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Patto di unit fra diversi per non dividere
L'intervento di Franco Bassanini

Franco Bassanini
Humus, bimestrale della Confederazione italiana agricoltori, n. 3

La riforma del Titolo V , senza dubbio, una grande riforma: cambia significativamente la forma dello Stato, larchitettura istituzionale della Repubblica. Trasforma in radice lassetto del governo territoriale e sovverte i tradizionali rapporti fra centro e periferia. Lindagine conoscitiva della Commissione Bicamerale dimostra che tutti ormai sono costretti ad ammetterlo, anche chi laveva inizialmente sottovalutata o svalutata.La riforma non compiuta. Richiede una vasta e impegnativa opera di implementazione, qualche integrazione e completamento, forse anche qualche correzione. E onesto riconoscerlo. Del resto, quasi mai le riforme escono perfette dalla testa dei legislatori che le hanno approvate.Lintegrazione principale sta certamente nella riforma in senso federale del Senato e nelladeguamento alla nuova forma dello Stato della composizione della Corte Costituzionale. Il Senato federale richiesto per garantire la partecipazione delle comunit regionali e locali e delle loro istituzioni alla formazione delle scelte legislative federali che le concernono e alle decisioni sullallocazione delle risorse e sulla condivisione delle responsabilit per lequilibrio della finanza pubblica; ed anche per arginare le risorgenti spinte centralistiche e statalistiche. Un Senato federale garantirebbe, partecipando allelezione dei giudici costituzionali, una composizione della Corte Costituzionale attenta ai diritti delle Regioni e degli enti locali.Le correzioni possono riguardare una riconsiderazione di alcune allocazioni di competenze: per esempio, attribuendo alla legislazione esclusiva dello Stato la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dellenergia e attribuendo alla competenza concorrente dello Stato e delle Regioni la tutela dellambiente.Ma ci che occorre, innanzitutto, un lavoro impegnativo e coerente di attuazione del nuovo assetto costituzionale. Non solo, per tutti, un preciso obbligo costituzionale. Il nuovo Titolo V fa parte a pieno titolo della Costituzione che tutti, Governo, Parlamento, Regioni, enti locali, magistrature, maggioranza e opposizione devono rispettare e attuare. Vi di pi. Se il lavoro di attuazione ristagna, la riforma rischia di impantanarsi e il Paese di precipitare nel caos istituzionale e nella paralisi amministrativa, in un devastante rincorrersi di ricorsi e controricorsi (ai Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte Costituzionale), e tra uno o due anni, di sentenze di incostituzionalit.E un rischio reale, un esito non improbabile, se -come pare- invece di un lavoro coerente e concorde di attuazione della riforma prevalgono, come troppo spesso avviene, due spinte divaricanti e pericolose, tra le quali sembra equamente divisa la compagine governativa.La spinta ad andare oltre. Oltre la riforma; oltre il modello federale prescelto (che un misto di federalismo cooperativo e di federalismo competitivo, come in realt avviene in tutti gli Stati federali, sia pure con diversit di dosaggi). Ma anche oltre il federalismo, nelle forme fino ad oggi conosciute e realizzate. Che cosa , del resto, lidea di tre Parlamenti, nei quali dovrebbe articolarsi il potere legislativo federale secondo il ministro per la devolution, se non lo scivolamento verso la forma della Confederazione di Stati indipendenti, che cosa diversa dallo Stato federale? E che metterebbe a rischio quellunit e indivisibilit della Repubblica che consacrata in un principio costituzionale forse non suscettibile di revisione? Prescindo qui dal paradosso della frantumazione del Parlamento federale in tre distinte assemblee, rappresentative di tre sedicenti Stati-Nazione, dietro ai quali non si coglie in verit alcuna Nazione (dal momento che, perfino un milanese e un bergamasco, per intendersi fra loro, debbono usare la lingua italiana, non esistendo n una lingua