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Ricordo dell'ex sovrintendente Gian Alberto Dell'Acqua
Marco Carminati
31 OTT 2004 la Repubblica

31-OTT-2004


L'ex soprintendente di Milano, scomparso la settimana scorsa, ebbe un ruolo fondamentale nella tutela del patrimonio durante la guerra

La lunga e operosa vita di Gian Alberto Dell'Acqua è terminata sabato 23 ottobre a Milano, la città dove lo storico dell'arte era nato il 21 novembre del 1909.
Formatosi a Pisa con Mario Salmi e Matteo Marangoni, Dell'Acqua si era laureato nel 1931 con una tesi su Cerano. Dopo il perfezionamento presso la Scuola Normale Superiore entrò in forza alla soprintendenza di Milano, prima come funzionario (distinguendosi nella difesa del patrimonio durante la guerra) e poi come Soprintendente, carica che ricoprì dal 1957 al 1973. Dal 1975 fu anche presi-
dente del Museo Poldi Pezzoli di Milano, alla cui ricostruzione contribuì negli anni del dopoguerra, assieme alla resurrezione di tanti altri musei milanesi.
Dal 1954 al 1980 fu professore di storia dall'arte all'Università Cattolica di Milano, e dal 1957 al 1970 fu segretario della Biennale di Venezia.
Al nome di Dell'Acqua sono legate alcune delle più grandi rassegne espositive del dopoguerra, dalla straordinaria mostra sui Tesori dell'arte lombarda che si tenne a Zurigo nel 1948 per reperire fondi per la ricostruzione dei musei di Milano, alle storiche manifestazioni di Palazzo Reale, Caravaggio e i caravaggeschi (in collaborazione con Roberto Longhi), Van Gogh, I pittori della realtà, Arte lombarda dai Visconti agli Sforza, II Seicento Lombardo, La Ca' Grande.

Vasta è stata anche la sua produzione scientifica e didattica per la quale si rimanda alla nota bibliografica in calce al volume con scritti in suo onore, pubblicato da Federico Motta nel 2000.
Alto, naturalmente elegante, gentile nei modi e rigoroso nei giudizi, Dell'Acqua è stato soprattutto un maestro di vita, di moralità e di stile: in sintesi, un autentico galantuomo.

