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Meno stato, più musei
di Francesca Sironi
(22 ottobre 2012) l'Espresso




Dopo il decreto che trasforma la pinacoteca di Brera in fondazione, molti gridano ai pericoli della privatizzazione del nostro patrimonio museale. Ma in tempi di crisi gli altri esperimenti italiani in questo senso stanno funzionando. Ecco come e dove


Fondazione La Grande Brera. Vi dice niente? E' il futuro nome della più importante pinacoteca del Nord Italia, l'Accademia di Brera. Da 25 anni il museo che ospita il Cristo Morto di Mantegna e altri capolavori aspetta di essere ampliato e ristrutturato, ma mancano sempre i soldi o la volontà.

Così il ministro Corrado Passera ha deciso per tutti, mettendo nero su bianco, all'articolo 8 del Decreto Sviluppo di giugno 2012, il fatto che Brera diventerà una fondazione a capitale misto pubblico e privato. Ovvero non sarà più gestita direttamente dal ministero dei Beni culturali ma da un consiglio di amministrazione in cui siederanno, oltre al Mibac, anche comune, provincia, camera di commercio di Milano e fondazione Cariplo.

La decisione di Passera non è passata inosservata. Un nutrito gruppo di intellettuali italiani ha inviato una lettera rivolta al presidente Napolitano, denunciando l'operazione Grande Brera come un tentativo di privatizzare uno dei maggiori musei italiani, con il rischio di creare un precedente per altre sperimentazioni simili. Tra i firmatari molti nomi di spicco, come quelli di Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa e Carlo Ginzburg. Qui il loro appello.

Ed eccoci quindi al centro del dibattito.
Da una parte chi chiede più efficienza nella gestione dei musei, e per ottenerla vede come unica strada quella dell'ingresso dei privati negli organi decisionali. Dall'altra chi teme che in questo modo non si faccia altro che svendere un bene pubblico, mettendo a rischio la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale.

Una querelle che non è certo nuova, anche perché la legge che permette al Mibac di diventare socio di enti locali e aziende per gestire il suo patrimonio è del 2001.
Da allora qualche museo ha tentato la strada del CdA. Pochi, in realtà: solo quattro se si considerano le fondazioni partecipate dal ministero, una decina se si guarda anche a quelle civiche. C'erano dei progetti anche per Caserta e Pompei, ma poi sono mancati gli sponsor. Perché i musei costano. «E sono costitutivamente in perdita», sostiene Stefano Baia Curioni, docente di analisi del management pubblico all'università Bocconi di Milano: «Ogni visitatore che paga un biglietto di sei euro ne costa in realtà venti».

In tempi di spending review il ministro Lorenzo Ornaghi non ha paura di constatare che «il ministero il prossimo anno dovrà fare a meno di altri 50 milioni di euro. Di fronte a sei-sette strutture che riceveranno finanziamenti, ce ne saranno 600-700 che non ne avranno, dunque sarà fondamentale la compartecipazione dei privati». E pensare che dedichiamo alla cultura già soltanto lo 0,19 per cento della spesa complessiva dello Stato. Mentre altri Paesi anche di questi tempi incrementano l'investimento per l'arte: Stati Uniti e Germania hanno aumentato il budget del 7 per cento.

Anche se si contano sulle dita di una mano, degli esempi da osservare per approfondire il dibattito sulla Grande Brera ci sono.
Siamo andati di persona a conoscere i più significativi: il Museo Egizio di Torino, la Fondazione Musei Civici di Venezia e la piccola RavennAntica, nata sulla spinta dei cittadini.
Presidenti e manager di questi enti ripetono tutti la stessa cosa: da quando siamo indipendenti (dal ministero) siamo più dinamici e veloci nel rispondere ai problemi, nel proporre cambiamenti. In poche parole: migliori.
Pensano insomma che il sistema pubblico abbia tempi e costi che rendono impossibile una buona gestione delle risorse. Lo sostiene anche Alessandro Leon, ricercatore del Cles (Centro di ricerca sul lavoro, l'economia e lo sviluppo): «Se non si cambia la mentalità nell'apparato pubblico, rivolgersi a strumenti come quello delle fondazioni rimarrà l'unica soluzione per avere l'autonomia necessaria a rendere efficiente la gestione della cultura».

Confessioni di un liberista, penseranno alcuni. Ma parole simili le dice, sommessamente, anche un dirigente pubblico: «Non possiamo prenderci in giro: l'amministrazione statale è in difficoltà», sostiene Ugo Soragni, il direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, dal suo immenso e vuoto ufficio a Venezia: «Al ministero lavorano poche persone con capacità manageriali».

Professionalità che non mancano invece nelle fondazioni.
Ma saperci fare con i numeri non è tutto. Come sottolinea Daniele Lupo Jalla, membro del Consiglio superiore dei Beni culturali: «Se si subordina al pareggio di bilancio il dovere culturale, finiremo per esser costretti a proporre iniziative che non corrispondono al valore dell'istituzione museo».
Jalla riassume così le proteste contro il progetto di Passera per Brera.
E anche i musei gestiti da un consiglio di amministrazione infatti hanno i loro problemi. Sul ruolo del comitato scientifico, ad esempio, che spesso non ha una parte attiva nelle decisioni, ma rimane in disparte come strumento di supervisione. Eppure è lì che si trovano i veri esperti, i professori, gli uomini di cultura. Ma, a sentire il sovrintendente Soragni, sono inezie rispetto ai vantaggi: «L'importante è che la tutela del patrimonio rimanga nelle mani del ministero», annota. Poi dà un'occhiata ai faldoni che lo aspettano sulla scrivania: «Le assicuro che anche i tecnici possono lavorare meglio se vengono liberati dal peso delle pratiche burocratiche».

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/meno-stato-piu-musei/2192628/9


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