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Attribuzioni (e bufale) fatte ad arte
Il Fatto Quotidiano, 10-8-2011

Cos’è l’attribuzione, e a cosa serve? Che ruolo ha nel lavoro dello storico dell’arte? Come è possibile darne conto sui giornali senza finire a farne la caricatura, e cioè a rappresentarla come l’imperscrutabile magia nera praticata da una comunità di litigiosissimi iniziati? Sono queste le domande che scaturiscono da un articolo di Pier Luigi Panza («Corriere della sera», 2 agosto) che, a ragione, stigmatizza la gragnuola di attribuzioni farlocche a Michelangelo, Raffaello, Caravaggio e Bernini piovuta sui quotidiani negli ultimi tre mesi.
Andiamo al nocciolo: la capacità di riconoscere gli autori delle opere d’arte non è una dote innata, una rabdomanzia, un fiuto. È invece il frutto di un lungo e faticoso esercizio, una tecnica che si impara e che si insegna, un metodo del quale si può dar conto razionalmente. Uno storico dell’arte attribuisce le opere proprio come un filologo stabilisce in quali rapporti stanno i manoscritti che studia, un archeologo ricostruisce una serie iconografica, uno storico valuta la credibilità delle fonti: cioè grazie alla capacità di conoscere e comprendere il linguaggio (in questo caso, quello figurativo) e i singoli testi (le opere) che quotidianamente e appassionatamente frequenta. Già nel 1636, lo storico Agostino Mascardi spiegava che «coloro che ben intendono l’eccellenza dell’arte, una particolarità nell’altrui tavole riconoscono, in virtù di cui: “questa tavola è del Lanfranco”, “quest’altra è di Guido”, “quella è opera di Giuseppino”, “quella del Cortonese”, san dire. Ed a cotal particolarità s’è dato dai periti il nome di maniera: onde si dice la maniera di Raffaello, la maniera di Tiziano». La differenza tra chi conosce e chi non conosce «l’eccellenza dell’arte» sta tutta nella volontà, nella fatica, nell’applicazione. La capacità di «riconoscere le maniere» è infatti direttamente proporzionale alla quantità di ore passate a studiare, al numero di opere esaminate nei musei e nelle collezioni di tutto il mondo, alla mole di fotografie sedimentate nella memoria: e sono lì a dimostrarlo i taccuini di viaggio, gli appunti e le fototeche di grandi conoscitori come Giovan Battista Cavalcaselle, Bernard Berenson, Roberto Longhi o Federico Zeri.
Panza sostiene che non sia necessario saper fare le attribuzioni per essere uno storico dell’arte. E lo stato attuale della disciplina sembra dargli ragione, visto che la complessa tastiera dello storico dell’arte si è scissa, e molti dei tasti sono divenuti strumenti che ambiscono all’autosufficienza: accanto ai conoscitori ci sono gli storici sociali dell’arte, gli iconologi, i cercatori di carte d’archivio, gli storici della critica e molti altri ancora. Tuttavia, questa evoluzione (o involuzione che sia) non cancella un dato incontrovertibile: chi non intende la lingua dell’arte, non ha il diritto di definirsi uno storico dell’arte. Se l’attribuzione non può e non deve diventare il fine ultimo della storia dell’arte (che avrebbe ancora tutto da fare anche quando ogni opera del passato fosse stata restituita al suo autore), essa non può non essere fra gli strumenti essenziali dello storico dell’arte: così come la conoscenza storica della lingua non può mancare allo storico della letteratura, e quella del latino non può mancare allo storico romano.
Panza suggerisce che le attribuzioni fragili siano quelle fatte solo sulla base dello stile e senza privilegiare i documenti o i dati tecnici. Io credo esattamente il contrario: i guai peggiori sorgono quando si imboccano ‘scorciatoie’ improprie e pseudo-oggettive, e in realtà egualmente sottoposte all’interpretazione, e dunque all’errore. Il ‘Caravaggio’ lanciato dal «Sole 24 ore» è stato attribuito in base alla lettura (sbagliata) di documenti d’archivio: se ne fosse valutato lo stile, si sarebbe subito capito che si trattava di un’opera dipinta decenni dopo la morte del Merisi. Il ‘Michelangelo’ comprato da Bondi era avallato da tecnologi del legno e anatomopatologi: se ne fosse valutata la qualità, il sommo nome del Buonarroti sarebbe stato scartato all’istante. Morale: se si prova a piantare un chiodo con un cacciavite non solo non ci si riuscirà, ma si finirà col farsi male. E se si vuol scoprire l’autore di un’opera, la via maestra è quella di studiarne lo stile e la qualità, ovviamente senza disdegnare le informazioni degli archivi, delle fonti e delle moderne analisi, ma sapendo disporle secondo una precisa gerarchia.
Naturalmente non si tratta di un esercizio facile: ma gli errori devono essere imputati a chi li fa, non all’attribuzione in sé. Sull’ultimo domenicale del «Sole», Sergio Luzzatto ha brillantemente recensito un libro di uno storico che demolisce il libro di un’altra storica, la quale aveva creduto di dimostrare che la Sindone nel Duecento sarebbe appartenuta ai Templari. Questa tesi si fondava su incredibili arbitri interpretativi e clamorosi errori di lettura delle fonti manoscritte. Bisognerebbe forse concludere che la scienza storica è infondata, delegittimata, inutile? No di certo: una singola studiosa si è sbagliata, e un altro storico l’ha corretta, in un processo perfettamente fisiologico.
Certo, orientarsi in questo mondo è difficile, e il compito dei giornalisti che si occupano di storia dell’arte sarebbe complicato anche se ci si liberasse dall’ossessione dello scoop, del nome colossale, della ‘scoperta’ clamorosa.
È necessario capire chi sono i veri esperti, guardarsi dagli innumerevoli cialtroni che frequentano questi temi, non prendere i titoli accademici come oro colato e valutare bene le implicazioni economiche di attribuzioni che smuovono milioni di euro nel mercato dell’arte: ma se ci si avvicinasse a tutto ciò con un decimo della documentazione, del senso critico e della curiosità che il giornalismo italico dedica alle esternazioni di Borghezio o al delitto di Avetrana, capire e trasmettere le appassionanti avventure dell’attribuzione non sarebbe certo impossibile. E probabilmente sarebbe anche più divertente.

