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Troppe nomine a sinistra. Lite Urbani-Forza Italia
Paolo Conti
Corriere della Sera 21-GEN-2005

Bufera azzurra su Urbani: «Promuove solo a sinistra»

Il ministro ribatte a chi lo critica: «Lottizzare per noi sarebbe un suicidio»

«Vedo molti nostalgici delle lottizzazioni, anche nel centrodestra, pei miopia e meschinità personale... Ci sono insomma molti aspiranti lottizzatoli, e sono sempre figli della Prima repubblica. Ma lottizzare la cultura, per Forza Italia, sarebbe un suicidio. L'occupazione del potere non si traduce in voti ma in odio da parte dei cittadini». Giuliano Urbani, ministro per i Beni e le attività culturali, sa bene che in Forza Italia c'è chi lo accusa apertamente di aver lasciato troppo spazio a personaggi cari alla sinistra.
Ieri, su «La Stampa», Augusto Minzolini riferiva di un Berlusconi intento a fare ammenda sulla gestione del sottopotere: «Abbiamo commesso un errore, cosa che invece non hanno fatto i nostri alleati, An e Udc. Questo tipo di nomine vanno a loro e quando ci scappa qualche incarico per Forza Italia, magari poi finiamo per mandarci pure gente di sinistra. Ad esempio, tutti si lamentano per gli incarichi che Urbani da, quasi sempre, a personalità della sinistra. È una questione che va affrontata».
Il ministro assicura di non credere a un Berlusconi che abbia formulato un'accusa così precisa verso di lui («lo escludo nel modo più assoluto, sono sicuro di quel che dico»). Ma qualcuno, nel partito di maggioranza relativa, ha già provato a fare qualche conto. Soprattutto qualche nome.
Per esempio ha riletto la lista dei vertici della Biennale di Venezia, affidata da Urbani a Davide Croff, in passato molto caro all'Ulivo (in particolare a Giuliano Amato). Egli altri incarichi dell'istituzione culturale veneziana? Il direttore della mostra del cinema, Marco Muller, è indubbiamente uomo di sensibilità progressista. Lo stesso può dirsi di Francesco Bonami, responsabile delle arti visive, avversatissima a sua tempo da Vittorio Sgarr bi. E lo stesso predecessore di Croff (nominato sempre da Giuliano Urbani) si chiama Franco Bernabè, notoriamente stimato da Walter Veltroni. Uno dei consiglieri ministeriali più ascoltati da Urbani durante la stesura del nuovo codice dei Beni culturali si chiama Salvatore Settis, autore per Einaudi di un duro pamphlet («Italia spa») contro l'ipotesi tremontiana della privatizzazione del patrimonio pubblico.
In quanto alle commissioni ministeriali per il cinema, a ottobre sono stati nominati tra gli. altri anche Giuliano Montaldo, l'ex europarlamentare Luciana Castellina, l'ex direttore della mostra veneziana del cinema Gillo Pontecorvo. E qualcuno ricorda che la potente società Arcus, incaricata di distribuire i fondi che proverranno dal 3% stralciato da ogni futura grande opera pubblica italiana per finanziare la tutela dei Beni culturali, si chiama Mario Ciaccia, ex capo di gabinetto di Antonio Maccanico in maggioranze certo non di centro destra.
Urbani non ci sta: «Non ho nominato alcun rappresentante politico della sinistra. Ma professionisti competenti e liberi. La Biennale? Non vedo uomini Ds, le persone di cui parliamo non occupano quei posti in quanto rappresentanti di un partito ma perché sono artisti e cultori autorevoli del proprio settore». E come la mettiamo con Davide Croff? «Il nome di Croff venne selezionato durante un colloquio tra me e il presidente del Consiglio. Io avevo in mente tre nomi e la scelta finale, da parte sua, cadde su Croff. Sono quindi chiacchiere, solo chiacchiere».
Ma il nervosismo in Forza Italia è tangibile, c'è chi protesta e mugugna... «I nostalgici delle lottizzazioni, guarda caso, sono tutti i figli della Prima repubblica». Nomi? «No, ma basta guardarsi in giro. Forza Italia è nata come partito liberale di massa proprio per "liberare" la società, quindi anche la cultura, dall'occupazione dei partiti. Quindi lottizzare per Forza Italia sarebbe un autogol. Dobbiamo accrescere il numero dei nostri elettori producendo servizi e beni nell'interesse della gran parte della cittadinanza, non prendendo e accontentando pochi facinorosi. In quel modo saremmo destinati a perdere consensi. E poi ci comporteremmo come la sinistra». . Come spiega la nomina di Pontecorvo, di Luciaha Castellina già fondatrice de «Il manifesto»? «Un liberale sceglie la maggioranza delle commissioni a propria somiglianza. Così ho fatto. Ma non posso dimenticare che nel Paese esistono anche quelli che non la pensano come me. Se mi si dice che le minoranze non devono essere rappresentate, si è al di fuori del liberalismo. Va benissimo, ma la cosa non mi riguarda. La sinistra non deve essere egemone né esclusa. Entrambe le soluzioni sarebbero illiberali».
Molti mal di pancia, in area Forza Italia, sarebbero indirizzati non solo verso la Biennale ma anche nel cuore della macchina del ministero, cioè in quell'universo dei Beni culturali che in futuro potrebbe trasformarsi sempre più in un vero affare. E qui ritorna la questione Ciaccia, presidente di una società destinata a maneggiare decine e decine di milioni di euro, contribuendo a progetti culturali di potenziamento del territorio: vero platino, in tempi di scarsissimi fondi pubblici.
Ribatte Urbani: «Parliamo di un grande e stimato esperto del suo settore. Capo di gabinetto di Maccanico? Certamente, lo è stato. Così come lo è stato anche Antonio Catricalà, scelto proprio da Berlusconi come segretario generale di Palazzo Chigi. Non posso che essere d'accordo, visto che è stato anche mio capo di gabinetto».
Altra voce che proviene da certi ambienti della maggioranza: ma perché promuovere a capo dipartimento del ministero Roberto Cecchi, che fu già stretto collaboratore di Walter Veltroni e di Giovanna Melandri? E ministro stavolta quasi si arrabbia: «Io scelgo servitori dello Stato... aborro chi vuole utilizzare la cosa pubblica per fini politici ed elettorali». Anche del centrodestra? «Anche del centrodestra, è ovvio. Sappiamo bene chi occupò scientificamente, a suo tempo, la cultura. Lo fece Zdanov in Unione Sovietica e Togliatti in Italia, per i comunisti. La destra provò col Minculpop. Sappiamo bene com'è andata. Il discorso mi pare chiuso».



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