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Come arricchirsi senza vendere il colosseo
MANUELA GRASSI
Panorama 28-01-2005

Il politologo Giuliano Urbani, ministro per i Beni e le attività culturali, è irritato. Per come la vede lui, la cultura è un bene supremo sul quale non dovrebbero esserci discussioni ma unanime interesse. E invece, botte da tutte le parti. Prima un antagonista in seno rumoroso come Vittorio Sgarbi, le accuse di voler vendere il Colosseo per far cassa, le traversie della Biennale di Venezia. Poi gli attacchi da sinistra per aver messo in pensione valorosi direttori di musei e sovrintendenti, e ora perfino dal premier per la presenza di troppi «gauchistes» tra i suoi collaboratori. «Sa qual è il salto di qualità che questo Paese non ha fatto?» dice Urbani in via del Collegio romano. «Considerare i beni culturali come il principale investimento. Ancora non lo abbiamo capito».
Neppure questo governo.
D'accordo. Ma non l'ha capito il Paese. Non posso dare la colpa solo al mio partito, per la semplice ragione che assolverei i governi precedenti dall'avermi consegnato un ministero colabrodo.
Non pensa che Walter Veltroni, Giovanna Melandri e, prima ancora, Alberto Ronchey abbiano al contrario portato una nuova sensibilità?
Le legge Ronchey era buona, anche se oggi non è più sufficiente. Il Lotto pure è stato un'idea giusta. Ma è mancata una riforma organica.
Perché da noi la cultura conta così poco? Alla fine degli anni Cinquanta, quando la Francia aveva Andre Malraux come ministro, l'Italia si affidava alla Pubblica istruzione...
È sempre stata considerata un bellissimo soprammobile. Non a caso è l'ultimo nato tra i ministeri {nel 1974, per volontà di Giovanni Spadolini, ndr} da una costola della Pubblica istruzione, e in virtù dell'accorpamento di spezzoni diversi, come un panino di Nonna Papera. E pensare che da esso dipende l'industria più importante, quella del turismo: oggi è il 12 per cento dei pil, ma può essere raddoppiato.
Come?
Puntando sul nostro marchio. Nel mondo ci conoscono per il Rinascimento, per la nostra storia, che si incarna in Roma, Firenze, Venezia. Dicono: gli italiani sono queìli dei quadri e delle sculture, del gusto. Più riusciamo a valorizzarlo, più attiriamo turisti, più facilitiamo le esportazioni, non solo le mostre d'arte, la moda e il cibo, ma anche la meccanica fine. Un tondino di Brescia o un bullone di Monza hanno un valore aggiunto, l'eccellenza italiana.
Ma i Beni culturali appaiono continuamente in crisi: pochi soldi, volontà di ridurre il potere dei sovrintendenti, privatizzare.
Appunto, sono stanco di vivere in questo nebbione, Non posso distrarmi con le marginalità, voglio dedicarmi alle cose di sostanza, delle quali sono fiero. Abbiamo fatto cose che i governi precedenti, che duravano appena dieci mesi, non hanno neppure provato a fare.
Ce le racconti.
Il Codice dei Beni culturali e del paesaggio, dove per la prima volta (è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e si può scaricare da internet) si trova in un linguaggio accessibile tutta la normativa che tutela il patrimonio artistico e paesaggistico. Poi abbiamo fatto una ristrutturazione organica del ministero
con una novità assoluta: il dipartimento Ricerca e innovazione. Terzo punto, stiamo raddoppiando alcuni dei grandi musei nazionali: l'Egizio a Torino, Brera a Milano, le Gallerie dell'Accademia a Venezia, gli Uffizi a Firenze, dove ad aprile vedremo finalmente le impalcature, e il Vittoriano a Roma, che su suggerimento del presidente Carlo Azeglio Ciampi diventa il nuovo Museo della Patria. Poi c'è la valorizzazione del patrimonio archeologico nazionale, la ricostruzione e il restauro di alcuni grandi teatri, come la Scala a Milano, il Petruzzelli a Bari, il Valle a Roma.
Le sovrintendenze erano considerate satrapie. Siete riusciti a mandare in pensione personaggi come Adriano La Regina a Roma o la direttrice della Galleria degli Uffizi Anna Maria Petrioli Tofani, entrambi piuttosto scomodi.
Tutti i sovrintendenti sono scomodi, è il loro ruolo. Ma distinguiamo. Nei due pensionamenti citati non ho fatto altro che applicare le norme. Era stato approvato un emendamento che estendeva i limiti di età per il pensionamento, prima fissati a 67 anni. Per noi è stata una sorpresa, perché le aspettative erano di cambiare, ma non abbiamo fatto una piega, li abbiamo confermati tutti. Quando improvvisamente la Funzione pubblica, d'accordo con il Tesoro, ci ha messi di fronte a un fatto nuovo: non c'era la copertura finanziaria. È come se avessero fatto una legge a metà. Da una parte il blocco del turn-over per diminuire i dipendenti pubblici, dall'altra l'emendamento per tenerli in servizio, ma senza fondi. L'unica cosa che ci era consentita era dire a tutti di andare a casa.
Il potere dei sovrintendenti oggi è più limitato.
Prendiamo la decisione simbolo: il vincolo. Spesso va posto a un bene che ha un aspetto archeologico, uno monumentale, uno storico-artistico, dunque è una decisione che va istruita fra le tre componenti specialistiche, non può più essere presa da un singolo.
Ci sono pochi soldi ma lei ha creato due nuove sovrintendenze: a Lucca, patria del presidente del Senato Marcello Pera, e a Lecce, dove è sindaco Adriana Poli Bortone, di An.
Se si cade in questa logica, viene da dire che tutte le città hanno un sindaco... Abbiamo cominciato da dove c'era più urgenza, la prossima sarà Parma, e chissà cosa si dirà. Eppure, questo va nella direzione in cui ogni provincia, per quanto finanziariamente possibile, avrà i propri uffici di sovrintendenza. Perché la riforma dell'amministrazione è data dall'armoniosa coesistenza di due tendenze, quella dell'interdisciplinarità, garantita dai nuovi comitati, e quella della capillarità sul territorio.

