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I tesori. Dalle Egadi a Monte Jato la Sicilia svela i segreti
Paola Nicita
La Repubblica - Palermo 25/7/2012

Dopo le scoperte a Selinunte e a Gangi, i soprintendenti illustrano gli obiettivi di scavi e immersioni. Che potrebbero riservare sorprese

L’isola dei tesori continua a svelare le sue ricchezze nascoste, facendo saltare fuori anfore e suppellettili, antiche navi e sculture, templi e mura, che aggiungono incessantemente nuovi tasselli alla conoscenza del patrimonio artistico e culturale di una Sicilia che per mare e per terra custodisce il suo capitale sepolto. Dopo le recenti scoperte di Selinunte, con il suo tempio antichissimo che ha svelato addirittura la collocazione di colonne in legno, è toccato a Gangi vecchio rivelare testimonianze d’età romana, mentre dai fondali di Marausa, nel Trapanese, è riemersa un’anfora del IV secolo avanti Cristo. Scoperte che fanno chiedere quando c’è ancora da scavare e da scoprire, e qual è il potenziale ancora nascosto di questi ritrovamenti.
Si naviga a vista, in tutti i sensi: molto si deve anche alle collaborazioni internazionali che da molti anni, specie nel campo dell’archeologia, hanno rivelato alcuni tra i ritrovamenti più importanti: si pensi agli studi e ai rilievi condotti insieme con le Università tedesche, con la Scuola Normale di Pisa e con l’Università di New York, tra le altre.
Sommersi, sono molti dei tesori custoditi in fondo al mare: di questi recuperi si occupa la Soprintendenza del mare, guidata da Sebastiano Tusa, che racconta: «A mare le zone ancora molto ricche sono le Egadi, le Eolie, lo Stretto di Messina, la zona tra Camarina e Capo Passero e l’Agrigentino. Se poi consideriamo l’alto fondale possiamo dire proprio tutta la Sicilia e isole limitrofe, ma anche siti preistorici sommersi. Al momento stiamo lavorando al recupero dei resti della battaglia delle Egadi (10 marzo 241 a. C.) tra Levanzo e Marettimo. Già abbiamo recuperato ben dieci rostri e numerosi elmi, un’intera nave di diciotto metri, e a breve inizieremo le ricerche nella zona di Marzamemi, a sud di Siracusa. Qualche giorno fa i nostri archeologi subacquei hanno ripescato un’anfora a Marausa, Trapani».
Dal 2005 la Soprintendenza del mare opera sul campo — insieme a Capitaneria di Porto e Guardia Costiera — con i colleghi della Rpm Nautical Foundation a bordo della nave oceanografica R/V Hercules, per mezzo del Rov, mezzo filoguidato subacqueo, che ha consentito l’individuazione e il recupero di molti di questi reperti.
Il prossimo progetto legato alla battaglia delle Egadi verrà realizzato negli spazi del Museo della Tonnara di Favignana, che ospiterà l’allestimento della battaglia, con tecnologie all’avanguardia, curato dall’architetto Renato Alongi. Anche questo progetto mirerà a un forte coinvolgimento del fruitore, che si troverà nel bel mezzo della battaglia, grazie ai reperti affiancati a strumenti multimediali.
Insieme ai dieci rostri sono stati recuperati alcuni elmi del Montefortino, oltre duecento anfore di tipo greco-italiche e puniche e molti altri oggetti, come piccole suppellettili e vasellame che facevano parte del carico di uso a bordo, che si sono presentati adagiati e parzialmente sepolti su un fondale sabbioso a circa 80 metri di profondità. Dice ancora Tusa: «ll confronto con la proiezione statistica elaborata in tutti questi anni e relativa alla nostra zona di copertura sonar conduce alla conclusione che molti altri reperti sono ancora giacenti in situ.
Si rafforza l’ipotesi che è proprio quello lo spazio di mare, a nord-ovest di Levanzo, che ha avuto come epilogo lo scontro finale. È quello il teatro della battaglia delle Egadi».
Se questo avviene per mare, cosa accade se si scava sotto terra? Il soprintendente di Palermo, Gaetano Gullo, spiega: «Pur non essendoci un capitolo destinato in toto agli scavi archeologici, per i quali spesso si provvede mediante fondi comunitari, recentemente l’attenzione è stata indirizzata ai parchi archeologici, che hanno dato delle ottime risposte in termini di ritrovamento ma anche di fruizione, con un pubblico in aumento. E hanno permesso di proseguire scavi già avviati, come ad esempio quello di Montagna dei Cavalli, sul Monte Jato». Qui Ferdinando Maurici ha condotto gli scavi che hanno fatto ritrovare una particolare
tipologia di edifico, una taberna, un pubblico esercizio, davvero raro. Altro scavo condotto in zona, che si spera possa riservare altri importanti rilievi, è relativo all’accampamento di Federico II, rintracciato a partire dalle sue “Lettere emanate dal campo Jato”, la cui intestazione non lasciava dubbi, ma di cui adesso si sono trovate tracce concrete che potranno raccontare, se ulteriormente indagate, alcuni nuovi passaggi della storia e della vita dello Stupor Mundi.
A Prizzi, invece, gli scavi hanno fatto scoprire un teatro antico, conservato in modo discreto. Lo racconta lo studioso Stefano Vassallo,
che annuncia: « Il teatro è stato edificato intorno al IV secolo avanti Cristo, e ha il primato dell’altitudine, trovandosi a mille metri sul livello del mare. Con i suoi 52 metri di diametro della cavea si colloca tra i teatri di media grandezza, ed era collocato in un punto di cerniera tra l’acropoli e l’abitato, probabile punto di riferimento sia per le rappresentazioni ma anche per le assemblee politiche. Un teatro che non ha subito interventi successivi, come sovente capitava, e che dunque ci permette una conoscenza diretta dell’impianto originario dei teatri di prima età ellenistica ».
Dalla montagna alla città, ecco che Palermo è pronta a svelare tanto, e proprio in questi giorni gli scavi condotti nel cuore del centro storico, a piazza Bologni, stanno svelando attraverso un saggio stratigrafico una serie di tessuti murari che raccontano del luogo, dal periodo punico, ellenistico, bizantino, fino al Millecinquecento, quando mutò destinazione, e da luogo dedicato all’edilizia privata venne destinato a trasformarsi in piazza.
Nel frattempo si attende la riapertura del museo di Himera per poter ammirare uno dei tesori recuperati dopo numerose vicissitudini, la Phiale d’oro, e nuovi fondi per proseguire le ricerche in una delle zone — scrigno tra i più interessanti dell’Isola, a detta degli studiosi, che hanno avuto sempre numerosi riscontri. A Selinunte, svelati templi, recuperati gioielli, manufatti e offerte votive rarissime con un flauto d’osso che serviva per le cerimonie sacre, adesso già si pensa ai nuovi scavi, come racconta la direttrice del Parco, Caterina Greco: «Alla fine dell’estate inizieremo gli scavi nel Quartiere industriale, cioè il Ceramico: qui avevamo già recuperato diverse fornaci monumentali, databili tra il V e il IV secolo avanti Cristo, nelle quali venivano realizzati i manufatti d’argilla. E poi pubblicheremo un libro che testimonierà i lavori di scavo condotto in questi decenni nell’agorà, una delle più grandi del mondo greco».



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