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DA DÜRER A CHAGALL, LE INVESTIGAZIONI DEGLI ARTISTI IN MOSTRA AL MART : «Il Bello e le bestie», e l’uomo divenne animale
Vincenzo Trione
Il Mattino, 06/01/2005


Quando l’uomo si fa animale, si rivelano ossessioni, turbamenti. Incubi, che nascondono una trama di echi e di rifrazioni. E rispecchiano incastri, incontri. L’individuo e l’animale, il razionale e l’irrazionale, il conscio e l’inconscio, l’istinto e il perturbante. Relazioni pericolose che sono indagate nella suggestiva mostra «Il Bello e le bestie», curata da Lea Vergine e da Giorgio Verzotti, al Mart di Rovereto. Un viaggio imprevedibile e infedele, che sperimenta una ipotesi critica originale. Si è proceduto per snodi tematici, tra assonanze e accostamenti spesso audaci. Sono state individuate due ampie «regioni», dedicate, rispettivamente, all’animalità, sia come alterità sia come prossimità. Continenti che sembrano continuarsi, offrendo un’interpretazione piuttosto singolare, attraverso 180 opere, di due secoli di arte, dalla seconda metà dell’Ottocento alle sperimentazioni del nostro tempo. Il percorso è integrato da un «prologo», in cui sono opere di epoche precedenti - dai vasi e dai bronzetti greci e latini ai dipinti di Dürer e di Arcimboldo, di Lavinia Fontana, di Annibale Carracci e di Goya -, che scrutano le varie declinazioni del «divenire animale». All’origine dell’«animalomania» moderna bisogna porre le investigazioni di Leonardo e di Della Porta, i quali avevano colto profonde analogie tra i lineamenti degli uomini e le forme delle bestie. Sulle loro orme, muovono trattatisti come Le Brun e Lavater, che riempiono i loro fogli di esseri mostruosi dai volti antropomorfi, con sopracciglia equine e occhi leonini. Da qui partiranno molti artisti attivi nell’Ottocento (da Ingres a Redon, da Knopff a Dantan, da Daumier a Gavarni), i quali, in linea con quanto fanno in letteratura scrittori come Balzac, comporranno terribili bestiari. Ad affermarsi è uno zoomorfismo visionario, basato sulle metamorfosi degli uomini che si trasformano in belve, e degli animali che diventano uomini. Entriamo in un gioco di deviazioni, tra estraneità e interiorità. L’animale - nella prima sezione della mostra - è visto come icona che cela sessualità e arcadia, violenza e declino, al di là del «disagio della civiltà». Appaiono creature che seducono e inquietano. In questo territorio sono iscritte le costruzioni di Böcklin e di Klinger, di Moreau e di de Chirico e di Ontani, di Picasso e di Grosz, di Fontana e di Barney. Un passo, e si apre un universo di schizofrenie e di deformazioni, di manipolazioni e di anamorfosi, proposte da Picabia e da Savinio, dalla Carrington e da Beuys, dall’Abramovic e dalla Pane. Trait d’union di questi transiti è Bacon, straordinario interprete di un’umanità ridotta a corpo senza anima. Sequenze che rifrangono alterazioni oniriche. Incubi frequentati da sirene, sfingi, arpie, fauni. Individui ibridi che affermano una bellezza negata. E conducono nelle pieghe di favole dell’assurdo dipinte da artisti che, per sottrarsi all’insensatezza del mondo, dischiudono un mondo surreale. Si affidano alla forza del mito e della menzogna. Da incantatori, ricorrono a incessanti artifici. Invocano immagini torbide e temerarie; evocano meraviglie e mostruosità; cadono in allucinazioni terrificanti, in dialogo con il «perduto». Nelle loro fantasticherie, l’animale - scrive Lea Vergine nel fine saggio presente in catalogo (Skira) - è inteso come «il resto di un incubo, il brandello di un sogno, qualcosa di angelico e di diabolico»; è l’inconoscibile; indica il passaggio tra noi e le nostre origini. «Il Bello e le bestie» diviene, così, una messa in scena carnevalesca. A questa atmosfera comica e grottesca rinvia l’epilogo della mostra, con opere dissacranti di Chagall, di Savinio, della Sherman, di Ontani e di Cattelan. Cosa sono, per noi, gli animali?, si chiedeva Anna Maria Ortese ne L’iguana. «Sono l’uomo senza la difesa dell’intelligenza razionale, sono l’uomo senza tempo, l’uomo che sogna».




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