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La periferia infinita - Nei saggi di Gregotti e Pellicani la denuncia della scomparsa del paesaggio
30 agosto 2011 EUROPA




Dov finita la campagna? A guardarlo dallalto, il pianeta ormai una vasta distesa urbanizzata che quando di notte si accende lascia ben poche zone dombra. A sorprendere di pi, oltre le vaste chiazze luminose che indicano le citt, il reticolo di strade, di autostrade, le infrastrutture continue che solcano ogni spazio e che sembrano parte di una gigantesca ragnatela. Il fenomeno, iniziato quarantanni fa, non accenna proprio a diminuire e la sua insostenibilit diventata il simbolo forse pi forte di un sistema di sviluppo ipertrofico seduto sullorlo del baratro. Per limitarsi allItalia, vengono cementificati ogni giorno 161 ettari di terreno, 750mila ettari tra 1995 e 2006, pari a poco meno dellUmbria, in un paese che dal 1951 al 2001 ha aumentato la superficie urbanizzata del 500 per cento e che, con il rilancio recente del piano casa, sembra voler proseguire nellopera di consumo del territorio.
Calcoli recenti, presentati qualche anno fa alla Biennale di Venezia curata da Richard Burdett parlano di un inurbamento che, se continuer con il ritmo presente, nel 2050 vedr il 75 per cento della popolazione mondiale vivere in citt. Insomma, dove andr a finire la campagna? Di fatto, concettualmente, gi non esiste pi. Lo suggerisce lultimo libro di Vittorio Gregotti, Architettura e postmetropoli (Einaudi, 16 euro). Il quale, spiega come il termine pi giusto per parlare di natura ormai il paesaggio, poich linsieme della nostra storia presa di possesso, invenzione di figura e modificazione della natura cos da trasformarla in paesaggio. Ragionamento tanto pi corretto che siamo arrivati alla fine di questa presa di possesso, al punto da non aver lasciato incontaminato neanche un centimetro quadrato di territorio.
Daltronde, quello in cui viviamo, non un mondo ovunque artificiale in cui alla dicotomia natura/cultura, citt/campagna si sostituito il binomio centro/periferia? Quelle che una volta erano le zone rurali, non sono forse oggi gli spazi intermedi tra megalopoli sempre pi ramificate e interconnesse, centri virtuali di economie altamente meccanizzate e informatizzate, dove si riversano milioni di persone mobilitate da una crescente concentrazione della ricchezza, travalicando le tradizionali frontiere culturali, linguistiche e nazionali? Come afferma Gregotti nel suo pamphlet, questi centri urbani sempre pi inquinati, congestionati e invivibili, capaci di offrire sempre meno, ricalcano linsosenibilit delleconomia finanziarizzata degli ultimi decenni.
Societ e culture dove il tempo ha preso il sopravvento sullo spazio, illudendo che lo sradicamento significhi ubiquit virtuale e superamento dei vincoli biologici. Un sistema economico che muove enormi masse di capitali da pochi centri finanziari dove poi fa convergere i prodotti dellindustria delocalizzata senza dare a vedere il lavoro, la fatica e il travaglio sociale di cui sono il risultato. Il centro, cio, toglie ogni statuto alla periferia, occultandone il ruolo, la funzione produttiva, come si farebbe con un retrobottega. il prezzo da pagare se si vuole continuare a vendere lillusione ideologica del denaro che produce denaro, se si vogliono nascondere i meccanismi della speculazione, le conseguenze sociali e ambientali per alimentare lutopia dello sviluppo e del consumo allinfinito. Questo, secondo Gregotti.
A dispiegare un ragionamento analogo un altro libro uscito negli stessi giorni di quello di Gregotti: Dalla citt sacra alla citt secolare di Luciano Pellicani (Rubettino, 22 euro). A dire il vero il volume del sociologo la prende pi alla larga, e analizza leclisse del divino nelle societ occidentali, a partire dalle lontane premesse del XV secolo, per infine tracciare i meccanismi della legittimazione del potere nella citt secolare. Di fatto, unemancipazione permessa dallavanzare della tecnica che ha liberato gli individui, ha diversificato la societ, ha fatto svanire gli orizzonti condivisi, favorendo una prodigiosa creativit e un ipertrofia alla lunga, per, insostenibile. Da qui, la rivendicazione del ruolo critico della sociologia allinterno dellideologia modernista.
Il rifiuto di ogni riduzione dei rapporti umani a rapporti contrattuali, sapendo che le informazioni stesse che dovrebbero permettere a ciascuno di calcolare con pertinenza il proprio interesse sono invece attraversate da convinzioni arbitrarie, opportunistiche poich fondate su convenzioni utili alla stabilit sociale.
La denuncia, insomma, che la fede razionalista della modernit poggia su un fondo irrazionale la fiducia incondizionata nelle capacit degli uomini e che per questo destinata a fallire, a esplodere negli squilibri di una devastazione ormai sotto gli occhi di tutti.
In entrambi i casi, la diagnosi appare disperata. E la soluzione? Secondo Gregotti, occorre inserirsi nella contraddizione tra la vocazione effimera di unurbanizzazione usa e getta e i grandi investimenti che comporta. Insomma, riqualificare la societ a partire dallurbanistica e dallarchitettura, ricostruire i legami tra spazio e tempo, tra identit e dimensione locale, restituendo ai cittadini la propria integrit di esseri umani. Ad aiutare questa riscoperta del locale sul globale, le crisi ricorrenti del sistema che dimostrano linsostenibilit dei suoi assunti fondamentali. C da crederci?
Simone Verde

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/128950/la_periferia_infinita


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