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Una risposta al sindaco di Pozzuoli sull’«ecomostro» da salvare
di STEFANO GIZZI
La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 feb 2010 Salerno







Caro direttore, vorrei replicare al sindaco di Pozzuoli, professor Giacobbe, vista anche la lettera del professor Aldo Aveta, pubblicata giovedì scorso, con cui concordo: sarebbe auspicabile un pubblico dibattito sull’argomento e un momento di riflessione.

Anzitutto, mi preme fare una precisazione: i disegni pubblicati dal Corriere del Mezzogiorno il 3 febbraio non sono mie rielaborazioni, bensì parte del progetto originario di Mario Bucchignani, da me personalmente visionati e fotografati. Quindi, non esiste alcuno studio progettuale della Soprintendenza. Appare evidente, dalla nota del sindaco, il suo entusiasmo per la città e per il proprio mandato, così come sono encomiabili gli sforzi da lui prodotti per il miglioramento urbano e territoriale. Epperò occorre riflettere su alcuni punti. In primo luogo, mi sorprende che egli affermi di aver appreso dell’opinione contraria all’abbattimento del cosiddetto «ecomostro» solo leggendo il Corriere del Mezzogiorno, dato che, dalla Soprintendenza, gli erano state indirizzate due lettere in questo senso nelle scorse settimane. E veniamo ora ad una replica ad alcune affermazioni del sindaco.

1) Il professor Giacobbe lega l’abbattimento dell’edificio incompiuto alle previsioni del «Masterplan» in cui si inserisce il tema del Waterfront disegnato da Peter Eisenman. In realtà, altri sono i veri ecomostri: quelli di Punta Perotti a Bari o, per restare in un ambito territorialmente più locale, il Fuenti, oppure a Ischia — dove si abbattono le case abusive della povera gente— opere statali come il devastante scheletro in cemento armato della Guardia di Finanza a Forio, in area paesaggisticamente vincolata, ancora in piedi nonostante le molte segnalazioni alla Procura —. In realtà, il «Masterplan», al cui interno è inserito il progetto del Waterfront, che raccoglie varie proposte di differente entità e natura, pubbliche e private, è un qualcosa che non ha valenza giuridico-normativa e, peraltro, come comunicato ufficialmente, quasi un terzo di esse non risultano compatibili con l’attuale Piano territoriale paesistico della Campania, a meno di prevedere una variante che dovrà passare per il Consiglio regionale (né il Masterplan è stato mai formalmente approvato, come erroneamente è stato scritto, dovendo i singoli progetti definitivi ed esecutivi essere esaminati per le vie ordinarie dalle Soprintendenze, archeologica e architettonica).

2) Sarebbe interessante conoscere dal sindaco come mai, prima del progetto prescelto di Eisenman, sia stata rifiutata un’idea compositiva altrettanto evoluta emeritoria— elaborata dal noto gruppo londinese del KPF (Kohn Pedersen Fox Associates)— che appariva di grande modernità, avendo caratteristiche non di assemblaggi «in stile», ma essendo concepita secondo le regole della dissonanza (non in falso storico rispetto al contesto) e della trasparenza. Ma, per quanto ripetutamente chiestogli, su questo il sindaco tace. Certamente il progetto di Eisenmann è significativo, però gli esecutivi non saranno suoi.

3) Ma qual è la relazione tra il Waterfont di Eisenman e la prevista demolizione dell’architettura progettata da Mario Bucchignani? Nessuna, se non il risultato di effettuare una tabula rasa (ma non è ammissibile sposare tout-court la cultura della ruspa, come si voleva fare per l’area Sofer) per poi riempirla di un garage per automobili e pullmann, con tanto di tettoia, che sarà, essa sì, visibile dall’alto, e in particolare dal Rione Terra. Si ipotizza un non meglio specificato ascensore che dovrebbe salire sino al Rione Terra, come se fossimo a Lisbona o a Salvador da Bahia!

4) L’architettura incompiuta è opera, come già ricordato, di uno dei più affermati architetti del dopoguerra, citato nella letteratura specialistica (basti andarsi a leggere i volumi di Pasquale Belfiore e Benedetto Gravagnuolo, Napoli. Architettura e Urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994; di Sergio Polano, Guida all'architettura italiana del Novecento, Milano 1994; di Paolo Giordano, Napoli. Guida all'architettura moderna, Roma 1994; di Alessandro Castagnaro, Architettura del Novecento a Napoli, Napoli 1998) e sembrerebbe più che opportuno non solo non perderla, ma recuperarla e completarla. Il sindaco si stupisce «che la Soprintendenza faccia marcia indietro». Io credo che questo sia un atto di coraggio, più che doveroso quando si acquisiscano elementi nuovi: evidentemente nessuno aveva visionato i disegni originari che, richiesti per anni al Comune, risultavano spariti; sarebbe bastato semplicemente reperirli.

5) Sarà altresì rilevante osservare come verrà giustificato dal sindaco l’abbattimento di un volume che aveva ottenuto regolare licenza edilizia dal suo stesso Comune (licenza numero 15 del 23 marzo 1983), regolarmente prorogata dall’allora sindaco Nino Ciarleglio il 23 giugno 1986 (protocollo 32366) a favore dell’allora proprietario Antonio Pietropaolo; così come sarà interessante attendere la verifica della Corte dei Conti (trattandosi di fondi pubblici) nel caso in vengano effettivamente spesi i due milioni e cinquecentomila euro messi a disposizione per la demolizione, di cui, afferma il sindaco «circa un milione e settecentomila euro di risarcimento» andranno ai proprietari (e non sappiamo in base a quali calcoli).

6) Sarebbe veramente opportuno e opera benemerita del sindaco devolvere la cospicua somma a opere più urgenti: a proposito del Rione Terra (povero Rione, che ha perduto totalmente la sua vocazione residenziale per essere trasformato in attrezzature ricettive e colorate, dove la popolazione originaria non tornerà più) servono urgenti somme per terminare il recupero della cattedrale, per realizzare il campanile, per risolvere il problema degli intonaci; vi sono le aree archeologiche emerse e sommerse, in gran parte in decadimento; urgono restauri nei palazzetti patrizi sei-settecenteschi.

Siamo naturalmente aperti alla possibilità di una giornata di incontro e di discussione, anche dialettica e su posizioni differenti, purché motivata, che, spero, possa essere spunto per un confronto più ampio.



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