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Quella speranza chiamata Pdi
Mariano Maugeri
Il Sole 24 ore 12/11/2004

I burocrati-sherpa hanno tirato fuori il solito acronimo senz'anima: Pdi. Sembra il nome di un nuovo partito di cui nessuno sente il bisogno. In realtà, sono le iniziali di Piattaforma digitale interattiva, l'operazione più intelligente e senza un'oncia di populismo (si può dire populism free, come sulle patatine americane si scrive fat free?) che il governo Berlusconi abbia infilato tra le sue priorità.
Noi la ribattezzeremmo come fecero Diderot e D'Alernbert per l'Enciclopédie. E visto che parliamo di turismo, l'Enciclopédie de tourisme. Tradotto potrebbe suonare piattaforma enciclopedica turistica, Pet, come la tomografia a emissione di positroni, un'invenzione degli ingegneri con cui la medicina ha fatto un balzo di cinquant'anni. Pressapoco lo stesso salto che potrebbe compiere il turismo italiano, l'unico al mondo - dicono gli studi - che sia riuscito nel miracolo di sostituire al «turista con i dollari» il «turista con il panino». Scorriamo un paio di dati: nel 1970 l'Italia era la prima meta turistica al mondo. Un turista su dieci che varcasse qualsiasi frontiera del pianeta, arrivava nel Bel Paese. Oggi di quel viaggiatore ne è rimasto solo la metà. È come un'azienda o una famiglia che in trent'anni si mangia metà del capitale. Il turista dimezzato, insomma. A furia di sottovalutare il problema siamo scivolati al quinto posto al mondo. In Spagna la voce Viaggi & turismo rappresenta il 19% della ricchezza nazionale, praticamente un quinto del Pil. L'Italia è all'11,7%, quasi la metà. Di nuovo dimezzati.
La diagnosi e la cura hanno provato a formularle gli sherpa di Sviluppo Italia, la società nata e risorta già un paio di volte che a forza di sommare mission si fatica a elencare tutte le cose di cui si occupa. Il suo amministratore delegato, Massimo Caputi, insedia un gruppo di lavoro e chiama a farne parte Massimo Colomban, alias mister "why not", l'imprenditore Veneto che ha ceduto ai manager la sua impresa quotata a Singapore e Milano (la Permasteelisa) e ora vive in un castello-hotel-museo delle Alpi trevigiane. L'esito dell'analisi è severo: elevata frammentazione degli operatori (300mila): rapporto qualità-prezzo delle strutture ricettive e dei servizi di oltre il 30% al di sopra della media degli altri competitori; promozione dell'Italia all'estero affidata a 13mila soggetti (tredicimila) che spendono come gli pare 500milioni di euro all'anno. Risultato: il tasso di riempimento delle strutture alberghiere arriva al 40%, mentre Francia e Spagna sono al 59.
La premessa che fa da sfondo a questi ragionamenti è sempre la stessa: il turismo può fare per lo sviluppo molto meglio e più velocemente di tutti gli altri settori. Se il sistema fosse efficiente, il Pil italiano potrebbe crescere al ritmo dello 0,6% l'anno. La cura è più semplice della diagnosi. La leva in grado di alzare questa enorme massa di ricchezza esiste,, ed è una leva che sta appunto in tre lettere: Pdi o Pet che dir si voglia. Basterebbe un colpo di mouse nel sito www.chooseitaly.it e all'estero sveleremmo quello che avrebbero voluto sapere dell'Italia e nessuno ha mai osato dire. Un sito potente, aperto, con visibilità per tutti: dai 300mila alberghi-pensioni-agriturismo-affittacamere, bed&breakfast-campeggi, sconosciuti agli stessi italiani, alle prenotazioni di auto, ristoranti, biglietti per musei e concerti, guide turistiche, telefoni cellulari e persino baby sitter. Nulla è stato tralasciato. Gli architetti del sito hanno previsto una sezione che spiegherà al turista come passare una giornata in
un vigneto, ricamare merletti, soffiare il vetro o «imparare tutte le arti dei cappelli di paglia di Firenze». Se qualcuno volesse studiare l'italiano, nessun problema: nella sezione amenities troverà tutto il necessario.
Obiezione: ma il tallone d'Achille del turismo non è la promozione? Ecco tre grandi bus «organizzati come una carovana equestre» con spettacoli di varietà e assaggi di formaggi, salumi e vino. Europa, Nord America e Asia-Pacifico avranno tre di questi grandi bus. Chi non potrà partecipare, incapperà in una rivista stampata in milioni dì copie e distribuita nei Cinque continenti che parlerà al mondo del pianeta Italia. Il Comitato dei ministri per la società dell'informazione (Cmsi, perché la fissa dell'acronimo dilaga) si è riunito il 16 marzo scorso per analizzare il dossier. Nessun dubbio, ovviamente. E uno «stanziamento iniziale» di 140milioni di euro è scivolato sul portale con pacche sulle spalle e facce compiaciute a partire dai dicasteri e i dipartimenti coinvolti (Beni culturali, Innovazione, Attività produttive, Esteri, Istruzione e università, Ambiente e politiche agricole).
La storia potrebbe finire qui, magari con qualche battuta sulla megalomania delle operazioni di promozione all'estero. Un portale (funzionante) che ricomprenda l'universo polverizzato e invisibile del turismo nostrano sarebbe un evento rivoluzionario in sé. I guai sono cominciati quando il gruppo di lavoro di Sviluppo Italia, allargato ai delegati dei ministeri, si è messo attorno a un tavolo per scegliere i fornitori. Di soldi ce ne sono tanti, e altri ne arriveranno. Di gare, offerte e scelte trasparenti se ne vedono pochine. Ognuno propone un nome, magari collegato alla cordata, al partito o al club dove gioca a canasta. E poi ci si mette d'accordo: questo a me, l'altro a te. Qualcuno voleva comprare 14mila workstation dalla solita azienda di fiducia e regalarli
alle agenzie di viaggio. Ma a che servono i computer dedicati se ormai i pc abbondano ovunque? Massimo Colomban ha alzato il ditino per dire quello che avrebbe sostenuto qualsiasi cristiano rispettoso delle regole e dei risparmi che producono: mettiamo in gara i fornitori e poi scegliamo il migliore. È stato zittito da un presunto amico che gli ha sussurrato: «Pensa al tuo albergo e alle voci che potrebbero girare su un eventuale conflitto d'interessi». Questa è la storia del mezzo turista che nel frattempo è rimasto con mezzo panino. Dov'è finita l'altra metà? Quando sarà in rete, cliccate su www.chooseitaly.it.







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