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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Ecco perché scrissi quella mail sul «Crocifisso milionario».
Salvatore Settis
Corriere della Sera

Caro direttore, nel suo articolo (19 febbraio) sull'acquisto del «crocifisso milionario», innescato dal rinvio a giudizio del sottosegretario Cecchi e altri, Paolo Conti cita, come se fosse rilevante ai fini anche giudiziari della vicenda, una mia email a Cecchi (allora direttore generale), con le parole «mi sembra un'ottima decisione», precisando che allora ero presidente del Consiglio superiore dei beni culturali. Tale citazione è irrilevante. Durante la mia presidenza il Consiglio superiore non ha mai, neppure per un secondo, parlato del crocifisso (lo fece invece il Comitato di settore per la storia dell'arte): è dunque evidente che non posso aver parlato in nome del Consiglio. Né posso aver fatto attribuzioni, e non solo perché non sono un esperto di scultura del tardo Quattrocento, ma perché non ho mai visto (a oggi) quel crocifisso, e non ho l'abitudine di esprimere pareri senza aver visto. La verità è molto più semplice, anzi banale; e ringrazio Cecchi per aver citato la data della mia email (18 novembre 2008), che aiuta a ricostruire il contesto. Era allora in corso un durissimo scontro con il ministro Bondi: egli tacque quando il bilancio del suo ministero subì un taglio pesantissimo di oltre un miliardo, ma si agitò quando io ne scrissi sul Sole 24 ore del 4 luglio 2008; il sottosegretario Giro e altri mi invitarono allora alle dimissioni, che Bondi respinse. Ma la gravità della situazione mi spinse a intervenire ripetutamente nei mesi successivi, con alcuni articoli su Repubblica, uno su Die Welt e numerose interviste, in Italia e fuori. Altre pesanti ragioni di contrasto vennero dalla proposta Carlucci di archeocondono e dalla nomina a direttore generale di un manager senza specifiche competenze nei Beni culturali; finché Bondi mi chiese di dimettermi con un articolo sul Giornale (23 febbraio 2009), ciò che subito feci (la mia lettera uscì il 26 febbraio su Repubblica). E’ in questo clima arroventato che Cecchi, senza darmi particolari né sulle procedure né sul prezzo, mi chiese «abbiamo i soldi per comprare un probabile Michelangelo, che ne pensi?». In quel contesto, c'era un solo senso possibile: verificare se avrei criticato il ministero, magari sui giornali, perché, in tempi di magra, non destinava quei soldi altrimenti. E la mia risposta aveva un solo senso possibile: la convinzione che, anche in tempi di magra, un buon acquisto può essere un segnale positivo. Nessuna implicazione di tipo istituzionale, né tanto meno attributivo. Né potevo allora immaginare gli inquietanti retroscena che avrebbe più tardi rivelato Tomaso Montanari nel suo «A cosa serve Michelangelo?». Facendomi molto onore, Conti accosta il mio nome a quello di Zeri («per Zeri e Settis era di Michelangelo»). E’ un onore che non merito, e non solo perché non ho mai espresso un tal parere, ma anche perché la frase «se non è Michelangelo è Dio» fu attribuita a Zeri solo sei anni dopo la sua morte. Ma davvero gli argomenti a difesa del sottosegretario Cecchi sono tanto deboli da dover ricorrere a una frase non documentata di Zeri e a una mia vaga e remota email, senza alcun rilievo né istituzionale né scientifico? Spero proprio che non sia così.



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