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Così nell'inferno dei fiorentini
Roberta Bernabei
Il Venerdì di Repubblica 7/1/2005

Alla fine del Cinquecento li vedevano i condannati a morte, poco prima di salire al patibolo. Poi, per tre secoli, li nascose la calce viva. Quindi il ritrovamento clamoroso e, subito, un restauro sciagurato, o meglio una ridipintura, che ne mutò i colori fino a renderli irriconoscibili. Poi, questi splendidi affreschi di Giotto sono rimasti a lungo invisibili al pubblico, chiusi nella Cappella del Podestà nel Museo nazionale del Bargello di Firenze. Ora finalmente, di qui a una settimana o poco più, queste pitture murali - che Giotto esegui dopo il 1332 e che alla sua morte, nel 1337, vennero terminate dai suoi collaboratori - torneranno a essere esposte al pubblico, restaurate e ripulite dalle aggiunte a tempera ottocentesche. E tra le altre figure si vedrà quella di Dante Alighieri, che come raccontava Vasari nella Vita di Giotto «era coetaneo et amico di Giotto, et amato da lui per le rare doti che la natura aveva nella bontà del grande pittore impresse».
Il restauro di quel che era rimasto delle pitture murali giottesche nella Cappella del Podestà iniziò un paio di anni fa per decisione di CRIstina Acidini Luchinat, Soprintendente dell'Opifìcio delle pietre dure di Firenze, e di Cristina Danti, direttore del settore restauro pitture murali, d'accordo con la Soprintendenza speciale per il Polo museale fiorentino e il Museo nazionale del Bargello. Il lavoro è stato affidato agli esperti restauratori dell'Opificio. «Oggi il risultato di questo complesso restauro può sembrare al primo impatto poco eclatante, anche a causa della grave consunzione della superficie pittorica» spiega una dei restauratori, Paola Ilaria Mariotti, «ma questo è il lavoro di Giotto e dei suoi collaboratori e noi l'abbiamo reso di nuovo visibile, dopo sette secoli. La lettura dei dipinti, realizzati in una tecnica mista, affresco e tempera, è frammentaria, ma la straordinaria qualità e la solennità di queste preziose pitture riesce a emergere anche dopo il degrado e l'abbandono che hanno segnato la loro storia». Infatti questo ciclo pittorico, oggi poco conosciuto, fu del tutto «dimenticato» per secoli, sebbene lo stesso Vasari lo citasse nella Vita di Giotto. Era stato realizzato per la Cappella della Maddalena, nel Palazzo del Podestà, il massimo magistrato fiorentino. Quando nel 1502 quella carica venne abolita, il Palazzo divenne la sede dei Giudici di ruota e lo rimase fino al 1574, quando Cosimo I de' Medici lo trasformò nella peggiore e più temuta prigione di tutta Europa. Fu allora che prese il nome di Bargello, ovvero del capo degli sbirri che provvedeva a catturare, interrogare, rinchiudere e punire i traditori e i criminali. I condannati a morte trascorrevano nella Cappella le ultime ore di vita, prima di essere impiccati in Piazza Beccaria: entrando essi avevano di fronte la raffigurazione del Paradiso, uscendo, quella, terribile, dell'Inferno.
«Dalla fine del Cinquecento la Cappella cadde però in un progressivo degrado» racconta Paola Ilaria Mariotti, «al suo interno furono costruiti due piani sorretti da travi di legno, fu adibita a magazzino, divisa in celle e le pareti furono ricoperte da calce». Delle pitture murali si perse ogni traccia. Solo dopo quasi tre secoli, nel 1840, il restauratore pratese Antonio Marini, su indicazione di alcuni studiosi anglosassoni, ebbe l'incarico di ricercare in quel luogo il ritratto di Dante eseguito da Giotto. E dopo pochi mesi questo venne effettivamente alla luce, con grande clamore. «Il ritratto dell'Alighieri» spiega Enrica Neri, docente di storia dell'arte medievale all'Università di Firenze, «ha destato anche
nelle fonti antiche grande interesse e, visto che Giotto e Dante si conoscevano, rappresenta una fonte iconografica di rilievo dell'iconografia dantesca».
La notizia della scoperta fece così il giro del mondo, ma subito si accesero le polemiche perché nella fretta di eliminare la calce che ricopriva le pitture Marini usò «ferro, acido e pasta» deturpando gli affreschi. La forte adesione tra la calce e la pellicola pittorica era infatti tale che, raschiando, Marini portò via non solo la calce ma anche la pellicola pittorica e il primo strato di intonaco. Alla fine, per rendere più vivi i colori, li ridipinse. Intanto nel 1865 il Bargello, da prigione, fu trasformato in museo. Gli affreschi furono «restaurati» ancora nel 1937, anno del centenario della morte dell'artista, e nel 1971: in quell'occasione, Leonetto Tintori, autore dell'intervento, per cercare di consolidare gli intonaci stese sulle pitture delle resine sintetiche che però, con il tempo, cambiarono la loro struttura chimica, divenendo insolubili e quindi non asportabili completamente dalla parete.
«Il nostro restauro» spiega Cristina Danti, che per due anni ha seguito tutte le fasi del lavoro, «ha interessato i 140 metri quadrati di pittura nella parete di fondo della Cappella, quella del Paradiso, e due porzioni di pitture ai lati di questa, con storie della vita di Maria Maddalena e due scene della vita di San Giovanni Battista. Dopo sei mesi di indagini abbiamo consolidato gli intonaci ed eliminato tutte le tracce di ridipinture: sono venuti così alla luce affreschi meravigliosi, che dimostrano l'impareggiabile disinvoltura con cui Giotto padroneggiava la tecnica pittorica murale».
«Nonostante la difficile lettura delle pitture, frammentarie e rovinate», spiega anche Luciano Bellosi, professore di storia dell'arte medievale all'Università di Siena, «ci sono delle zone di qualità pittorica davvero molto alta. Ed è stupefacente scoprire come Giotto, alla fine della carriera, cercasse ancora di rinnovarsi».



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