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Milano. E ora vi racconto la Favola di Brera
Giovanni Agosti
Manifesto - Alias 17/7/2011

Senso alto della qualit e apertura alle istanze sociali: questo era, negli anni settanta, la Brera di Russoli. Qui leggiamo come un sismografo il progressivo e grottesco degrado di quell'utopia

Ce la racconti la Favola di Brera?: me l'hanno chiesto tante volte. Con cinquant'anni sulle spalle, e trentacinque almeno di servizio: visite periodiche, passioni e arrabbiature, sconcerti e fastidi, qualche folgorazione, tante amarezze. Quanti diversi aspetti del museo mi sono passati sotto gli occhi. Non risalgo pi indietro con la memoria che alla Pinacoteca di Russoli, a met degli anni Settanta, quando con un coraggio civile, di cui poi si perse ogni traccia, il soprintendente - per protesta contro le inefficienze ministeriali - non chinava la testa ma chiudeva il museo. Ne riapriva, in maniera sperimentale, qualche sala; sommuoveva con intelligenza e cultura un allestimento che sembrava ne varietur, forzava i saloni di Portaluppi, tinteggiandone le pareti di verde marcio. La grafica impeccabile di Monguzzi, Ortalli e Sambonet dava alla protesta una formalizzazione stilistica, di cui continuo ad andare in cerca: da allora. Le pubblicazioni messe in atto in quel frangente - era il 1977 - testimoniano collaborazioni a tutto campo: gli studiosi pi in gamba alle prese con temi inaspettati (Gianni Romano che riapre criticamente la questione leonardesca, tramite un affondo sul Maestro della pala sforzesca, distante anni luce dalla mediocrit di pensiero di chi poi affronter quei sozetti; Paolo Venturoli che avvia lo studio delle raccolte fotografiche ottocentesche, che - dopo quella fiammata - diventeranno materia da specialisti); l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Universit statale (allora in via Festa del Perdono e non perso, come adesso, nel fondo della periferia), dove l'onda lunga dell'impegno della Brizio d vita a indagini sull'edilizia del quartiere di Brera, tra il neoclassicismo delle Commissioni d'ornato e l'eclettismo tardottocentesco; gli artisti contemporanei, di tendenze diverse, che si esercitano appositamente in d'aprs dalle opere della Pinacoteca, senza sospetti commerciali: Guttuso (da Mantegna), Manz (da Caravaggio), Melotti (da un riminese del Trecento), Moore (da Giovanni Bellini), Morlotti (da Orazio Gentileschi)... ma anche il mio preferito di allora: l'Ateneo (1971-1973) del trentenne Giulio Paolini che incorniciava, su diplomi di finta pergamena, le frasi di alcuni bambini sui dipinti di Brera: Io non so spiegarmi perch un quadro mi piace pi di un altro, Vicino c' un fiume, di l del fiume c' un paesaggio, lo provo un senso di allegria e di confidenza davanti ai quadri del Luini e cos via. Ma c'era anche un manifesto ad hoc realizzato da Moebius - erano gli anni di Mtal Hurlant - con una donna velata di Gentile Bellini seduta in una sala del museo a osservare le sue compagne orientali ritratte su tutte le pareti. Tutto questo era realizzato da pochi funzionari, non vanitosi, non impegnati in part time verticali n orizzontali, dotati naturalmente di senso della qualit, molto lavoratori, molto presenti sul territorio di competenza della Soprintendenza (cio pi di mezza Lombardia), alieni dalla difesa dello ius primae noctis per identificazioni e attribuzioni (che spesso erano giuste). Ma come facevano? Senza fax, senza internet, senza Google, senza messaggini, senza foto digitali, e con poca bibliografia. Perdevano meno tempo in chiacchiere sui parerga del mondo della storia dell'arte? Si fidavano di chi ne sapeva pi di loro, senza complessi di inferiorit? O erano, semplicemente, pi bravi?
