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Sgarbi: «Mantova luogo ideale dell'arte Se fossi assessore...»
Stefano Scansarli
8 GEN 2005 GAZZETTA DI MANTOVA



«Soddisfatto, ma ci sarebbero stati più ingressi con la proroga e morse per la promozione»
INTERVISTA AL CURATORE
«Per il bene dell'arte sto anche col centrosinistra. Io ministro e Burchiellaro sottosegretario»


Torna in pista oggi, per tutto il giorno: la sua mostra del cuore chiude domani sera, e lui sarà al Te e rivedere la creatura. Vittorio Sgarbi nell'intervista che ci ha rilasciato propone il suo bilancio, molto articolato e universale, delle Ceneri violette di Giorgione. Natura e Maniera tra Tiziano e Caravaggio. Nel mix anche le elezioni e qualche provocazione. Le Ceneri violette domani chiudono a quota più 150mila visitatori. Sgarbi è soddisfatto?
«Quella sulle Ceneri violette è stata una delle mostre di maggiore impegno della mia attività di storico ed è un'occasione che per alcuni sarà perduta per sempre. L'evento aveva l'obiettivo, su indicazione del Comune, di lavorare intorno al mondo delle corti. La concezione di questa mostra non doveva essere lontana da quella della Celeste galeria».
Un successo?
«L'idea che tante persone a Mantova siano andate a vedere opere di Franco, Campi, Melone, Ortolano, Garofalo è sorprendente. In realtà la mostra la si sarebbe potuta tenere aperta un altro mese e quindi superare quota 200mi-la visitatori. E stata apprezzata la ricerca sul territorio. Altre esposizioni vicine a Mantova sono invece d'importazione. Mantova quindi si è confermata come centrale, capitale, laboratorio. Un luogo ideale per l'arte».

Lei aveva pronosticato un milione di visitatori. Scherzava?

«Centocinquantamila visitatori sono tantissimi. E potevano diventare anche di più
«Un consiglio al nuovo sovrintendente: non metterti di traverso»

se avessimo potuto allungare il periodo. Serviva una promozione più potente e sonora, come può fare Brescìa. A Mantova abbiamo dovuto fare i conti con due penalizzazioni: la chiusura regolare e non posticipata; e l'investimento ridotto sulla pubblicità dell'evento».

È stata anche la mostra dei tira e molla, dei dipinti arrivati tardi, di quelli restituiti e non previsti. Che cosa ha insegnato?

«La caratteristica della mostra è di avere puntato anche su grandi autori cercando di farli vedere in opere poco note. Io non farei mai una mostra dell'ovvio. Quindi è capitato, ad esempio, che un dipinto come la Maddalena di Tiziano, che oggi è della collezione Caltagirone, sia arrivata a mostra in corso. Chiamai il proprietario in agosto, ma lui era in vacanza. Mi disse sì, ma l'opera arrivò quando Caltagirone tornò dalle ferie. I ritardi dipendono dall'anticipo della mostra che si vuole far coincidere col Festivaletteratura, quindi settembre. Chiedere a una contessa, a una principessa, a un industriale un prestito di un dipinto in agosto è una impresa».

E il ministero ha fatto rientrare la Caduta di Paolo di Caravaggio.

«Sì. L'altra difficoltà è emersa quando abbiamo chiesto un'opera poco vista come la Caduta di Paolo, che appartiene alla collezione della principessa Odescalchi. È un'opera di Caravaggio che più di tutte mostra il ritmo del manierismo padano. Non potevo immaginare che lo Stato, che non capisce nulla di valorizzazione del patrimonio, facesse un punto d'onore nell'impedire che la Caduta di Paolo andasse e restasse a Mantova. Ho accettato di restituirlo perché si è profilata una occasione formidabile: lo scambio con il Sacrificio di Isacco, dagli Uffizi. Quindi, mentre il privato sarebbe stato finalmente visto da tutti, l'opera pubblica degli Uffizi restava pubblice». Una idiozia. E stata una doppia lezione, che non cambia il mio attegiamento. Farò nuovi atti di forza».

