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Settis: "Non distruggete la cultura degli italiani" - Faccia a faccia a Milano con il ministro Urbani sulla vendita del patrimonio pubblico
Susanna Ripamonti
LUnit, 25 FEB 2003

Per quale motivo non dovrebbe esistere anche oggi il mecenatismo che ha caratterizzato un millennio delle nostra storia?
Perch non far rivivere l'esempio dei Medici o dei Gonzaga? quasi surreale la domanda che Giuliano Urbani, ministro ai Beni culturali pone alla platea di bocconiani del Cleacc, il nuovo corso di laurea in economia, arte, cultura e comunicazione. Sono riuniti in aula magna per assistere al duello tra lui e Salvatore Settis, rettore della Normale di Pisa, su rischi e vantaggi della svendita ai privati del patrimonio artistico italiano. I duellanti si sfidano da qualche mese su questo tema e cio da quando la finanziaria del 2000 e poi la legge Tremonti hanno creato e dato gambe su cui camminare alla Patrimonio Spa il meccanismo che rende possibile la svendita a privati del patrimonio artistico, per finanziare le infrastrutture promesse dal governo.

Come ricorda Settis, la stampa tedesca paragon i governanti italiani ai talebani che distrussero i giganteschi Buddha di Bamvian. E lui stesso, nel suo libro dedicato alla questione (Italia S.P.A, Emaudi) ha scelto per la copertina l'immagine truculenta del Saturno che divora i suoi figli di Goya Con lo stesso cannibalismo la storia italiana divora se stessa svendendo i suoi gioielli d'arte, perch distrugge il fulcro della propria identit nazionale.

Urbani obietta che questa operazione era gi stata avviata dal precedente governo di centro sinistra, ma Settis ribatte: non c' destra e non c' sinistra che tenga. Quello che si sta distruggendo la secolare cultura della conservazione degli italiani, quella cultura che ha consentito a citt come Firenze di mantenere il proprio nucleo medievale, mentre non esiste pi, ad esempio, una Londra del XIV secolo. Il patrimonio artistico italiano immenso proprio perch appartiene alla nostra tradizione la capacit di conservarlo. Da un lato la prospettiva storico-umanistica di Settis, dall'altra quella gestionale-economicistica di Urbani che rassicura: II nostro un progetto rivoluzionano perch prevede di affiancare il privato al pubblico. Il privato gestisce, ma il pubblico resta il custode e quindi il controllore dell'utilizzo dei beni culturali e museali che gli vengono affidati.
Completando la ricetta il ministro spiega che si prevedono penali e sanzioni per il privato che non tiene fede ai suoi impegni e ribadisce che proprio per la ricchezza del patrimonio artistico italiano necessario il coinvolgimento dei privati: senza i loro quattrini si rischia il degrado perch lo Stato non ce la fa a occuparsi di tutto.

Settis abbandona i panni dell'umanista ed entra in quelli dell'economista per chiarire che il patrimonio artistico un valore (anche economico) in s, al quale si somma un incalcolabile indotto. Alienarlo e affidarlo alla gestione spesso miope dei privati significa anche privare lo Stato di una possibile fonte dei reddito. Pensiamo ad esempio alla triste sorte della Royal Armoury, sciaguratamente strappata alla sua sede storica, nella Torre di Londra. Settis racconta con raccapriccio del suo trasferimento in una sede periferica, tutta nuova e sfavillante, multimediale e multifunzionale, con otto cinema, caffetterie, ristoranti e negozi. Risultato: questo museo che di fatto si autofinanziava con gli incassi, ha visto precipitare il numero dei visitatori e la nuova Royal Armoury spa ha chiuso per bancarotta in poco pi di due anni.

Urbani cerca di chiarire: Noi non vogliamo i mercanti nel tempio: il privato il gestore del tempio, il custode resto io. Noi vogliamo gente che investe, non sfruttatori miopi del patrimonio artistico. E conclude con la sua esilarante utopia: Per i Gonzaga l'arte aveva un fine strumentale, che era quello di dar loro legittimazione e prestigio necessari ad affermarsi in altri settori. La storia di gran parte dell'arte del nostro paese ha obbedito a questa logica: perch non dovremmo riprodurre anche oggi questo meccanismo?.



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