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Beni culturali 2.0 Da Pompei al parco dell'Appia antica come valorizzare il nostro patrimonio
ALESSANDRO BIANCHI
EUROPA – 2 agosto 2012

Nelle scorse settimane si sono svolte due iniziative nel corso delle quali si è discusso del controverso tema dell'applicazione delle tecnologie digitali ai beni culturali, in particolare nel caso delle aree archeologiche. Prima a Crotone, dove il consorzio Cultura&Innovazione ha organizzato un convegno sul tema "Dove la cultura incontra l'innovazione", e qualche giorno dopo a Piano di Sorrento, nello splendido museo archeologico Georges Vallet, dove Tommasina Budetta ha presentato il libro di Piero Lo Sardo e Renato Nicolini, L'oro della memoria. La questione si può riassumere così. E possibile, e in che modo, che gli straordinari strumenti informatici e telematici costruiti a partire da cinquanta-sessanta anni a questa parte dalla società postindustriale/post-moderna, vengano resi disponibili per l'accrescimento, la conservazione, la tutela, la fruizione e la valorizzazione del patrimonio culturale del nostro paese? Credo vi sia una diffusa consapevolezza del fatto che questo patrimonio costituisce una straordinaria risorsa, soprattutto là dove più spesse e tangibili sono le sedimentazioni di una storia spesso millenaria. Detto questo, appaiono però evidenti due aspetti negativi che caratterizzano il rapporto che abbiamo con questo patrimonio. Il primo è che non è sufficientemente tutelato e non solo a causa delle sempre troppo modeste risorse umane e finanziarie disponibili — cosa che le soprintendenze per prime ben sanno — ma anche per la diffusa sottovalutazione che abbiamo del valore di questo patrimonio, come se la sua grande "abbondanza" facesse venir meno l'attenzione a non dilapidarlo. Basta confrontare la cura con cui in paesi come la Francia e la Gran Bretagna vengono trattati siti e artefatti anche di non eccelso valore, con il modo in cui noi trattiamo beni di ben altra consistenza e valore. Qualche esempio? Potrei ripetere quello che tutti sanno a proposito di Pompei; o dire dello stato di degrado del teatro greco di Locri Epizefiri; o dell'invisibilità dell'immensa area archeologica di Sibari Thurii; o, in una città simbolo come Roma, della quotidiana aggressione al parco dell'Appia antica; dell'uso indecoroso del Circo Massimo; dell'abbandono in cui versa un gioiello come Villa Aldobrandini, ai piedi del Quirinale. Di loro ci accorgiamo solo quando il degrado crea situazioni di crisi acuta — crolli, furti, deturpamenti, distruzioni — e allora interveniamo a prezzo di investimenti pubblici, per lo più episodici e disorganici. Il secondo aspetto negativo è che questo patrimonio non ha finora contribuito in modo significativo allo sviluppo dei territori nei quali insiste. E qui si pone la domanda di fondo: è questo un compito che gli spetta? Detto in altri termini, è corretto pensare che i beni culturali oltre ad essere accuratamente conservati e gelosamente tutelati vengano valorizzati, ossia il loro valore intrinseco venga messo in gioco come risorsa economica? Questo è il punto di caduta della discussione, dato che oggi la risposta è fortemente legata all'uso di prodotti e processo innovativi che provengono dall'interno del mondo delle tecnologie informatiche, della telematica e della realtà virtuale. Su questo punto le posizioni sono ancora molto divaricate. Continuano a permanere diffidenze all'interno del primo fronte, dove trova largo consenso la posizione di chi sostiene che l'esigenza primaria è la conservazione (il che è giusto) ma sostiene anche che la valorizzazione rappresenta un pericolo da cui difendersi (tema reale, ma che va affrontato e risolto non assunto come un a priori che esclude il parlarne). Così come continua a permanere una tendenza alla prevaricazione da parte del fronte tecnologico, che stenta a capire fino in fondo che il suo è un ruolo di servizio e, quindi, deve disporsi a fornire strumenti in grado di dare risposte a domande che vengono da altrove, e non ad imporre soluzioni preconfezionate a realtà di cui non conoscono l'intima natura. Il recente impulso dato alle cosiddette smart cities può essere unoccasione importante per riaprire questo confronto. Stando a quanto dice il ministro Profumo, le dobbiamo considerare «come straordinari cantieri progettuali dove sviluppare e testare processi e metodologie di rigenerazione urbana, sensoristica e Internet of Things, nuovi materiali per la protezione degli edifici, architetture digitali di nuova generazione, nuovi sistemi di mobilità di persone e merci, orti e serre urbane». Si tratta certamente di una visione di lunga prospettiva e di alto profilo, ma se guardiamo a cosa è previsto per il patrimonio culturale nelle cosiddette «aree prioritarie di intervento», vediamo che non si va oltre un generico richiamo al rilancio di 'turismo e cultura" tramite l'applicazione delle tecnologie ai processi gestionali, la digitalizzazione dei contenuti, la gestione senza personale di luoghi ad elevato interesse. E ancora poco e ancora troppo spostato sul fronte delle tecnologie, dando la sensazione che non si comprenda che il bene culturale, in quanto "portatore di memoria", ha un suo valore intrinseco che va posto al centro della questione. Tuttavia la logica delle smart cities è una prospettiva dalla quale il mondo dei beni culturali non può essere escluso né autoescludersi, anche tenendo conto che in base agli orientamenti europei di ' Horizon 2020", le risorse finanziarie comunitarie nei prossimi anni andranno in quella direzione. Dunque il mondo dei beni culturali e quello delle tecnologie digitali non possono fare a meno di incontrarsi e devono farlo proprio sul terreno dell'innovazione, per costruire insieme percorsi di collaborazione e di integrazione capaci di contemperare le diverse esigenze in campo: tutela e fruizione; uso e conservazione; rispetto della memoria e progetto di futuro.



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