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LIGURIA - UN’ALTRA ITALIA E’ DAVVERO POSSIBILE
ILARIA BORLETTI BUITONI
MARTEDÌ, 03 LUGLIO 2012 LA REPUBBLICA - Genova



Domani al Ducale la presentazione del nuovo libro della presidentessa del Fai, Fondo Ambiente Italiano. Dove si parla di mattoni e di alberi

Un Paese che riconosce la propria identità culturale è un Paese in cui si vive meglio. Il riscatto può nascere solo dalla bellezza che, nonostante tutto, vince. Il patrimonio storico, ambientale, monumentale dell’Italia è stato avvilito, trascurato e in alcuni casi abbandonato per decenni, aggredito dalla incontrollata cementificazione e dalla ‘rapacità economica’. Così l’Italia oggi, a differenza di Germania, Francia e Inghilterra, ha perso l’occasione recente di sfruttare la risorsa in espansione del turismo culturale e naturalistico. Un’opportunità forse irrecuperabile per il nostro Paese; un errore di valutazione il cui peso aumenta con il riconoscimento dell’ineguagliabile potenzialità del nostro vasto e vario patrimonio. Quali azioni ‘possibili’ spettano ora a Stato e privati in materia di leggi, competenze, fondi, interventi e manutenzione per recuperare il danno fatto? Come la cultura può essere una via per ritrovare quell’orgoglio per la propria
identità necessario per ricostruire un Paese afflitto da una crisi senza precedenti?
Il mio vuole essere un messaggio di fiducia per una Italia Possibile rivolto soprattutto ai giovani: da loro si può ripartire affinché abbiano sempre maggior consapevolezza di questo patrimonio che è e sarà il loro e possano con sempre maggior forza chiedere a chi ha la responsabilità del governo di proteggerlo e valorizzarlo. (...)
La Liguria
— La terra che frequentavo spesso, soprattutto da ragazza, oggi è purtroppo una regione molto danneggiata dal punto di vista paesaggistico e i terribili disastri recenti, con le vittime delle alluvioni dello scorso autunno, hanno riportato all’attenzione pubblica questa grave realtà. Forse lo spazio per costruire non era sufficiente, stretti come sono i paesi della costa tra mare e strapiombi, ma è certo che il cemento ha invaso un territorio fragile e impervio che andava trattato con delicatezza e competenza. Il torrente Boate a Rapallo non esiste più, Sestri Levante è diventata una piccola città con la maggior parte di case vuote, spesso per sei mesi l’anno.

Rimane, intatto, un lieve senso di malinconia che inspiegabilmente mi prende ogni volta che mi trovo a Santa Margherita Ligure o a Sestri. Un sentire comune, questo, a molti che abitano lungo la costa ligure e che si
unisce alla preoccupazione per il futuro e alla mancanza di prospettive che porta i giovani lontano e determina l’abbandono dei centri storici. Il problema esiste e sarebbe certo sciocco da parte di chiunque fingere che lo stato attuale, una specie di rassegnazione, possa essere quello ideale. Ma come reagire? Come intervenire senza deturpare, come si vorrebbe fare a Santa Margherita con l’orribile progetto per un nuovo porto? Come ridare a questa costa così unica uno slancio verso il futuro? Sono domande necessarie e forse una risposta può venire proprio partendo dall’identità e dalle vocazioni di questo territorio piuttosto che cercare di soffocarlo con progetti invasivi. Forse al mondo sono molte più di quello che si pensa le persone che verrebbero in Liguria per trovare un’oasi di equilibrio e bellezza,
rispetto a quanti invece vi porterebbero un roboante motoscafo.
Perché allora non partire proprio dalla consapevolezza di queste eccellenze per renderle ancora più accattivanti? Dall’offerta turistica alle manifestazioni culturali, dai percorsi naturalistici alla cucina, all’abbinamento di benessere e cultura, tutto può convergere verso un unico obbiettivo: portare il visitatore a voler tornare perché lì si vive meglio.

La Liguria, adesso, è ferita a morte. Genova ha visto un dramma riversarsi nelle strade svelando la gravissima situazione di dissesto nella quale si trova. Luoghi di intima poesia come Vernazza, Borghetto Vara e Monterosso sono annichiliti dalla tragedia di cui a lungo si vedranno i segni profondi. Proprio nelle Cinque Terre il FAI ha una proprietà, Punta Mesco, 45 ettari che dominano il mare: sarà un grande progetto di recupero paesaggistico nel quale metteremo tutto il nostro impegno per contribuire, almeno in parte, alla ricostruzione di quel tessuto ambientale e naturalistico oggi distrutto ma dal quale si può e si deve ricominciare.

Ogni volta che parlo di Genova agli amici stranieri colgo uno sguardo perplesso, come se non si trattasse di una meta importante per chi viaggia in Italia. Mi sono sempre piaciute le città sul mare, mi piace la varietà di persone e di atmosfere che il mare porta con sé. Genova è bellissima, seppur sfregiata da quell’orribile sopraelevata che la taglia in due e che si vorrebbe con un colpo di mano cancellare, e riesce a sorprendere continuamente chi la visita.

Alla sontuosità dei palazzi, dei cortili e di alcuni monumenti, alla leggerezza luminosa degli interventi contemporanei si contrappone il buio dei carruggi che scendono verso il porto come un labirinto. Genova è emozionante soprattutto di sera, come spesso lo sono le città portuali, quando,
chiusa l’attività produttiva, le persone riversano sul lungomare il bisogno di distrazione. Nel 2004, designata Capitale europea della cultura, vi si respirava un’aria di orgoglio e di ripresa grazie sicuramente ai fondi pervenuti e a un sindaco lungimirante, ma in poco tempo questa fiamma lentamente si è spenta e ha lasciato al suo posto una triste rassegnazione della quale molti amici genovesi lamentano di essere vittime.

Anche se meno complessa, è una situazione per certi versi simile a quella di Napoli, che durante il G7 del 1994 sembrava essere sul punto di entrare in una fase nuova — si parlava addirittura di “rinascimento napoletano” — per poi vedere molte speranza svanire in breve tempo e tutto ritornare come prima.

Perché questo avviene con regolarità nel nostro Paese? Esiste
una responsabilità? Che cosa vince alla fine? Perché le occasioni di cambiamento hanno vita così breve? Le risposte sono probabilmente legate alla politica locale, anche se sospettare il “male italiano” come colpevole finale non mi sembra un azzardo. In realtà la difficoltà di conciliare gli opposti interessi non sempre palesi di gruppi uniti nel perseguire il proprio obbiettivo, più forti spesso delle istituzioni, l’incapacità di creare azioni congiunte che convergano tutte verso un modello di sviluppo e la sostanziale mancanza di una classe dirigente adeguata sono, appunto, quel male nostrano che sempre e ovunque impedisce di cogliere le occasioni migliori trasformandole in una ripresa duratura. Nel nostro Paese la lista delle opportunità mancate è più lunga di quella degli sprechi, si persegue con determinazione la strada del “contributo straordinario” e, ancora peggio, della “gestione straordinaria” per curare mali che richiederebbero invece una lenta, paziente e consapevole assistenza che duri nel tempo.



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