RESTAURO - Rissotto «Restauri sfrattati e senza più sede» L.D.F. L'Unità 08/02/2010
L'Onu ha descritto i nostri restauratori come i Caschi blu della cultura: quella italiana è una lunga tradizione che ha raggiunto risultati epocali. Ennesimo tassello del disfacimento dei Beni culturali italiani, oggi l'Istituto Superiore Centrale del Restauro (Iscr) di Roma è sotto sfratto e gli sarebbe stata data un'altra sede, al San Michele: «Dove non esiste lo spazio per essere operativi» esordisce secca Lidia Rissotto. «Quello che chiediamo - prosegue - è un posto che permetta di lavorare e di non essere annientati». Direttore coordinatore presso l'Iscr, distaccata come direttore alla scuola di Alta formazione e restauro di Venaria (Torino), Rissotto descrive così la situazione: «Dopo che le regioni hanno istituito una miriade di corsi in conservazione, non sempre ineccepibili, magari dando l'illusione di un attestato che avesse un valore, l'art. 182 dice che tutti coloro che non hanno frequentato Iscr o l'Opificio delle pietre dure devono dimostrare di avere una esperienza sul campo di 8 anni o sostenere un esame. La cosa ha creato malumori, soprattutto tra i privati che sono soggetti a una anacronistica legge sugli appalti analoga a quella edilizia: le gare le vincono le grandi ditte, sul campo più aggressive, e poi subappaltano a loro per pochi soldi». La creazione di un albo dei restauratori con regole precise fa presagire l'ennesima sanatoria che contenti tutti. «La formazione di un restauratore - continua Rissotto - è fatta di un 50% di teoria e un 50% di laboratorio. Poi c'è la pratica sul campo accanto a un maestro di esperienza. La mancanza di personale a cui si aggiungono i pensionamenti forzati sta creando un vuoto di trasmissione, pericoloso. Il restauro, che era un nostro fiore all'occhiello, sta appassendo». |