L'arrivo dei capolavori Iesi
I testi che accompagnavano il Processo per il Museo- sostenuto dai benemeriti Amici di Brera, la prima associazione di tal genere sorta in Italia, addirittura nel 1926 - erano scritti in maniera accessibile, aliena da forme burocratiche, ma estremamente documentati sul fronte politico e istituzionale: citazioni da leggi e regolamenti e presentazione letterale degli organici (molto ridotti) perch a chiunque fosse comprensibile il senso di un mestiere, poco pagato, faticoso ma esaltante, inteso come servizio pubblico. Oltre a incrementi sensati per l'arte del passato - su tutti il Cristo giudice ex Contini Bonacossi del supremo Giovanni da Milano -, i saggi rapporti di Russoli con il mondo dei collezionisti milanesi avevano dato vita alla donazione, che si sarebbe arricchita nel tempo, di un mazzo di capolavori del Novecento da parte di Emilio e Maria lesi e a un non meno impressionante nucleo futurista che Riccardo e Magda lucker avevano depositato a Brera, insieme a un mobile di Calder, che vegliava sopra qualche Fontana, lasciato l da Teresita. Per ospitare tutto questo, e altro, lo Stato aveva acquistato nel 1972 un edificio poco distante dalla Pinacoteca e a essa connesso tramite il verde dell'Orto botanico: Palazzo Citterio. L'utopia di Russoli era tutta l: fare funzionare il sistema, osando mescolare gli opposti, purch ci fosse il livello: e quindi la grande borghesia e i suoi campioni potevano stare accanto ai rappresentanti della Fabbrica di Comunicazione, il centro sociale che aveva occupato l'ex chiesa seicentesca di San Carpotutto sia finito all'altezza di una delle prime, magiche, prove della Societas Raffaello Sanzio, con le scimmie vere che indagavano i miti sumeri. Il 21 marzo 1977 Russoli muore, a cinquantaquattro anni; prende il suo posto, come reggente, Stella Matalon: e che il contesto fosse ancora naturalmente alto stanno a dirlo il fatto che una funzionaria del genere aveva alle spalle il grande repertorio degli affreschi lombardi del Trecento e una menzione, per quanto di striscio, nei Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino (accanto a Wally Toscanini e a Franca Valeri).
I porci di Paul McCarthy
In seguito si succedono pi soprintendenti: ma nessuno di loro ha la forza di imporre, forse nemmeno di pensare, una nuova idea per Brera. E sul museo sembra gravare una nemesi. Non vale la pena seguire, passo passo, i gradini in discesa. Cambia la struttura mentale dei funzionari e cominciano a prosperare altre tipologie: le pi vanitose, e spesso incompetenti, saranno quelle a dare il tono, anche all'esterno, all'ufficio. E talvolta ti accorgi che bastano relazioni interpersonali fuori registro a fare saltare un ecosistema della cultura, con conseguenze a cascata, di cui ancora oggi si pagano imprevedibili lasciti. Frustrazioni e perdita di slancio all'ordine del giorno; le competenze garantite dalla carica, dal ruolo, non dai fatti, non dalle opere. In breve il territorio sar lasciato a s stesso, tranne le emergenze da manuale o le opere degne di essere spostate per mostre, con viaggi annessi e possibili do ut des. I risultati del passato assumono cos ben presto la consistenza di miraggi; il Palazzo Citterio, aperto con due mostre singolari, una dedicata a Burri (1984) e l'altra alle oreficerie della Magna Grecia (1985), immediatamente richiuso e cos resta fino al 2010 quando diventa lo scenario rovinistico per la Pig Island di Paul McCarthy, che aspira a porsi come un nuovo Naufragio della Speranza porci di plastica che si arruffano in una discarica tra i piloni in cemento armato che sarebbero stati d'avvio alla ristrutturazione dell'edificio settecentesco commissionata negli anni Ottanta a James Stirling (1926-1992), ma naturalmente