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MILANO - BRERA - Nicole, ti ritroveremo a Brera?
di Tomaso Montanari
il Fatto quotidiano, 17 agosto 2012


Chi saranno i nuovi padroni della Pinacoteca di Brera? Non pi i milanesi, n il popolo italiano: o almeno non solo.
Il Decreto Sviluppo varato dal ministro Corrado Passera il 26 giugno scorso, infatti, non si occupa solo di edilizia, trasporti o settore energetico, ma allarticolo 8 stabilisce che a seguito dellampliamento e della risistemazione degli spazi espositivi della Pinacoteca di Brera e del riallestimento della relativa collezione, il Ministro per i beni e le attivit culturali, nell'anno 2013, costituisce la fondazione di diritto privato denominata Fondazione La Grande Brera, con sede in Milano, finalizzata al miglioramento della valorizzazione dellIstituto, nonch alla gestione secondo criteri di efficienza economica. Il decreto prevede il conferimento in uso alla Fondazione, mediante assegnazione al relativo fondo di dotazione, della collezione della Pinacoteca di Brera e dell'immobile che la ospita, e prevede lingresso, come soci, degli enti locali lombardi e, quindi, di soggetti pubblici e privati.
In poche parole: il governo Monti fa il primo grande passo verso la privatizzazione di uno dei principali musei italiani. Un passo sulla cui costituzionalit ci sarebbe molto da dire: possibile che conferire lintera collezione di Brera ad una fondazione di diritto privato non leda larticolo 9 della Carta? Ma i problemi non sono solo di principio.

Esiste un unico precedente, quello del Museo Egizio di Torino: e non un precedente brillante. E non tanto per la folcloristica presidenza di Alain Elkann (che scadr a settembre), quanto per le gravi e paradossali conseguenze di una privatizzazione allitaliana. Le collezioni dellEgizio sono state devolute alla Fondazione solo in parte (spezzando tra giurisdizioni diverse complessi archeologici unici), il personale scientifico ha optato di rimanere nello Stato (privando il Museo della pi essenziale delle sue componenti) e il consiglio di amministrazione ha nominato la direttrice secondo logiche da manuale cencelli, senza nemmeno consultare il comitato scientifico. E le cicatrici di tutti questi gravi errori, solo in parte recuperati, sono ancora ben visibili.

Ora, ci si chiede, come si comporteranno gli enti locali lombardi, una volta insediatisi sulla plancia di comando della nuova Fondazione? Sar bene non dimenticarsi che fino a qualche giorno fa ci saremmo potuti trovare la Minetti direttrice di Brera. Linvadenza degli enti locali in un museo di livello e interesse nazionale un nodo cruciale: non a caso tra i sostenitori di questo tipo di soluzione si conta Dario Nardella, il vicesindaco di Matteo Renzi a Firenze, che come giurista caldeggiava gi nel 2003 la cessione degli Uffizi ad una fondazione in cui gli enti locali avessero un peso decisivo.

Altro che baloccarsi con lidea di costruire la facciata michelangiolesca di San Lorenzo o di cercare il Leonardo fantasma sotto il Vasari di Palazzo Vecchio: vi immaginate lescalation di strumentalizzazione politica della cultura se Renzi potesse nominare il direttore degli Uffizi?

Ma il punto pi grave un altro. Il decreto di Passera (ministro, di fatto, anche dei Beni culturali, vista la sostanziale sede vacante determinata dal sonno di Ornaghi) dice che il fine della fondazione saranno la valorizzazione (eventi, mostre, visibilit mediatica) e la diminuzione dei costi di gestione. Ma un museo come Brera soprattutto un istituto di ricerca: che riesce a comunicare il suo patrimonio ai cittadini solo in quanto in grado di produrre e innovare continuamente la conoscenza delle opere che conserva. E la stella polare del cda della Fondazione Brera non sar certo la scienza, ma il marketing: e cos un altro polmone di libert intellettuale passer sotto il ferreo dominio del mercato e del denaro.

Lesperienza ventennale della concessione ai privati dei cosiddetti servizi aggiuntivi dei musei italiani assomiglia ad una soluzione di abdicazione rispetto a competenze centrali da parte degli enti pubblici di gestione (cos, gi nel 2009, Stefano Baia Curioni e Laura Forti, economisti della Bocconi). La strada, ancora pi radicale, della trasformazione dei grandi musei in fondazioni segner unabdicazione dello Stato ancor pi radicale: e con essa un inevitabile allontanamento dagli interessi della collettivit.
E non che linizio di un lungo autunno in cui, per pagare la speculazione mondiale sullenorme debito contratto grazie al Partito Unico della Spesa Pubblica (ancora saldamente aggrappato ai vertici dello Stato), la generazione dei bancarottieri chiuder in bellezza vendendosi i beni che i padri avevano lasciato alla comunit.



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