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Quale futuro per gli archeologi italiani
GIAMPIERO GALASSO
Archeonews Salerno, Anno VIII - Numero XC, luglio 2011

Pi coesione, meno protagonismo e limmediata riattivazione dellelenco

Chi intraprende il percorso di studi universitario con indirizzo archeologico, sa fin dallinizio che dopo la laurea e il diploma di specializzazione o dottorato in archeologia, il suo futuro lavorativo piuttosto precario, basato sulla preparazione e sulliniziativa personale.
Cos era per gli archeologi del secolo scorso, cos attualmente, cos in futuro: nulla davvero cambiato.
Ma le stesse prospettive occupazionali se non si ha spirito di iniziativa personale riguardano altre categorie di professionisti nel nostro Paese, come architetti, geologi, storici dellarte, avvocati. Tutti professionisti, che riconosciuti o meno, passano lintera vita lavorativa alla ricerca di incarichi professionali o di un posto fisso quando e dove possibile di natura comunque concorsuale.
N si pu chiedere alle istituzioni lassunzione in toto di tutti i professionisti precari che gi nella stessa definizione di professionisti sanno che il loro lavoro autonomo, non dipendente, e che pertanto hanno scelto la professione basandosi sulle proprie capacit e non sullassistenzialismo statale.
Ma negli ultimi mesi, convegni, tavole rotonde, comunicazioni su organi di stampa nazionali, interviste televisive rilasciate da rappresentanti di associazioni di categoria per laffermazione dei diritti degli archeologi, stanno offrendo agli italiani di noi unimmagine distorta: quella di un popolo di professionisti che oltre alle gi evanescenti prospettive occupazionali sta perdendo ora anche quellalone di mistero e fascino che almeno fino a qualche anno fa conservava nellimmaginario collettivo.
Larcheologo, da erudito e aristocratico ottocentesco, da quello che tutti sempre dicono che mi sarebbe tanto piaciuto fare, oggi risulta, dopo lo sventramento mediatico che ne sta svilendo ruolo e importanza, un mediocre umanista disoccupato e precario: ma nei fatti larcheologo ha unoccupazione ufficiale, istituzionale, anche se la sua professione non ancora regolamentata da un albo o un ordine nazionale.
Gli archeologi sono professionisti qualificati e non devono pi sottoporsi ad un vittimismo che farebbe sbiancare Amedeo Maiuri o Paolo Orsi, attraverso patetiche e ripetitive affermazioni portate ovunque dalla smania di protagonismo di alcuni. Gli intervistati, i fautori di dibattiti e retoriche cantilene sul nostro lavoro, sempre gli stessi, si agitano da anni sulla questione, ma al di l delle promesse di amici docenti universitari di turno o di politici apparentemente sensibili, non hanno apportato alcun contributo al riconoscimento della professione: alcuni lhanno invece portato a loro stessi, grazie alla visibilit acquisita, e ponendosi in prima linea hanno ottenuto solo il risultato di promuovere la loro personale carriera universitaria o lavorativa, non certo quella di centinaia di silenti professionisti che cercano ogni giorno di svolgere il proprio lavoro con dignit e rigore.
Cos agli occhi della nazione noi archeologi italiani stiamo dando unimmagine ridicola: professionisti che si odiano e criticano tra loro, incapaci di aggregarsi davvero, se non per interessi di fazione, e che vorrebbero tutelare il patrimonio archeologico italiano senza per saper tutelare neppure loro stessi.
Dopo tutta lagitazione mediatica degli ultimi due anni che, ribadiamo, non ha ottenuto niente la nostra categoria sta perdendo il rispetto presso enti, societ, imprese, privati e istituzioni con tutte le conseguenze immaginabili sia sul piano lavorativo che economico.
Eppure un primo passo verso la regolamentazione del lavoro dellarcheologo stava per essere fatto con la legge sullarcheologia preventiva che, se applicata con rigore, avrebbe dovuto rappresentare una riforma fondamentale per noi e per larcheologia italiana.
Listituzione, infatti, dellelenco pubblico di archeologi doveva essere un principio importante per la trasparenza degli affidamenti degli incarichi professionali, andando a costituire una garanzia di qualit a favore dei cittadini, delle amministrazioni pubbliche e delle stazioni appaltanti.
Ma dopo le polemiche proprio di tanti archeologi, il sito ufficiale del MiBAC che gestisce lelenco non funziona in pratica dalla sua istituzione e ci a conferma di quanto gli archeologi stiano perdendo stima e considerazione dalla stessa societ italiana: e non una questione di indirizzo politico o di governo.
Gli stessi ultimi governi di centro o di sinistra, pur mostrando simpatie per la nostra professione, non hanno mai mosso un dito per risolvere lannoso problema del riconoscimento della figura dellarcheologo, che, comunque, ripetiamo non fondamentale per vivere di questo lavoro, come non lo mai stato ieri n lo sar in futuro.
Certo andrebbero attivati, ma a livello legislativo e non mediatico, tutti gli strumenti di regolamentazione del lavoro degli archeologi esterni in unottica di coerenza rispetto alle esigenze di alta qualit della ricerca scientifica (quale necessario ed intrinseco presupposto alla valorizzazione e fruizione didattica, culturale e turistica del patrimonio archeologico), di politica del lavoro e pari opportunit. Per far questo senza dubbio lunica strada resta quella dellistituzione di un Albo o un Registro di soggetti accreditati a svolgere tale professione, come avvenuto, ad esempio, in Olanda, dove lelenco gestito dal Ministero dei Beni Culturali e cos in Francia, mentre in Irlanda il registro tenuto dal Dipartimento delle Arti e del Patrimonio.
Se ci non avverr al pi presto, continuer a regnare un grande disordine nel mondo dellarcheologia, ma il popolo degli archeologi, composto da migliaia di professionisti precari come tanti altri precari non rester senza futuro, n nostalgicamente declassato ad un lavoro di lite. Il futuro degli archeologi nelle proprie mani ed anche in quelle di uomini politici accorti, che in realt gi conoscono bene da anni la questione e sanno di doverla assolutamente risolvere prima o poi, ma non perch gli viene imposto da dibattiti, tavole rotonde, articoli di giornale.
Solo che spesso ci chiediamo se dietro allindifferenza statale non ci siano tiri mancini proprio da parte di archeologi di potere, spesso reclutati come consulenti, che forse non hanno alcuna intenzione nei fatti di far riconoscere del tutto la professione di archeologo in Italia...



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