A lei piaceva il titolo la Maniera Padana, ma la Lega
«Fra le cose singolari e divertenti c'è stata la discussione sul titolo da me voluto e che connetteva la lezione di Giulio Romano alla Padanìa. La cosa era logica perché, ad esempio, esiste la conclamata maniera toscana che fa riferimento a Michelangelo. Senza bisogno di fare omaggi alla Lega, quel titolo originario era la maniera sintetica per descrivere, appunto, questa Maniera. Ma la parola Padania ha subito il sequestro della Lega e la censura di chi non è leghista. Anche il sindaco ha avuto questa preoccupazione ed ha voluto la formula più poetica delle Ceneri violette di Giorgione».

Collezionismo, rinascenza e memoria. Sono questi i filoni giusti per Mantova?

«Credo che Mantova possa fare con il Te quasi ogni esposizione - purché non sia come quella del Bambino nell'arte che non m'è piaciuta - con un minimo di impegno. Specializzarsi nella pittura antica può dare identità al Te in modo definitivo. Sta di fatto che anche nel 2006 Mantova sarà sede di un grande evento dedicato alla pittura antica. Ricorreranno 1500 anni della morte del Mantegna e insieme a Verona e Padova, Mantova ospiterà una sezione. Sarà una esposizione originalissi-ma, inaugurata da Valery Giscard d'Estaing. Io presiedo il comitato nazionale, lui ne è il rappresentante onorario».

Fantacultura: se lei fosse il futuro assessore agli eventi o il sindaco di Mantova, che cosa farrebbe, all'istante?
«Se fossi assessore affiderei le mostre per i prossimi dieci anni a Vittorio Sgarbi. Lo storico dell'arte ne ha 52 ed è nel pieno delle energie. Non c'è specialista più determinato, veloce e fantasioso. A chiamare altri ci hanno già provato, ma il migliore è Sgarbi».

Anni fa lei venne a Mantova per sostenere il candidato sindaco del centrodestra. Ora lei è uno dei supporter più convinti di Burchiellaro. Voltagabbana?

«Il candidato del centrodestra proprio non me lo ricordo. Quanto a Burchiellaro il mio sostegno non è ancora politico. Vista la incapacità del centrodestra di elaborare una politica culturale vera, sono costretto a cooperare su altri fronti, ma esclusivamente per il bene dell'arte. Non è escluso che per l'avvenire possa dare il mio appoggio organico al centrosinistra. Io ministro dei beni culturali e Gianfranco Burchiellaro sottosegretario»

A Mantova c'è il cambio della guardia in sovrintendenza. L'Algeri va, e Trevisani viene. Li conosce entrambi. Che cosa consiglia?

«Consiglio all'Algeri di proseguire con gli studi sul Quattrocento ligure che con molta acutezza ha condotto. Trevisani è pieno di interessi e curiosità. Più legato alla sigla dello studioso, è una figura utile per il rigore».

Indicazioni strategiche?
«Sul piano dei rapporti politici gH consiglio di non mettersi di traverso. Ad esempio credo che la mostra su Mantegna possa avere una sede anche in Ducale. Per una volta il Te va subordinato al Ducale. La collaborazione col nuovo sindaco deve essere perfetta. È giusto che il Te continui a fare laboratorio, ma non è l'unico luogo in cui si deve rappresentare la cultura. Primo comandamento: grande diplomazia riuscendo a strappare un rapporto di collaborazione assoluta. Niente statalismo. E io sono disponibile a fare da ponte».

E che cosa farebbe per Palazzo Ducale?
«Non c'è alcun dubbio che per il Ducale sia necessario provvedere e lo farò con il nuovo vice ministro Martu-scello per istituire una fondazione, come è avvenuto per il Museo Egizio di Torino. Così la città partecipa alla cultura che esprime il Ducale avendo una quota azionaria insieme a banche e privati. Lo Stato mantiene la tutela, il Comune il primato sulla promozione».



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