Tomaso Montanari


"L'interesse di un museo è la verità" - Intervista ad Antonio Natali di Tomaso Montanari

Il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, oltre ad essere un vero storico dell’arte (il che non è scontato) è anche una delle poche voci critiche sul marketing della storia dell’arte.

Alla metà del Cinquecento Giorgio Vasari ha scritto: «Ho sempre voluto riscontrar l’opere con la veduta, la qual, per la lunga pratica, così riconosce le varie maniere degli artefici come un pratico cancelliere i diversi e variati scritti dei suoi eguali». È una definizione ancora attuale?

Decisamente sì. La base stilistica è l’unica possibile, per l’attribuzione. Quando sono i documenti a svelarci l’identità di un autore, si tratta di qualcosa di diverso: di un accertamento documentario, appunto. Ma anche quando ci sono i documenti, non possono avere la meglio sull’evidenza stilistica dell’opera: che è il primo e più importante documento. Gli errori si possono imputare all’impreparazione di un singolo studioso, o ad una compromissione col mercato: non allo strumento dell’attribuzione in sé.

Cosa pensi del modo in cui i giornali italiani trattano le attribuzioni?

La storia dell’arte sembra non appartenere più alla cultura italiana diffusa: dalla mancanza di una educazione scolastica al figurativo, fino ai continui equivoci sui giornali. Ci sciacquiamo tutti la bocca con la trita e pericolosa metafora dell’arte petrolio d’Italia. Almeno coltivassimo i nostri ‘pozzi petroliferi’!

3.Il Crocifisso ‘di Michelangelo’, il Sant’Agostino ‘di Caravaggio’, la Visione di Ezechiele ‘di Raffaello’ e il Cristo ‘di Leonardo’: casi molto diversi, che hanno suscitato molto interesse. Cosa ne pensi?

Sulla scultura attribuita a Michelangelo, non mi pronuncio: sarebeb di cattivo gusto, visto che lavoro nella stessa Soprintendenza che ne ha proposto l’acquisto pubblico. Il Caravaggio e il Leonardo li ho visti solo in foto, e non amo dare giudizi senza vedere l’opera in originale. Comunque, da quel che vedo, il primo non ha davvero niente di Caravaggio, e il secondo sembra molto rovinato, anche se mi dicono che dopo il restauro è assai cambiato. Quanto al ‘Raffaello’ che avrebbe dovuto scalzare quello di Pitti, non c’è nessuna lobby museale. Io stesso ho ‘declassato’ molti quadri degli Uffizi: l’interesse vero di ogni museo è la ricerca della verità. Che è anche l’etica del mestiere dello storico dell’arte.

Chi è stato il migliore attribuzionista del Novecento, secondo te?

Federico Zeri ha avuto un occhio meraviglioso, ma Roberto Longhi con l’attribuzione ha ricostruito la storia dell’arte, non solo gruppi di nomi. Anche dai suoi errori si ha tutto da imparare.



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