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Una vita da precario si lancia dal balcone
CRISTIANO TARSIA
IL MATTINO 14-GEN-2005

Roma. Si è buttato nel vuoto. Da ieri pomeriggio è in pericolo di vita. Ciro Monaco, 40 anni, due figli, è l'ennesima vittima del dramma lavoro, di una vera e propria guerra che troppo spesso lascia per strada morti e feriti.
Ciro era a Roma, sede del Governo e dei ministeri che tra sovvenzioni e tagli decidono le sorti delle vertenze lavorative di tutta Italia, e del Mezzogiorno e di Napoli in particolare. Ciro era andato con una trentina di compagni-amici, tutti precari dell'Ales, consorzio che opera nei beni culturali, a manifestare, protestare, chiedere un incontro al ministro Giulio Urbani. Una mattinata di tensioni, cariche della polizia, risposte mai arrivate. Sino a quando Ciro con quattro amici decide di staccarsi dal gruppo e andare a prendere un caffè.
È un momento di pausa, una passeggiata nella centrale via del Corso per smaltire delusione e preoccupazione per un'ennesima giornata infinita, con le risposte del dicastero che non giungono e un lavoro che sembra sempre più precario, messo a rischio dai tagli della Finanziaria che non prevede nessun futuro per i circa 650 lavoratori dell'Ales che a vario titolo e grado lavorano tra i monumenti e tesori di Napoli, Pompei e Caserta.
Ciro non entra con i suoi amici nel bar, varca la soglia invece della sede del Banco di Roma. Nessuno può dire cosa gli passi per la testa, fatto sta che sale due piani di scale, si affaccia a una finestra e si lancia di sotto. Il colpo è durissimo, si vede subito che l'uomo è in gravi condizioni. Arriva un'ambulanza che lo porta al più vicino ospedale, dove in serata viene operato. Rimane sotto i ferri per più di un'ora e la sua vita è appesa a un filo.
Gli amici sono tutti sotto choc. E anche con il senso di colpa di non essere riusciti a fermare il povero Ciro. Ma nessuno onestamente poteva prevedere una tragedia simile. Anche se la disperazione ha ormai preso i lavoratori dell'Ales.
«Un dramma incredibile - spiega Anna Rea, segretario regionale della Uil, il sindacato a cui Monaco era iscritto - che testimonia del momento diffìcile che stiamo vivendo. Sono a rischio 650 posti di lavoro in una realtà, quella dei beni culturali e quindi del turismo, che in teoria, e a detta di tutti, dovrebbe essere un fiore all'occhiello e una fonte di investimenti per Napoli e per tutto il meridione. È una situazione insostenibile per la quale si dovrebbe fare qualcosa. Io ieri mattina l'ho anche ribadito al segretario nazionale Angioletti - conclude la Rea - investendolo della vertenza: "occupiamoci dell'Ales, che è diventata una situazione insostenibile" gli ho detto. Purtroppo sono stata facile profeta».
La giornata di ieri, come è detto, è stata convulsa e carica di tensione. I manifestanti dell'Ales spa (società mista, 70% di Italia Lavoro e 30% dei Beni Culturali) stavano cercando uno sbocco per la loro vertenza. Che, lo scorso 2 gennaio, era arrivata sino al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: una delegazione incontrò il Capo dello Stato a piazza Trieste e Trento, per una brevissima chiacchierata, nella quale i lavoratori gli esposero le perplessità sul proprio futuro, dopo la lettera che li informava sullo stato di mobilità, chiedendo anche un tavolo di confronto. E il presidente assicurò che avrebbe mediato tra il ministero dei Beni Culturali e quello del Lavoro. Però sino a ieri non era arrivata nessuna risposta dal Governo, nonostante l'interessamento del Quirinale. E per la prossima settimana, martedì 18 gennaio, i sindacati avevano organizzato una grossa manifestazione a Roma, con una tenda da piantare proprio sotto il ministero dei Beni Culturali. E ieri mattina una delegazione di lavoratori ieri aveva cercato di avere un incontro con il ministro per quella data. In assenza di Urbani, i dipendenti AJes, una prima volta «dispersi» dalla polizia, erano stati ricevuti dal direttore del ministero, che si era impegnato a portare una risposta di Urbani in merito a un possibile incontro. Dopo tre ore, però, ai lavoratori non era arrivata ancora nessuna comunicazione. Solo silenzio. È stato a questo punto che Ciro Monaco ha deciso di andare a prendere insieme ai suoi amici e compagni di lotta quel maledetto caffè.



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