quale immediato effetto inflattivo avrebbe introdurre sul mercato antiquario le centinaia di migliaia di manufatti che i nostri musei possiedono, tra quelli esposti e gli altri nei depositi.
A meno di non decidere lalienazione solo di alcune opere. Quel che gi fece Stalin quando, tra il 1930 e il 1931, vendette a Andrew Mellon alcuni capolavori dellHermitage, subito dopo donati dal miliardario americano alla National Gallery di Washington. Tra loro, opere di Botticelli, Raffaello, Van Eyck, Tiziano, Veronese e Rembrandt.

Luogo comune terzo. I tesori nascosti nei depositi dei musei
Dilettantesca anche la tirata della Corte (raccolta senza batter ciglio dal Corriere) sul cosiddetto patrimonio invisibile, perch tenuto nei depositi. Depositi degli Uffizi, come di ogni altro museo italiano. Domanda. E vero che i musei italiani nascondono in cantina opere preziosissime, quelle che, se esposte, farebbero aumentare a dismisura i radi visitatori di oggi? Risposta. No. Si tratta infatti quasi solo di opere minori, la cui funzione soprattutto dare senso di contesto culturale alle opere maggiori esposte, perci opere di servizio ancora pi difficili da spiegare a un pubblico culturalmente non attrezzato, cio la gran parte dei visitatori dei musei. Faccio un caso astratto (ma non troppo). Esposto in museo si trover Leonardo, mentre nei depositi sar confinato il leonardesco Marco da Oggiono, artista la cui opera soprattutto importante per il suo testimoniare la diffusione della pittura del grande maestro fiorentino in Lombardia nel primo Cinquecento.
Domanda. C davvero qualcuno disposto a credere che se i musei italiani togliessero domani dai depositi, esponendole, le molte centinaia di migliaia di opere in loro possesso eseguite dai Marco da Oggiono della situazione, cio le tavole, tele, sculture e quantaltro dei vari Maestro del Farneto, Guccio di Mannaia, Jacopo Loschi, Agostino Sparapane da Norcia, Pietro Ruzzolone, Antonio Viviani detto il sordo di Urbino, Giovanni Lurago e cos via minoreggiando, i radi visitatori doggi aumenterebbero a dismisura? Di quanto si sono incrementati i visitatori della Galleria Nazionale di Parma dopo che se ne fatto un grande museo, esponendo quasi tutto quanto si conservava nei depositi? Oppure i suoi visitatori sono oggi non molti di pi di quelli di prima, cos da poter dire quella faraonica impresa solo servita a aumentare enormemente i costi di gestione del museo e a manometterne, fino a cancellarlo, il glorioso (e storico) allestimento ottocentesco, sostituito con lapplicare alle pareti lo stesso stucco lucido la mode dun qualsiasi appartamento da ceto medio?
Non sar allora vero lesatto contrario di quel che Corte (e Corriere) affermano? Cio che al posto di esibire muscolarmente nei musei il maggior numero possibile di opere, sia meglio esporne, a rotazione, un numero limitato, cos da poterle bene illustrare per renderle pi facilmente accessibili al pubblico, specie le giovani generazioni, cos educate alla conoscenza e al rispetto della loro identit storica? In altre parole, far s che il museo torni a essere (o finalmente diventi?) un luogo di ricerca? Ricerca da svolgere prendendo atto della vocazione eminentemente territoriale dellItalia, quindi condotta in favore della comunit locale, prima ancora che di quella nazionale e internazionale? E ricerca da far infine confluire in mostre darte che, pur con le dovute eccezioni, abbiano, appunto, carattere locale, con i vantaggi didattici, di tutela e economici che tutti possono immaginare?