lombarda n una lingua padana...); e ricordo che il federalismo , nella storia, un patto di unit tra diversi (e pluribus unum), non lo strumento per frantumare una nazione unitaria.In ogni caso: se il progetto andare oltre, la riforma del Titolo V transitoria e passeggera; dunque non vale perdere tempo ed energie per attuarla.Allopposto: cresce, nella legislazione e nelle scelte del Governo e delle amministrazioni centrali, una forte tendenza antiautonomista, un ritorno di fiamma centralista e statalista, lidea di tornare al passato, negando alle autonomie perfino lo spazio che avevano nel vecchio Titolo V. E cos: con la legge obiettivo, il Governo riserva a s solo il potere di autorizzare lo start up dei grandi impianti produttivi, espropriando i Comuni dei loro poteri tradizionali in materia urbanistica. Con la legge finanziaria, e con cento altri provvedimenti, si cerca di affermare il principio che le competenze devono andare dove ci sono le risorse, invece che allocare le risorse dove ci sono le competenze, come vuole lart. 119 della Costituzione. La delega fiscale ignora del tutto lobbligo costituzionale di dare attuazione allarticolo 119 della Costituzione, e cio di assegnare a Regioni ed enti locali le risorse necessarie per il finanziamento integrale delle funzioni loro attribuite, costringendoli, in fatto, ad aumentare le imposte locali. E alla Patrimonio SpA sono attribuiti i beni del demanio e del patrimonio dello Stato, ignorando lobbligo costituzionale di trasferirne una quota alle Regioni e agli enti locali.Si possono fermare queste spinte contrastanti e divaricanti, che rischiano di portare il Paese nel caos? Si pu. Con il Presidente Amato e una quindicina tra i massimi esperti del diritto costituzionale e amministrativo abbiamo, con un recente libro bianco di Astrid, dimostrato che, anche sulla questione delle grandi infrastrutture si possono trovare soluzioni che consentono di adottare in tempi brevi e certi le decisioni necessarie, ma insieme rispettano i poteri delle Regioni e degli enti locali e le responsabilit del Governo; e, in pi, riducono ai minimi termini il contenzioso, quel contenzioso che, altrimenti, rischia di paralizzare lattuazione della legge obiettivo.Occorre tuttavia un impegno comune e concorde. Comune tra Governo, Parlamento, Regioni ed enti locali, sulla base dei principi di leale collaborazione e concertazione fra istituzioni, propri dei moderni Stati federali. Un impegno concorde e comune fra maggioranza e opposizione, in una logica bipartisan, richiesta dalla natura squisitamente istituzionale di questa opera di attuazione della nuova forma dello Stato. Il disegno di legge La Loggia si muove in questottica, d un contributo utile su molte questioni; ma non dice una parola su una questione decisiva, quella delle risorse finanziarie e dellattuazione dellarticolo 119 della Costituzione; e insiste su una delega al Governo per la ricognizione dei principi fondamentali della legislazione regionale, che sembra del tutto incostituzionale (come si pu delegare al Governo, una legislazione di soli principi, quando larticolo 76 della Costituzione riserva la definizione dei principi al legislatore delegante, cio al Parlamento) e che di conseguenza alimenter nuovo contenzioso anzich ridurlo.Ognuno deve accettare di fare un passo indietro, o un passo avanti verso le ragioni dellaltro. Chi ha voluto la riforma (non solo il centrosinistra, ma anche le Regioni e i sindaci, compresi quelli di centrodestra), deve accettare le correzioni necessarie, purch non siano stravolgenti. Ma il Governo deve bloccare le spinte centraliste e la tendenza a superare il federalismo verso la divisione del Paese. Se la riforma dovesse fallire, non ne risponderebbe solo chi lha voluta. Ma anche chi aveva il dovere costituzionale di attuarla. E, soprattutto, pagherebbero i cittadini, che vogliono istituzioni efficienti, non litigiose, vicine alle loro esigenze.

http://www.cia.it/Ultimo/humus/humus3/bassanini.htm


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