Se una parte consistente del patrimonio artistico italiano è uscita indenne dal disastro dell'ultima guerra mondiale, molto lo si deve al coraggio e alla determinazione di Gian Alberto Dell'Acqua che. negli anni terribili che vanno dal 1939 alla Liberazione, mise più volte a repentaglio la propria vita per mettere in salvo non solo i capolavori di Brera — pinacoteca presso la quale il giovane storico dell'arte lavorava come funzionario, accanto al soprintendente Guglielmo Pacchioni e alla mitica Fernanda Wittgens — ma agendo come un vero e proprio 007 dell'arte su un vasto scacchiere bellico che andava dal Piemonte all'Emilia, dalla Lombardia all'Umbria. Agli amici, agli allievi e ai
colleghi, Dell'Acqua ha rammentato spesso gli episodi più clamorosi di questa epopea della salvaguardia. E così ha fatto con le figlie Bianca Maria, Dana, Donata e Lucia, le quali hanno cortesemente accolto l'invito del Sole-24 Ore a rievocare i racconti del padre, offrendo così un importante contrita-, to alla storia della tutela del patrimonio artistico italiano.
Sedute nel salotto della dimora milanese del professore, affacciata sulla splendida Cappella Portìnari dietro la Basilica di Sant'Eustorgio, le sorelle Dell'Acqua, a turno, hanno aperto il "libro della memoria" dando voce alle imprese compiute dal loro illustre genitore negli anni difficili della guerra.
E il 1939. Il conflitto è alle porte e le odiose leggi razziali stanno provocando i primi danni anche a Milano. L'Associazione degli Amici di Brera, con molti soci di estrazione
ebraica, viene per questo soppressa dal governo. Col capitale rimasto 'in cassa (circa 90mila lire), l'ultmo consiglio dell'Associazione decide un atto di civismo straordinario: comperare e donare a Brera la Cena in Emmaus di Caravaggio.
Dell'Acqua fu tra quelli che compresero a pieno la nobiltà del gesto e, nonostante il conflitto incombente, operò per organizzare in pinacoteca una piccola mostra proprio attorno al nuovo Caravaggio.
Parallelamente, il giovane funzionario si stava occupando di predisporre i piani di allontanamento delle opere d'arte dalla pinacoteca, e lo fece in modo così efficace e puntuale che lo stesso 10 giugno 1940, giorno della dichiarazione di
guerra, poté partire da Milano un primo convoglio ferroviario coi principali capolavori della raccolta braidense, destinati alla Villa Marini Clarelh' di Perugia, un rifugio allora ritenuto al sicuro dagli eventi bellici.
Le sale di Brera sì svuotarono paurosamente ma Dell'Acqua pensò subito di riempirle organizzando mostre di arte contemporanea: una fu dedicata a Scipione (allestita da Albini e promossa dalla rivista. «Corrente»), un'altra fu la prima antologica dedicata a Carlo Carrà, un'altra ancora si occupò del disegno contemporaneo. Tra i prestatori c'era anche Emilio Jesi, ma il suo nome — ricordava sconsolato Dell'Acqua — non potè figurare nel catalogo in quanto «israelita».
L'ultima mostra della serie, dedicata alla collezione Feroldi di Brescia, venne realizzata nel '42 ormai in condizioni di estremo azzardo, essendo cominciati i primi bombardamenti sulla città.
Da quel momento gli eventi precipitarono. Nell'ottobre 1942 sul Palazzo di Brera caddero i primi spezzoni incendia-ri. Il giovane funzionario accorse sul luogo e con l'aiuto di un coraggiosissimo operaio, Enrico Maronati, riuscì, almeno in quella circostanza, a evitare il peggio. Dell'Acqua raccontava che l'impavido Maronati si arrampicò su] tetto e a mani nude rimosse dalle tegole uno spezzone incendiario rimasto inesploso.
Nel novembre del '42, Dell'Acqua venne richiamato alle armi e inviato ad Alessandria a comandare una batteria antiaerea. Dopo un mese di servizio, il soprintendente Pacchioni riuscì a ottenere per lui l'esonero, distaccandolo alla
salvaguardia del patrimonio artistico, ormai in gravissimo pericolo soprattutto dopo!'8 settembre. Tra il 1943 e il 1945 la famiglia di Gian Alberto Dell'Acqua "sfollò" sul Lago Maggiore, a Villa Cavallini tra Lesa e Solcio. La villa era in realtà un deposito segreto di opere d'arte riparate da Milano, dal Piemonte e dall'Emilia (un altro deposito si trovava nel Palazzo Borro-meo sull'Isola Bella), n professore ricordava i continui viaggi da lui compiuti tra Milano e il rifugio di Villa Cavallini, prima in treno e poi, una volta distrutto il ponte su] Ticino a
Sesto Calende, in bicicletta. Durante il tragitto, il funzionario-ciclista si imbatteva ogni volta in due posti di blocco: uno dei repubblichini e uno della Brigata partigiana Moscatelli. Per oltrepassare il secondo occorreva un lasciapassare che i primi non dovevano assolutamente trovare. Per questo il documento veniva tenuto ben nascosto in una scarpa.
L'avanzamento del fronte alleato, costrinse Gian Alberto Dell'Acqua a rocamboleschi trasferimenti di opere d'arte dall'Emilia alla Lombardia.
Con un malandatissimo camion della ditta Orlando, Dell'Acqua organizzò in collaborazione con Francesco Arcangeli un epico esodo verso il Nord dei capolavori della pinacoteca di Bologna. Sul traballante veicolo vennero caricate la Santa Cecilia di Raffaello, i grandi.dipinti idi Francesco del Cossa, le tavole di Parmigiani-no, ma anche l'affresco staccato di Piero della Francesca, proveniente dal Tempio Malatestiano di Rimini. Si partì di notte, per non dare dell'occhio, andando alla ricerca di un ponte sul Po che fosse rimasto indenne dai bombardamenti alleati. Giunti a Revere, ci si rese conto che il ponte era stato di strutto la notte stessa. Improvvisamente il camion si trovò in mezzo a un reparto di carri armati tedeschi, anch'essi bloccati dalla distruzione del ponte. Fu un momento di estremo rischio per i quadri e per gli uomini: da un istante all'altro; c'era da aspettarsi un'incursione dal cielo indotta dalla facile preda dei carri tedeschi bloccati allo scoperto. Gli Alleati ovviamente non potevano sapere che lì in mezzo c'era incastrato un capolavoro di Raffaello.
Grazie a Dio, il camion riuscì a districarsi dal groviglio dei cingolati e si rimise in marcia Di giorno si nascondeva sotto gli alberi e di notte viaggiava, naturalmente a fari spenti per non farsi intercettare dall'aviazione alleata. Trovato un ponte agibile, si riuscì finalmente a varcare il Po e a raggiungere Milano; e da qui a proseguire verso le sponde del Lago Maggiore. Raffaello e Piero erano salvi.
Ad un certo punto corse voce che si stava preparando un pesante bombardamento alleato su Bergamo (che in realtà non avvenne). Dell’Acqua si precipitò per organizzare la rimozione dei capolavori di Lorenzo Lotto, in particolare dell'enorme tavola della chiesa di San Bartolomeo. L'immenso dipinto — caricato di traverso su un camion prestato dall'azienda tramvia-ria di Milano e mal protetto da involucri subito strappati dal vento che si incontrò per strada— giunse, a fatica nei pressi di Arena. Qui; uno degli operai si mise a gesticolare e a gridare: «La va!! La va!! La va!!». Alludeva a una ruota dell'autocarro sfilatasi improvvisamente per la rottura di un semiasse. Il camion si inclinò paurosamente e, per un pelo, Lorenzo Lotto non fece un bagnò nel Lago Maggiore.