Il Codice della svolta
Tutte le norme che non si devono violare per conservare la bellezza
Non a caso sulla copertina del Codice dei Beni culturali e del paesaggio, documento di cui va fiero il ministro Urbani, c'è un particolare di Giorgione, il maestro che per primo diede alla bellezza della natura un ruolo centrale nell'arte. Tra i pilastri della normativa, infatti, c'è il "pieno recupero del paesaggio... alla pari degli altri beni culturali del Paese». Svolta importante, che vede la pianificazione urbanistica subordinata a quella paesaggistica.
Resta il sospetto che questo governo voglia vendere tutti i beni pubblici.
Dal fascismo e dai governi successivi abbiamo ereditato un patrimonio immobiliare sconfinato. Arrivando al governo ci sembrava ovvio alienarne una parte per colmare il debito pubblico più grosso del mondo. Si è scatenata la canea. S'immagini come ci sono rimasto quando ho visto che io e Giulio Tremonti venivamo dipinti come due talebani malversatori che volevano vendere il Colosseo. E pensare che avevo ereditato una normativa che lo permetteva, giuridicamente non avrei avuto vincoli. Oggi con il nuovo Codice non è più possibile (vedere riquadro a pagina 123).
È stato in Cina con il presidente Ciampi, ora andrà in India.
L'Unesco ci ha nominati «caschi blu» della cultura. Significa che i restauri dell'antica città iraniana di Barn, distrutta dal terremoto, li guidiamo noi. Così come guideremo quelli della Città proibita di Pechino e della Muraglia cinese. La Cina è importantissima; 120 milioni di potenziali turisti nei prossimi anni. Direi che ci conviene far conoscere l'eccellenza italiana laggiù!
Perché l'hanno accusata di coinvolgere troppi uomini di sinistra?
Semplicemente perché dentro Forza Italia ci sono i nostalgici delle lottizzazioni, senza sapere che con quelle non si conquistano grandi voli.
Forse il ministero dei Beni culturali sta diventando un boccone appetibile?
Certo. Grazie alla Arcus, la società creata per gestire i fondi provenienti dalle grandi opere (il 3, e in futuro il 5 per cento, su ogni grande investimento in in -frastrutture, ndr), quest'anno abbiamo 100 milioni di risorse aggiuntive.



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