La disaffezione ai musei
Restando ai soli musei statali, il loro numero 198 per la Coalizione Abbracciamo la cultura, 208 per lIstituto Bruno Leoni, che cita come propria fonte il Mibac, per il quale per i musei sono 209, a ennesima conferma della grande confusione dei dati che girano nel settore. Rifacciamoci comunque alle spesso criptiche, quando non contraddittorie, statistiche del Mibac sui visitatori dei musei italiani nel 2011, sperando di non esserci smarriti entro i loro meandri. Quindi togliamo dal numero totale dei musei (209) e dei loro visitatori (10.724.159), i visitatori dei musei delle citt con maggior afflusso turistico in Italia: Roma (2.312.351, fatte salve le aree archeologiche, quindi considerando solo 19 dei 31 musei, ossia poli museali, della citt), Firenze (5.159.717 per 23 musei, ossia poli museali) e Venezia (771.824, per 5 musei, ossia poli museali). Il risultato che a visitare nel 2011 i 162 musei statali italiani fuori dai 47 musei in totale di Roma, Firenze e Venezia, quindi a visitare la grandissima parte dei musei italiani sono state 2.480.267 persone. In media, 15.310 persone in un anno per ognuno di quei 162 musei, il che significa 1.260 persone al mese, cio 42 al giorno.
Perch questa disaffezione ai musei? Perch le visite ai musei presuppongono una conoscenza di base, anche minima, di quanto si va a vedere. In altro luogo, la visita pu diventare un faticoso e intimorito viaggio dentro percorsi espositivi di opere culturalmente mute e apparentemente ripetitive. Eccezion fatta forse per i capolavori. Quel che rende ragione del successo delle mostre, dove la concentrazione di opere celebri apparentemente maggiore, perch non diluita lungo lintero percorso del museo.
Non sar allora che a essere entrata in crisi, come appare sempre pi vero, lidea stessa di museo? Lidea tra celebrazione e gloria del contributo dato dagli autori delle opere in possesso del museo (ovvero, per i musei locali, quello dato dagli artisti nati in quella particolare piccola citt) al formarsi della lingua artistica della nuova Italia unita, ossia e ancor pi in crisi lidea del museo come luogo di raccolta delle opere che servono da insegnamento ai giovani allievi delle Accademie darte?

Un possibile riscatto del disinteresse per i musei
In che modo si potr far tornare entro il piano della societ, quello su cui davvero decidono i destini della conservazione del nostro patrimonio storico e artistico, un interesse diffuso per limmenso capitale identitario e culturale che comunque sono (e restano) i nostri musei? La sola risposta possibile perch quellinteresse possa divenire strutturale, cio duraturo, si deve lavorare sulla scuola. Cio impartire degli insegnamenti di storia dellarte fin dalle scuole elementari, con particolare attenzione alla storia dellarte dei territori su cui le varie scuole insistono. Unazione educativa che diviene ancora pi importante oggi, a fronte duna popolazione infantile italiana che sta sempre pi arricchendosi di bambini extracomunitari.
Domanda. Come mai unidea di tale ovviet, mai ha avuto seguito in Italia e continua a non averlo? Per costitutivi incapacit progettuale e ritardo culturale della politica? La politica che continua a confinare la tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico del paese tra le amatoriali attivit delle anime belle, quasi si trattasse di salvare la foca bianca? La politica, a dire il vero, aiutata in questo giudizio dal carattere sempre pi amatoriale del lavoro di tutela svolto da soprintendenze ancora oggi tarate sulle leggi di tutela del 1939, quindi sullItalia del re e del duce? Oppure tutto ci accade per cinismo? Cio per evitare di formare persone che, una volta divenute adulti cittadini, si battano per difendere lidentit storica della Patria Italia, opponendosi, ad es., alla libera termitizzazione del suo territorio da parte di speculazione e abusivismo edilizi, ovvero allaltrettanto libera svendita del suo patrimonio?