Il patrimonio di Brera superò gli anni della guerra sostanzialmente indenne, anche se non mancarono pericoli, batticuori e momenti difficili. Dell'Acqua rammentava, ad esempio, che periodica-mente era costretto a estrarre i dipinti dal caveau della sede milanese della Cariplo e a ripulirli dalla muffa che vi si depositava a causa della grande umidità degli ambienti. In un'altra circostanza, accadde che mentre stava portando in Valtellina la grande Crocifissione del Bramammo, nell'af-frontare una galleria la cassa andò a urtare violentemente contro la volta del tunnel. Il quadro ne uscì con una brutta sciabolata nella tela che fu poi ricucita nel dopoguerra.
Finalmente giunse il 25 aprile. Subito dopo la Liberazione, Gian Alberto Del-l'Acqua prese contatti con il comando alleato e accompagnò il tenente americano Percy Cott—l'ufficiale addetto alla ricognizione delle opere d'arte — a visitare i «depositi di guerra» su] Lago Maggiore. Per puro caso, Dell'Acqua aveva già sentito nominare Cott: era un collega, uno storico dell'arte, autore di un libro sui cofanetti arabo-siculi che casualmente gli era capitato tra le mani solo qualche anno prima. Tra il funzionario italiano e l'ufficiale americano si stabilì un'immediata sintonia. Cott si complimentò per la rigorosa cura con cui erano state consegnate le opere nei depositi di Lesa e dell'Isola.Bella, e dopo la ricognizione, i Dell'Acqua lo invitarono a casa e gli offrirono insalata e verdura fresca dell'orto, uniche derrate disponibili.
Sensibile al gesto, Percy Cott mise mano al tascapane ed estrasse alcune succulentissime «Razioni K». Quel giorno si mangiò in allegria: la guerra era veramente finita.



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