Botticelli in Cina? No, grazie di Tomaso Montanari "Il Fatto Quotidiano", 12 lug. 2012
Bisogna dare atto a Lorenzo Ornaghi che surclassare Sandro Bondi era davvero difficile. Ma il professore non si è perso d’animo, e, dopo nemmeno nove mesi di mandato, sta riuscendo a conquistare il titolo di peggior ministro per i Beni Culturali degli ultimi vent’anni. Venerdì scorso Ornaghi ha infatti rilasciato una dichiarazione che riesce ad essere perfino più grave della gaffe della Fornero sul lavoro che non sarebbe un diritto. Rispondendo alle critiche (immagino quelle di chi scrive, visto che sono state le uniche) sulla mostra che ha deportato a Pechino opere fragilissime del Rinascimento fiorentino per mere ragioni promozionali, il ministro ha dichiarato testualmente: “Bisogna lanciare operazioni di questo genere anche correndo qualche rischio , altrimenti si penalizza la diffusione della cultura italiana oltre i confini nazionali” (“Corriere della sera”, 7 luglio; corsivo mio). Se esistesse l’istituto dell’impeachment per il ministro dei Beni culturali, ci sarebbe di che avviarne l’iter. La Costituzione, infatti, dice che la Repubblica “tutela”, e non già “mette a rischio”, il patrimonio: ed è per questo che la legge ha sempre sovraordinato la tutela alla cosiddetta valorizzazione, considerando le opere d’arte un fine in sé, e non un mezzo per raggiungere altri obiettivi. Il che, tradotto in pratica, vuol dire che se è rischioso mandare trenta tavole dipinte e cinque affreschi staccati a Pechino, l’unica conseguenza possibile è non mandarli, e non già “accettare il rischio”. Ma Ornaghi sembra ignorarlo, e preferisce fondare una nuova dottrina: quella del “qualche rischio”. Immagino che i poveri funzionari tecnici del Mibac (quelli, sì, ben consapevoli dell’autentica gerarchia dei valori) siano già stati adibiti a compilare dettagliate tabelle che traducano in pratica questa nuova, esaltante stagione della plurisecolare storia della salvaguardia del patrimonio artistico italiano. Esse stabiliranno che per una mostra, non so, in Croazia al massimo si può mettere a rischio un Jacopo del Sellaio, per una in Svizzera un Francesco Francia, per una in Germania un Botticelli: ma che per una a Pechino possiamo perdere anche un Raffaello (ma di che “taglia”?). Un’altra possibilità sarebbe giocare sul grado di certezza dell’attribuzione: così a Pechino o a Washington si potrebbe mandare, mettiamo, il Bruto di Michelangelo, mentre a Nairobi si può sempre spedire il Cristo “di Michelangelo” che ha comprato Bondi. Insomma, la tutela creativa: proprio come per la finanza, se il ministro si sbaglia e l’opera si distrugge, ci perde solo il popolo italiano. Una simile enormità si riesce a spiegare solo con la totale incompetenza di Ornaghi non solo nel campo della storia dell’arte, ma soprattutto in quello della legislazione e della storia della tutela. D’altra parte, il peccato originale del ministro è proprio l’incompetenza: egli è l’unico “non tecnico” del governo tecnico di Mario Monti, essendo smottato giù giù fino ai reietti Beni culturali solo dopo che il PD non se l’era sentita di man-dar giù l’affidamento della scuola e dell’università ad un ministro legato a doppio filo al cardinal Bagnasco. La strada maestra per superare questo pessimo inizio sarebbe stata quella di circondarsi di persone più competenti di lui. Ornaghi, invece, sta facendo esattamente il contrario, forse seguendo la tipica coazione da barone accademico a promuovere chi ne sa ancor meno. Mentre visitava, martedì, la Biblioteca dei Girolamini a Napoli (quella saccheggiata dal suo consigliere Marino Massimo De Caro, nella colpevole indifferenza dei vertici Mibac), il ministro ha annunciato che il prossimo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali sarà il professor Francesco Maria De Sanctis, un filosofo del diritto. Ora, la prima domanda è: cosa c’entra la filosofia del diritto con il patrimonio storico e artistico e il paesaggio italiani? Quale fondata opinione potrà avere il nuovo presidente circa i prestiti di opere antiche a mostre-marketing? Quando ancora aveva un diverso assetto istituzionale, il consiglio fu guidato da Federico Zeri, mentre gli ultimi due presidenti sono stati Salvatore Settis e Andrea Carandini: comunque se ne valuti l’operato (personalmente giudico pessimo quello di Carandini), si trattava di personalità innegabilmente competenti. Ornaghi avrebbe potuto scegliere un altro archeologo o storico dell’arte, ma anche un architetto, un archivista, un bibliotecario, un musicologo, un regista o magari un giurista dei beni culturali: perché scegliere una personalità (sicuramente rispettabilissima) che non sa nulla del patrimonio? La nomina di De Sanctis colpisce, poi, anche per un altro motivo. Con uno sgarbo istituzionale senza precedenti, Ornaghi non si è dimesso (ma autosospeso!) dalla carica di Rettore della Cattolica: così un membro del consiglio direttivo dell’Istituto Toniolo (che controlla la Cattolica, e che è a sua volta presieduto dal cardinale ciellino Angelo Scola) vota nel Consiglio dei Ministri, anche su materie come il finanziamento pubblico alle università private. In questo edificante contesto, la nomina di De Sanctis, che è stato rettore dell’università privata napoletana “Suor Orsola Benincasa”, appare un duplice e arrogante schiaffo: alle competenze dei beni culturali (mai come oggi in tragica emergenza e bisognosi di cure) e alle università pubbliche. L’assalto al patrimonio culturale continua: chi pensava che l’arroganza e l’incompetenza avessero raggiunto l’acme nel ventennio berlusconiano ha materia per ricredersi.
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