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ANALFABETI DI RITORNO - Se il 70% degli italiani fatica a comprendere un testo
STEFANO BARTEZZAGHI
08 febbraio 2010, la repubblica






Il dubbio che, presi nel complesso, siamo tutti delle bestie a noi italiani viene spesso. Lo lenisce (appena) la speranza che già porselo, il dubbio, costituisca una prima e rudimentale forma di redenzione. Si parla di bestie in senso culturale: poco più di nessuno che legga; un'opinione pubblica formata in parte preponderante da una tv che non brilla certo per stimoli intellettivi; livelli di civiltà più che carenti per strada e nei luoghi pubblici; una lingua nazionale maltrattata e pronta ad adottare amorevolmente ogni anglicismo e ogni altro tormentone, modo di dire e luogo comune che sembri suonar bene; una classe dirigente di quarta scelta; scuola, università e ricerca mortificate negli investimenti e nel prestigio.

Già solo mettersi a ragionare sulla situazione culturale (quindi sociale) italiana, cioè a parlarne con razionalità e sulla base di dati, implica una dose non comune di ottimismo della volontà. Bisogna dunque essere preliminarmente grati nei confronti di un intellettuale di lungo corso come Tullio De Mauro: se non altro per l'ammirevole spirito con cui, anziché rinchiudersi in uno scafandro di cupe nostalgie e corrucci, insiste con l'analisi dei fatti. Avrebbe l'età e il curriculum universitario, scientifico, editoriale e istituzionale per lasciarci cuocere nel nostro brodo. Non lo fa. Grazie. Uno dei modi di non farlo consiste nell'aggiornare con considerazioni sugli eventi (peggiorativi) degli ultimi cinque anni quello stato della cultura nazionale che aveva disegnato nel 2004, rispondendo alle domande di Francesco Erbani ( La cultura degli italiani, Laterza, nuova edizione ampliata, pagg. 276, euro 12).

Una chiacchierata con De Mauro sulla cultura italiana può partire da statistiche di chiarezza disarmante sui nostri livelli di alfabetizzazione e sulle nostre frequentazioni culturali (con informate divagazioni sugli istituti di ricerca e sui protocolli di analisi); percorrere la storia della scolarità (altre statistiche, assetti legislativi, rapporti con la cultura e la politica contemporanea) nell'Italia unita, con cenni sulla situazione pre-unitaria; tracciare un'amabile autobiografia personale intellettuale, ovviamente intrecciata con una veloce storia della linguistica italiana e internazionale, di cui De Mauro è stato non solo testimone ma anche protagonista; delineare il saliscendi della politica scolastica italiana, da Giolitti a Gelmini (non dimenticando il ministro De Mauro, governo Amato, 2000-2001), con prefigurazioni realistiche sugli ultimissimi ridimensionamenti arrivati sui quotidiani alla fine della scorsa settimana. Il tutto in una conversazione informata e impegnata, ma soprattutto vivace, in cui non mancano battute anche dialettali e aneddoti (i retroscena sul successo postumo di Ferdinand de Saussure, parrà strano, possono essere divertenti). Accostando al grande Dizionario di Salvatore Battaglia il Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio, De Mauro allarga il concetto di cultura, normalmente limitato alla dimensione umanistica e letteraria o al massimo esteso all'abbinamento tra questa e la cultura scientifica. La sua è la cultura degli etologi (e forse allora siamo davvero delle bestie) e degli antropologi: un'analisi seria non terrà in conto solo le carenze nell'aggiornamento scientifico ma anche la perdita dei saperi e delle tecniche tradizionali. E fra le "eccellenze" italiane ci sarà anche il dato per cui un ricercatore italiano, a parità di preparazione, risulterà molto più bravo di un suo collega francese o tedesco o americano perché, a differenza di quest'ultimo, non avrà avuto biblioteche comode e fornite e istituti confortevoli. Come dire che nella visione di De Mauro la cultura italiana va integrata con la proverbiale arte di arrangiarsi, vista però non con l'occhio compiaciuto e indulgente della commedia all'italiana.

De Mauro vuole e propugna biblioteche (ottime) in ogni università e (almeno buone) in ogni comune italiano; vuolee propugna misure adatte all'arte di fare a meno dell'arte di arrangiarsi.

Il suo chiodo fisso è quell'Italia al trenta per cento che compare in tutte le statistiche: solo un trenta per cento degli italiani legge un quotidiano e almeno un libro in un anno; solo un trenta per cento ha dimestichezza sufficiente con la lingua e l'aritmetica di base; solo un trenta per cento ha qualche confidenza con Internet; solo un trenta per cento capisce almeno sommariamente le comunicazioni della sua banca.

Perché la politica (centrodestra ma anche centrosinistra, con cui De Mauro non è tanto tenero) non appare - non si dice orripilata, come pure dovrebbe- ma neppure un gran che allarmata da questi dati di fatto? De Mauro, cortese, non ha risposte, al proposito. Ma forse in cuor suo pensa che, nel complesso, siano bestie anche e soprattutto quelli là.



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