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L'equivoco del bello che piace
Vittorio Sgarbi
10-GEN-2005 il Giornale


Tra gli equivoci più tipici di un tempo senza principi, di chi ha perso riferimenti certi, c'è la confusione fra la bellezza e il piacere. La frase che sostiene questo equivoco è una frase molto diffusa, e anche liberatoria: «È bello ciò i (...) che piace». Essa stabilisce, o stabilirebbe, una condizione relativa per il bello, la quale però è assolutamente impossibile, perché non esiste la possibilità che il bello sia incerto o sia relativo: il bello è assoluto. Può avere diverse gradazioni ma non può essere percepito attraverso l'esperienza e il gradimento di chi confonde un concetto, e una parola, con l'altro, perché se si chiamano «bellezza» e «piacere» è perché sono due concetti distinti, quindi «è bello ciò che è bello e piace ciò che piace». Che poi a qualcuno possa non piacere ciò che è bello dipende dal fatto che la sua sensibilità, o la sua insensibilità, lo mettono in contrapposizione con una bellezza oggettiva; e che faccia piacere ciò che è brutto è una forma di consolazione.
La possibilità che molte cose che escono dalla definizione oggettiva di bellezza incontrino il favore di altri, che o si accontentano o vivono nell'equivoco del loro piacere come unico strumento di valutazone del mondo, ha generato una serie di catastrofi, soprattutto nel nostro tempo, facendo prevalere il gusto personale di un amministratore o di un architetto rispetto alla tutela dell'armonia, che è quella misura attraverso la quale si identifica la bellezza, perché la bellezza è comunque armonia di forme, anche quando queste sono dissonanti. Quindi la bellezza non è soltanto quella di un dipinto, di una scultura classica o della Paolina Borghese del Canova, ma è anche l'armonia dissonante delle forme di Picasso, delle forme scomposte del Cubismo e del Futurismo. Cambiano le epoche e cambia quindi anche il riferimento alla bellezza, die non obbedisce a un canone stabile ma muta con il mutare dei tempi. Ma la
misura e la determinazione del suo valore sono esattamente le stesse. La capacità di corrispondere al suo tempo di Giotto e di Picasso sono equivalenti, pur se in situazioni diverse, per cui la differenza che c'è tra l'uno e l'altro non dipende dal fatto che uno sia bello e l'altro sia brutto, ma dal fatto che rappresentano il bello in tempi diversi.
La percezione del bello è comunque legata a criteri oggettìvi, a quegli elementi di una composizione che creano corrispondenze profonde, evitando le dissonanze, le incongruenze, le inadeguatezze. Per questo il tema centrale della bellezza è l'ordine con cui essa ci appare, perfino un ordine che sembri disordinato. In questo senso se noi stabiliamo che il giudizio estetico determina una scienza del bello, il bello può essere misurato, il bello può essere difeso nella sua identità.
Su questo punto bisogna essere intransigenti, bisogna impedire che l'idea del piacere si sovrapponga ali' idea della bellezza, che lo strumento per valutare la bellezza sia il piacere. Dobbiamo quindi assumere una serie di strumenti che ci facciano capire l'identità di ogni bene, di ogni bellezza, e ci inducano a rispettarla cosi come facciamo con il cambiamento del gusto: passano trenta o quarant'anni e vedendo una Vespa, vedendo una Lambretta, una macchina degli anni Sessanta o un abito di quell'epoca, ci rendiamo conto che quella forma è tutta legata a un tempo che non è più il nostro, ma che proprio per questo dobbiamo rispettarla Questa operazione ci impone uno straordinario rispetto, una mancanza di prepotenza, perché ogni epoca ha una ragione per essere apprezzata. Quindi non esiste una visione della storia in cui c'è un gusto prevalente e dominante che annulla quelli precedenti, e quando questo è capitato abbiamo assistito, ad esempio, alla cancellazione di una decorazione del Quattrocento per sostituirla con una del Cinquecento. Queste cose sono capitate nel passato, e purtroppo capitano anche oggi. L'equivoco del nuovo, l'equivoco del moderno, hanno portato molto spesso a cancellare la memoria e la storia.



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