Il fallimento del catalogo del patrimonio artistico
Un completo fallimento denuncia correttamente la Corte (con il Corriere) stato il catalogo del patrimonio storico e artistico del Paese. Il catalogo che si iniziato a realizzare nel 1976, anno di fondazione di quellIstituto centrale del catalogo (Iccd) voluto da Argan (quindi Craxi non centra nulla, al contrario di quanto scrive il Corriere), ma che a trentasei anni dalla sua inaugurazione appare ancora lontanissimo dal vedere la fine. Ci, nonostante limmensa mole di soldi pubblici spesi, o meglio, buttati dalla finestra, per la sua realizzazione. Per la Corte 2.100 miliardi di vecchie lire, alla grossa 1,1 miliardi di euro, mentre il Corriere parla di 2,1 miliardi euro.
Perch tutto questo potuto accadere? Per la storica incapacit del Mibac di progettare e condurre a termine in tempi e costi prefissati un qualsiasi lavoro il cui scopo sia definito in partenza. Nel caso, aver ideologicamente pensato Argan e i suoi il catalogo come un immenso volume di storia dellarte. Ci in omaggio alla visione delle soprintendenze come luogo di ricerca scientifica, che se aveva un senso con le leggi di tutela del 1939, cio in unItalia poco o per nulla perturbata dal punto di vista socio-ambientale, oggi quel senso lo ha completamente perduto. Riuscendo in tal modo lIccd nella non facile impresa di fare lesatto contrario di quello che serviva perch lItalia si dotasse in tempi brevi dun catalogo del proprio patrimonio storico e artistico. Infatti, di fronte allimmenso compito di schedare molte decine di milioni di manufatti, al posto di elaborare schede il pi possibile speditive, perch di semplice redazione e normalizzate in partenza, si sono obbligati gli addetti alluso di schede di complicatissima stesura, perch immaginate come altrettanti saggi di storia dellarte (antica e moderna, o dellarchitettura), con annesse informazioni archivistiche e di storia locale, inoltre aperte a aggiornamenti critici e ampliamenti bibliografici.
Quindi schede con tempi lunghi o lunghissimi di stesura, esposte a inevitabili differenze di livello qualitativo rispetto a preparazione, interesse specifico e capacit di lavoro dei vari schedatori, infine schede da compilarsi a mano, a fronte, torno a dire, delle molte decine di milioni di opere costitutive il patrimonio artistico del paese; non valutando lIccd lobbligo da subito di rendere informatizzabili le schede cos da poterle far afferire a un apposito centro elettronico. Cos da potersi chiedere (sempre in attesa che qualcuno, nel nostro strano Paese, senta non solo la possibilit, ma lobbligo di porsi una simile domanda, arrivando alle conclusioni del caso) quale senso abbiano i milioni di schede finora prodotte dallIccd nei suoi trentasei anni di vita. Dove la facile risposta nessuno, perch schede disparatissime per qualit e certo pi adatte a un catalogo ideale, che a un catalogo definito in partenza rispetto a scopi e risultati in primis, quelli conservativi; n schede utili sul piano storico e critico, cio quello cui Argan e i suoi miravano, visto che in pratica mai compaiono citate nelle bibliografie di specie.
Quel che rende ragione del fatto che, alloggi, per avere informazioni su dislocazione e opere del nostro patrimonio artistico si debba ancora e sempre ricorrere alle vecchie e care Guide Rosse del Touring Club Italiano & Mondadori. Come riconosce per primo lo stesso Mibac nella controcopertina della edizione 2007 di quelle stesse Guide rosse, dove di legge: LIstituto centrale per il restauro del Ministero dei beni culturali e ambientali ha attribuito alla collana del Touring club italiano la valenza di repertorio dei beni culturali esposti in Italia per la conoscenza unica sulla consistenza, qualit e localizzazione del patrimonio storico-artistico del nostro Paese.