mai condotta a termine. La collezione Iesi, cio l'incremento numericamente pi grande di cui la Pinacoteca di Brera abbia goduto nel Novecento (Bonnard, Braque, Carr, De Pisis, Giacometti, Martini, Morandi, Picasso, Scipione, Sironi...), giunta nel 1976, diventa peripatetica: sistemata dapprima, con gusto e garbo, nel cosiddetto appartamento dell'astronomo passa a occupare il corridoio d'ingresso, portando alla temporanea eliminazione dell'infilata di affreschi lombardi strappati, da Bramante a Luini, che sono una delle peculiarit del museo. La lesi trova poi una collocazione, si fa per dire, definitiva nel modo forse peggiore possibile, andando a occupare gli spazi del corridoio che nel 1949 Franco Albini (1905-1977) aveva progettato (c' in tanti libri d'architettura) e che stato smantellato senza colpo ferire per dare vita a un accrocco tra via Bagutta e via Margutta, negli stessi anni in cui c'era chi si stracciava le vesti, persino in Soprintendenza, di fronte alla possibilit che si modificasse la sistemazione pensata negli anni Cinquanta dai BBPR per la Piet Rondanini di Michelangelo. la collezione Jucker, e cio Balla, Boccioni, Calder, Carr, Severini, Sironi..., giunta in deposito nel 1974, viene ritirata dai proprietari e fortunatamente acquistata dal Comune di Milano nel 1992: ma sono soldi che, con un'oculata gestione, si sarebbero potuti risparmiare. Arriva poi intorno al 2000 una parte della raccolta di Lamberto Vitali (1896-1992): la scelta delle opere non delle pi felici, a fronte della straordinaria generosit del donatore, e l'allestimento pi adatto a una boutique che a un museo. Che senso hanno a Brera - fuori dall'appartamento di piazza Giovane Italia che li ospitava - gli idoli cicladici o i vasi del Naqada? Briciole della storia del gusto? Anche il coinvolgimento di un grande architetto, e dotato di molto pensiero, come Vittorio Gregotti ,non d i risultati sperati: infatti le sue realizzazioni per Brera, a partire dalla sala di Piero della Francesca e di Raffaello (1983), risultano quasi da subito sviate e difficilmente possono essere annoverate, per come si presentano oggi, nel corpus delle sue opere; eppure non sono passati secoli. Nel corso degli anni si mette mano, senza un progetto ma seguendo solo capricciose predilezioni individuali, a un riordinamento delle sale: e cosi fanno la comparsa schiere di Palmezzano, Zaganelli e Rondinelli e Cotignola, Vittore Crivelli e persino Pietro Alamanno, tanto che a tratti hai la sensazione di essere non a Milano ma nella pinacoteca di Cesena o di San Severino Marche; non c' il senso di una qualit Brera, cio uno standard di eccellenza che dovrebbe garantire l'esposizione permanente nelle sale del museo, ahim limitate per numero e per spazi. E cos non si vedono le tavole di Martino Spanzotti, tanto importante per l'Italia del Nord e per Giovanni Testori e per noi; il Compianto dell'eccentrico cremonese Altobello Melone (forse perch provato da un recente restauro); il Giampietrino che fu di Giulia Beccaria, figlia di Cesare e madre di Alessandro Manzoni; il San Tommaso d'Aquino di Gerolamo Mazzola Bedoli a un soffio dall'essere Parmigianino; l'unico capolavoro di Luca Cambiaso con una Nativit notturna; la Venere del Peterzano, retour de Vnise, cara ai puttanieri; il visionario San Francesco di Andrea Lilli; l'autoritratto di Annibale Carracci, gi in preda alla depressione; il San Carlo in gloria di Giulio Cesare Procaccini, con le ali degli angeli come quelle degli uccelli del Paradiso; la stregonesca Madonna del suffragio di Salvator Rosa... A partire dal 2001 le sale di Brera si popolano di canterani vivacemente colorati, intitolati Brera mai vista, su cui disporre quadri dei depositi, ma non sold: uno persino suonava un