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Caravaggio. Non è vero che non disegnasse.
LEA MATTARELLA
VENERDÌ, 19 FEBBRAIO 2010 LA REPUBBLICA - Cultura







Non è vero che non disegnasse. La leggenda di Caravaggio solo genio e sregolatezza, che dipingeva di getto quasi senza "pensiero", tramandataci da una lettura romantica della sua opera, deve essere rivista. Alla luce delle indagini condotte dall´Opificio delle Pietre Dure di Firenze, in collaborazione con l´Istituto Nazionale di Ottica del CNR sulla Cena in Emmaus conservata a Brera. Che hanno svelato i segreti della sua tecnica pittorica.

Dalle analisi radiografiche e riflettografiche è emerso che il pittore lombardo eseguiva un disegno sulla tela, una specie di griglia su cui lavorare. «Proprio perché non realizzava bozzetti preparatori su carta, era logico immaginare che fermasse la sua prima idea con un underdrawing, un disegno sottostante al colore – spiega Isabella Lapi Ballerini, soprintendente dell´Opificio – così ci siamo messi alla ricerca del suo segno grafico. E lo abbiamo trovato».

Ma le sorprese non finiscono qui. Sotto la versione definitiva del quadro di Brera – intima, scura, semplificata – si è rivelata una prima stesura molto più ricca di particolari, aperta su una vegetazione da cui, in un primo momento, arrivava la luce. Caravaggio dipinge la Cena in Emmaus nel 1606: da questo momento è un uomo in fuga su cui pesa un´accusa di omicidio. È forse il suo stato d´animo sconvolto, turbato, a spingerlo a trasformare la sua precedente idea in un quadro molto più mistico, emotivo, spirituale. Il fondo nero che quasi inghiotte i personaggi è quello spazio drammatico che abita anche le sue opere successive, dalla Flagellazione di Napoli alla Decollazione del Battista di Malta. «È un dipinto-boa – prosegue la Lapi Ballerini – in cui avviene la virata di Caravaggio dal naturalismo all´astrazione spirituale».
Se si cerca nel passato caravaggesco qualcosa di altrettanto potente sotto il profilo di uno spirito essenziale, bisogna guardare alla Canestra di frutta. Dipinto per il cardinal Federico Borromeo prima del 1601, è l´unico quadro di Caravaggio in cui non compare la figura umana. Ed è uno dei suoi capolavori. Un´opera realistica e nello stesso tempo simbolica, dove la natura è un messaggio da decifrare. La frutta, come suggerisce Maurizio Calvesi, ha un significato sacro: l´uva scura allude al sangue di Cristo, quella chiara alla sua resurrezione. La luce arriva da più fonti in modo innaturale e quasi contrastante con l´accanimento con cui sono definiti i dettagli. Siamo di fronte a una natura morta, ma ciò che cattura, al di là dei particolari, è la visione d´insieme, la perfezione rotonda della forma, il vuoto che circonda l´oggetto e lo allontana dalla realtà. E una modernità che consiste nell´aver saputo trasformare elementi inanimati in una silenziosa preghiera. Sembra che Federico Borromeo, sostenitore di quella chiesa degli umili cui guardava con interesse anche l´artista lombardo, avrebbe voluto un pendant di questa cesta di frutta. Ma Caravaggio era già morto, oppure lontano. E il cardinale non riuscì a trovare un artista capace di uguagliarne la «bellezza e incomparabile eccellenza».



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