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TOSCANA - Val d’Orcia, l’illusione della normalità il fiume “nascosto” è scomparso davvero
PIPPO RUSSO
VENERDÌ, 17 AGOSTO 2012 LA REPUBBLICA - Firenze



Il racconto

Il gioiello paesaggistico che il mondo ci invidia sembra presentarsi nello splendore di sempre: ma l’aridità ha colpito anche qui


SE SI volesse usare un simbolo per raccontare la siccitosa estate toscana, si potrebbe ricorrere a uno dei simboli per eccellenza di questa terra: la Val d’ Orcia. Il gioiello paesaggistico che il mondo ci invidia, capace di presentarsi all’occhio del turista nello splendore di sempre nonostante gli stenti di quest’arido 2012. Un miracolo d’autoconservazione ch’è un inganno dei sensi, dovuto a un pezzo di splendore panoramico nel quale non s’intravede un rigagnolo d’acqua. Quasi che quello assiso ai piedi di Pienza fosse un gigantesco Leviatano addormentato per incantesimo,
affrancato dal bisogno d’idratarsi fino a che la magia durerà. Ma d’inganno si tratta, appunto. Perché la valle prende il nome da un fiume, l’Orcia. Che come fiume ha una particolarità. Quella d’essere una presenza invisibile. Scorre nascosto, incanalato fuori dalla vista, come timoroso di sconvolgere con la sua presenza dinamica la perfezione estetica e estatica della Valle. Tant’è che per vederlo bisogna proprio andarlo a cercare. Sforzare la vista dal punto della rupe in cui le acque termali di Bagno Vignoni precipitano verso le vasche naturali, o lanciare lo sguardo sotto il piccolo ponte prima della curva che porta allo svincolo di Castiglione d’Orcia, o braccarlo accanto al guard rail della Cassia
quando ci si muove tornando da Radicofani. Se non si fosse animati di curiosità, si potrebbe tornare per tutta una vita in Val d’Orcia senza aver mai visto l’Orcia. Dunque, per chi attraversa quel meraviglioso frammento di paesaggio
è norma l’assenza del fiume. E deve essere per questo che quasi nessuno, in queste settimane, si è accorto che il fiume Orcia è sparito davvero. Non nascosto; evaporato nella calura spietata d’una delle estati più secche
di sempre. Ciò che in queste settimane si può ammirare da quelle parti è un pezzo di territorio da ribattezzare
Valle Senza l’Orcia.
La ferita non viene colta da tutti. Basta non cercare il fiume, o continuare a far finta ch’esso non
sia mai esistito, per preservarsi dalla dura verità della sua scomparsa. Ma ci sono punti in cui quella verità ti tende l’agguato, e ti semina dentro il terrore inaudito delle cose di Natura andate fuori posto. Succede andando a
Contignano, quando si passa il ponte e la strada comincia a inerpicarsi morbida di curve verso il paese. Lì sui due lati si scorge un pezzo di paesaggio lunare, proprio nello spazio in cui avrebbe dovuto scorrere il fiume. Al posto del corso d’acqua c’è una distesa grigia e dura, attraversata da un reticolo di crepe perfettamente distribuito. Come le squame d’una pelle di rettile abbandonata lì dopo la muta. Qua e là alcune chiazze appena più scure d’umido in attesa che la luce del giorno completi il suo lavoro, e un paio di residue pozze d’acqua d’un verde postumo e inacidito. Uno shock dal quale è difficile riprendersi, quello spettacolo apocalittico
di natura sabotata che cerca di riaggiustarsi ciecamente mutilando se stessa. Come il prigioniero che si mozza la mano per liberarsi dalle catene e dal destino di morte. Ma è soprattutto la sensazione epidermica a accendere la paura. Perché poche cose generano ripulsa all’uomo quanto le squame, o la pelle d’un rettile. E forse questo è solo l’artificio usato dalla Natura per far percepire il proprio grido di dolore, che altrimenti rimarrebbe inapprezzato e inascoltato ai distratti viandanti. Come quel fiume che molti non avevano visto mai. E che adesso non potranno vedere fino a chissà quando perché non c’è davvero, nella Valle Senza
l’Orcia.



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