mottetto di Monteverdi in continuazione per fare compagnia a una pala riscoperta di Baglione; immaginarsi le reazioni dei custodi. Il gusto per il colore pi estroso ha lasciato tracce: e quindi le sale sono diventate zabaione, salmone, melone, azzurro Chicco (in quest'ultimo caso con le sedie imbottite foderate di giallo)... Non si riusciti insomma a sfuggire a nessuno dei conformismi d'oggid: c' stato l'intervento di Greenaway con proiezioni sovrapposte alla Cena di Paolo Veronese, c' stato il video con il fuoco di Bill Viola tra gli affreschi trecenteschi di Mocchirolo e non mancata una schidionata di Burri e di Fontana seminati per le sale senza nessuna ragione effettiva, alla ricerca di equilibri formali, irrimediabilmente perduti, compensati semmai da un aumento del biglietto d'ingresso tutto a favore della societ - Skir - che gestisce i servizi aggiuntivi per il museo. Le manifestazioni per il bicentenario della Pinacoteca, svoltesi nel 2009, sono state di livello vario: non dimentico il filmato sul restauro dello Sposalizio della Vergine di Raffaello proiettato sulla parete bianca di fronte al dipinto, come su un maxi schermo, con il risultato che il pubblico guardava quello e non la tavola antica: e l'apparecchio sta ancora l; non dimentico nemmeno il grande tappeto tipo Holbein di un collezionista privato esposto alla mostra su Crivelli, senza una necessit precisa se non quella che il gallerista proprietario era uno degli sponsor dell'esposizione; non scordo neanche i cartelli che accompagnavano il recupero del calco in gesso del Napoleone di Canova dove il congresso di Vienna era regolarmente indicato come del 1814. Non sorprende perci che il pur utilissimo repertorio ufficiale di tutte le opere della Pinacoteca comparso dall'Electa nel 2010, a consuntivo dei festeggiamenti, riferisca, nella prima pagina, la soppressione degli Umiliati, avvenuta nel 1571, a Gregorio XIII, papa dal 1572; poco dopo la prolusione di Ugo Foscolo a Pavia datata al 2009; non mancano poi le foto, un po' a colori e un po' in bianco e nero, stampate in controparte, come succedeva prima del digitale, le tecniche sbagliate, le provenienze ignorate, le iscrizioni mal trascritte, le iconografie fraintese, le date di nascita e di morte a casaccio, i rimandi a cose che non ci sono, gli errori di storia dell'arte, in un trionfo del copia e incolla. Vano pensare che il commissariamento dall'alto, come avvenuto, risolva i problemi incresciosi del pi grande museo milanese; ci si augura che le funzionarie valide, perch ce ne sono ancora, prendano in mano la situazione, si accordino con i giovani assistenti museali, non di rado preparati e competenti, e tanto spesso sottovalutati, e con le forze migliori degli Amici di Brera, a partire dal loro indomito presidente. Si lascino perdere centenari e celebrazioni, si rinunci per un po' alle mostre, anche a quelle ben fatte: come pur quella, in corso, su Hayez, Verdi e Manzoni, che occulta per senza un sol varco l'intero corridoio d'accesso: e quindi, da mesi e per mesi, a Brera niente Bramante, niente Luini, sottratti alla vista di chi al museo magari viene un'unica volta nella vita. Non sarebbe male tirare fuori dai depositi, dove giace da decenni, la lapide, scolpita da Manz e voluta da Alberto Saibene, per ricordare Fernanda Wittgens (1903-1957), grande direttrice di Brera e partigiana antifascista, che dal carcere scriveva: perch io sono fedele al mio ideale, perch io ho il senso della realt, io sono qui dentro; perch non ho tradito la vera legge, che quella morale, io sono provvisoriamente colpita.. Forse cos, me lo auguro, smetteranno finalmente di farci raccontare, in Italia e all'estero, la Favola di Brera.



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