Soluzioni per il problema del catalogo?
Del tutto certo che lIccd si trova in una strada senza uscita. Quindi lo stesso Iccd dovrebbe prendere atto che limpresa cui sta lavorando ormai da trentasei anni fallita, perch priva della premessa di base a qualsiasi impresa scientifica voglia avere un destino. Delimitare lambito delluniverso che si vuole esplorare e organizzare in partenza tempi, modi e tecniche di quellesplorazione. Il che significa che lIccd dovrebbe subito (nelle guerre battaglie pare dicesse Napoleone quel che conta la rapidit delle decisioni) sospendere le attivit di catalogazione finora condotte, elaborando un nuovo e diversissimo modello di scheda che abbia come obiettivo una semplice e speditiva inventariazione dei manufatti costitutivi il nostro patrimonio culturale.
Ad esempio, mettere a punto una scheda che renda ogni oggetto da inventariare in una foto digitale di media-buona qualit, annettendovi solo misure (oggi di facile realizzazione e di minimo costo con un laser), collocazione, materiale costitutivo (quando possibile) e propriet. Foto digitali da porre al centro di un progetto di scheda dinventariazione per la loro nota versatilit. Di l dallovvio rendere testimonianza dellopera, consentono di raddrizzare le immagini, utility fondamentale per le foto eseguite dal basso, come sono la maggior parte di quelle che si prendono negli edifici monumentali, cos come consentono di poterne osservare i particolari con la semplice azione dello zoom sul punto che si vuole ingrandire. Inoltre si tratta di foto gi in partenza informatizzabili, quel che consente di poterle far confluire immediatamente e a costo zero nellarchivio generale dellIccd, come in quelli dei proprietari dei beni e di qualunque altra istituzione territoriale, Universit, Regione, Comune, Diocesi, fino ai carabinieri del Nucleo di tutela.
Per lesistente? Si tratta di operare un enorme sforzo di sintesi del pregresso, da condurre sempre nella logica delle nuove schede dinventriazione. Ad esempio, provvedendo alla semplice digitalizzazione della documentazione fotografica esistente negli archivi dello stesso Iccd, come in quelli di Soprintendenze, Universit, Cei, Regioni, Province, Comuni, Comunit montane e quantaltri soggetti che hanno nel provveduto ognuno a una loro catalogazione, a ulteriore conferma sia dellincredibilit, quindi inutilit, delle schede di catalogo del Mibac, sia dellimmensa confusione che regna nel settore. Sforzo di sintesi, si diceva, cui far seguire un altrettanto enorme sforzo dinnovazione, il cui obiettivo primario sia il superamento della storica inefficienza del sistema-Stato in Italia: nel caso, quello inerente la tutela. Un lavoro in comune, che veda finalmente una piena collaborazione di Universit, Soprintendenze e Politica. Anche tenendo conto che questo lavoro darebbe unoccupazione qualificata, ma prima ancora di specie, alle centinaia di migliaia di giovani laureati, in archeologia, storia dellarte e architettura, in genere, oggi, quasi tutti disoccupati o sottoccupati.

Tutela e valorizzazione come elemento di crescita economica
Si dovrebbe di assumere il dato di fatto che in tempi come i nostri, in cui ormai davanti a tutti la rovinosa caduta del modello di capitalismo esponenziale finora adottato dallOccidente, ancor pi di quello finanziario, vitale diviene elaborare un nuovo e condiviso progetto di crescita del Paese. Un modello che possa coniugare tra loro conservazione e sviluppo. In altre parole, coniugare il sempre benedetto sviluppo economico, con unazione chiara e coerente di conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto allambiente. Dimostrando in tal modo come in Italia si sia finalmente compreso che tutela e valorizzazione del nostro patrimonio artistico coincidono con la salvaguardia e la custodia del carattere che davvero rende quel nostro patrimonio unico al mondo. Lindissolubilit dal territorio su cui andato infinitamente stratificandosi in millenni; ed lesatto contrario del carattere puntuale del caso Louvre, cui perci grossolano, prima ancora che sbagliato, apparentargli, i musei italiani.

Miglioramenti organizzativi
Spostare lasse dellazione di tutela e valorizzazione dalla sterile congerie di inutili e vessatori vincoli e notifiche del patrimonio privato e dal rito della magnificazione dei restauri estetici (nella gran parte dei casi inutili, quando non conservativamente dannosi) su cui da sempre si muove la politica di tutela in Italia (anche oggi), dando invece a quello stesso asse dignit di pensiero e modernit di condotta organizzativa, sia in senso tecnico-scientifico, che economico e giuridico. Il che impone: a) di far prendere atto alla politica come una stessa irresponsabilit e criminosit sociale accomunino speculazione edilizia di destra e di sinistra, assumendo invece che in Italia, le antiche citt, i bei paesaggi lavorati dalluomo, le opere darte che ancora sussistono nella loro ubicazione originaria chiese e palazzi, non i musei sono praticamente lambiente o, per meglio dire, sono lunico ambiente possibile per luomo delle Scienze Umane: quelluomo che pu decidere di s sul piano finito della Natura solo se rende compresente a se stesso, alla sua attualit, il suo passato e il suo futuro, come profeticamente scriveva Giovanni Urbani gi mezzo secolo fa; b) di operare una radicale riforma dellodierna organizzazione di tutela, a partire dal problema formativo e dalla ricerca scientifica a quella sottesa. La formazione di tecnici preparati ad hoc in ben definiti percorsi post universitari, quindi non pi reclutati sulla base di semplici lauree generaliste in Lettere o in Architettura. Lattivazione di una ricerca scientifica che ponga al proprio centro il grande tema della prevenzione del patrimonio astorico e artistico dai rischi ambientali, sismico e idrogeologico in primis, come gli altri temi del riuso degli edifici storici, monumentali e non, delle tecniche visibili di consolidamento strutturale dei monumenti e cos via.

