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FIRENZE - "Lo comprai da un antiquario un capolavoro del maestro"
GAIA RAU
GIOVED, 03 NOVEMBRE 2011 LA REPUBBLICA



Da 40 anni si batte per far riconoscere che il suo quadro dellartista fiammingo

Un fiorentino ora ha il "s" del ministero e di Salvatore Settis

"Il venditore mi augur buona fortuna: anche lui aveva intuito una grande mano"

"La mia battaglia continua, non mi basta lattribuzione devono dire che opera sua"


Quando, nel 1970, lo acquist in una bottega londinese, lantiquario che glielo vendette gli augur buona fortuna.

Ma Angiolo Magnelli non si perse danimo: In quel quadro vidi qualcosa di straordinario, lo volli in tutti i modi: ebbi quella che Erwin Panofsky definisce unintuizione sintetica, qualcosa che ho sempre pensato sia tipico di noi toscani. E poco importa se, perch quella intuizione fosse confermata, il collezionista fiorentino abbia dovuto aspettare quarantanni: oggi sa di essere proprietario di un capolavoro attribuito al grande pittore fiammingo Antoon van Dyck. Proprio come quellantiquario inglese sospettava, ma non era mai riuscito a dimostrare.

Un quadro vincolato, in quanto di grande interesse storico e artistico, e dunque non trasportabile fuori dallItalia, come ha stabilito il Consiglio di Stato che, lo scorso settembre, sulla base di una relazione del ministero dei beni culturali, ha respinto il ricorso presentato da Magnelli contro lufficio esportazione di Firenze che gli aveva negato il certificato di libera circolazione dellopera. Quel rifiuto stato la mia fortuna, il ministero mi ha notificato lattribuzione del quadro, spiega il collezionista. Il quale per annuncia: Continuer a lottare affinch dalla semplice attribuzione si passi alla dicitura "di van Dyck", in modo da eliminare ogni dubbio.

Lopera di propriet di Magnelli una tela di 202 per 242 centimetri intitolata La continenza di Scipione, e raffigura il condottiero romano, vincitore di Annibale in Africa il quale, dopo la presa di Cartagine, ricevette una bellissima vergine scelta fra gli ostaggi, che tuttavia rifiut riconsegnandola al futuro sposo Allucio in cambio di un suo impegno per la pace. A commissionarlo allartista di Anversa, sarebbe stato George Villiers, il famoso duca di Buckingham, grande collezionista e favorito di Giacomo I. Secondo buona parte della dottrina, tuttavia, La continenza di Scipione del pittore fiammingo sarebbe custodito non a Firenze ma in Inghilterra, nella collezione della Christ Church di Oxford. Ma, Magnelli ne convinto, quel quadro di Rubens, non di van Dyck.

Una tesi sostenuta da Anchise Tempestini, autore di un saggio del 2009, Van Dyck Rubens Van Dyck (Ediart), di cui firma lintroduzione Salvatore Settis, nel quale si legge che i due quadri, quello fiorentino e quello di Oxford, competono tra loro, perch solo uno dei due pu essere identificato con il quadro di van Dyck. A smentire la paternit del fiammingo sarebbe la presenza, nella tela di Oxford, di un fregio di marmo raffigurante due Gorgoni proveniente da Smirne che, secondo testimonianze storiche, non sarebbe potuto arrivare in Inghilterra prima del 1627, mentre lopera di van Dyck datata fra il 1620 e il 1621. In un articolo pubblicato da Repubblica nel novembre del 2000, del resto, lo stesso Settis, citando Magnelli, suggerisce che il quadro di Oxford vicino a Rubens (secondo altri a van Dyck), letto tradizionalmente come Continenza di Scipione, rappresenta in realt una scena connessa, ovvero Alessandro che rifiuta la figlia di Dario Statira offerta in segno di pace dal padre.

A complicare ulteriormente la vicenda, c poi il fatto che il quadro inglese, nel 1949, fu tagliato ai bordi, probabilmente per nascondere le colonne tortili vitinee che circondavano la scena principale, simbolo del primato della Chiesa di Roma (allora a sovrintendere alle collezioni reali britanniche era Anthony Blunt, una delle cinque spie di Cambridge assoldate dallUnione Sovietica). Un altro aspetto misterioso oggetto degli studi di Magnelli riguarda infine un colore particolare, il bruno di mummia, utilizzato per realizzare lopera e fatto esaminare dalla Editech di Maurizio Seracini: Si tratta spiega il collezionista di un pigmento ottenuto da frammenti di mummie arrivate dallEgitto a cui il pittore aggiungeva olio di ricino per diluirlo e gommalacca per aumentarne la lucentezza. E proprio di olio di ricino van Dyck, che era anche un alchimista, mor intossicato.

Quanto al futuro del quadro, Magnelli non ha dubbi: Il prossimo passo ottenere la dicitura ufficiale. Dopodich, il mio sogno vederlo in un grande museo fiorentino. Gli Uffizi.



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