Prospettive concrete?
Procedere alla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali di cui da anni si parla viarie, ferrotranviarie essenziali lo sviluppo, prima ancora che turistico, industriale, duna grande nazione, appunto, industriale, quale lItalia (anche) ; tuttavia ponendo al centro della loro esecuzione una condivisa e vera riflessione sul loro impatto ambientale sul paesaggio storico, quindi umano, del paese. Dare efficienza alla rete dei musei, come a quella alberghiera. Ma anche togliere dalle mani della malavita organizzata le vaste zone dellItalia (soprattutto meridionale, Pompei su tutte) dove questa opera indisturbata.
Contestualmente, promuovere una grande campagna di lavori pubblici mirati a ripulire il sacro suolo della Patria Italia dalle montagne e montagne di sterco cementizio con cui stato lordato in questo ultimo mezzo secolo (noto che i 4/5 degli edifici del paese sono stati realizzati, appunto, in questi ultimi cinquantanni). Lavori pubblici che dovrebbero inoltre provvedere allesecuzione duna capillare manutenzione, soprattutto ordinaria, del nostro patrimonio storico e artistico, monumentale e non, e dellambiente in cui quel patrimonio storicamente giace da millenni.
Una campagna di lavori pubblici realizzata, prima di tutto ridefinendo il profilo formativo delle figure che andranno a gestirla: ad es., togliendola dalle mani di chi sia solo capace di dare giudizi tra critici e estetici dei problemi da affrontare.
Inoltre, una campagna di lavori pubblici in cui il nuovo costruito, ossia il moltissimo da ricostruire, abbia finalmente come punto di traguardo tipologico, proporzionale e urbanistico la citt storica.
Ancora, una campagna di lavori pubblici fondata su una nuova di legge tutela di pochi e chiari articoli, che incardini il patrimonio storico e artistico allambiente. Una legge nazionale, che finalmente cassi le infinite e sempre pi spesso clientelari e farraginose leggi regionali, legge che in un apposito e ben articolato regolamento imponga, ad esempio, una nuova disciplina dei vincoli, disponendo che siano sempre integrati con una serie di disposizioni e di accorgimenti che, invece di mummificare la cosa notificata, come alla fine sempre accade alle cose notificate, la rendano partecipe finalmente assieme ai beni di propriet pubblica, storicamente mai considerati, chiss perch, dalle leggi di tutela di una unica e coerente strategia di tutela. Ci a partire dai beni immobili, per i quali la distinzione tra pubblico e privato diventa inessenziale se ci si decide a far valere questi beni come traguardi o punti fissi per la messa a fuoco sia di qualsiasi disegno di pianificazione urbanistica, territoriale o paesistica, sia dei criteri per le valutazioni di impatto ambientale.
Infine, una campagna di lavori pubblici che saranno soprattutto i giovani storici, archeologi, storici dellarte, geografi, agronomi, geologi, chimici, fisici, ingegneri, progettisti, restauratori, giardinieri e quantaltri, tutti o quasi oggi in gran parte disoccupati a dover svolgere, trovando in tal modo unoccupazione entro i percorsi di studio da loro svolti, oltre che unoccupazione civilmente utile.

In sintesi?
In sintesi, tutto quanto si finora detto significa operare un radicale rinnovamento culturale, organizzativo e giuridico del Ministero dei beni culturali, collegandone organicamente lazione al tema ambientale, cos da renderlo uno strumento di fondamentale importanza strategica per disegnare il futuro dellItalia e degli italiani, le giovani generazioni, soprattutto.
Cio significa, sempre in sintesi, fare del Mibac quel ministero tecnico che Spadolini, allatto della sua fondazione, nel 1974, aveva falsamente promesso agli italiani di voler realizzare, ponendo invece le premesse perch fosse quel che dal 1974 a oggi sempre stato, Governo dopo Governo.
Un ministero, il Mibac doggi, con competenze arcaiche e incerte, perch in sostanza ancora pienamente immerso nella cultura delle leggi di tutela del 1939, quelle rivolte a unItalia intatta dal punto di vista ambientale e con un governo fortemente centralizzato. UnItalia ormai scomparsa da decenni. Con gli esiti sotto gli occhi di tutti.








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