La caduta di Zunino, la bolla edilizia e il silenzio degli architetti 11 novembre 2009, corriere della sera
La sentenza con cui il Tribunale di Milano respinge la richiesta di fallimento di Risanamento è molto interessante. I giudici riconoscono la legittimazione dei pm a presentare l’istanza avendo individuato un rischio di insolvenza sulla base della segnalazione di decreti ingiuntivi a carico dell’immobiliare da parte del giudice civile e di loro autonome indagini. Gli stessi giudici respingono le critiche dei consulenti della procura all’accordo tra le banche creditrici e ritengono che questo assicuri il bene primario della continuità aziendale e tuteli la massa dei creditori meglio della procedura fallimentare. La cosa sarà rilevante per il futuro della giurisdizione, dato che la riforma della legge fallimentare si è arenata al civile e dunque lascia margini di ambiguità nel penale. Ma la fine dell'impero di Luigi Zunino pone una questione più generale: la bolla edilizia, chi l'ha alimentata e finanziata, chi aveva la cultura per denunciarla e invece discetta degli alberi in piazza del Duomo.
La bolla edilizia non è un affare da furbetti del quartierino. E’ la conseguenza della privatizzazione non dichiarata dell’urbanistica. Esiste a Milano come in altre città italiane dove vaste aree dismesse dalle industrie e dallo Stato sono state rese edificabili senza troppo pensare. Zunino è saltato perché ha osato troppo, ma anche il re del mattone di Milano, Salvatore Ligresti, sta rinegoziando i debiti. La crisi ha pesato, ma soprattutto ha fatto emergere l’eccesso di ottimismo con il quale si è valutata la domanda potenziale. Gli immobiliaristi hanno avviato progetti assai ambiziosi nel quadro di piani di governo del territorio (i piani regolatori generali di un tempo) che prevedono grandi aumenti delle volumetrie. Strumenti urbanistici e investimenti privati sono il risultato di trattative tra giunte, costruttori e immobiliaristi, con i consigli comunali imbrigliati dal conformismo di maggioranze blindate e opposizioni ideologiche o cooptate, dunque incapaci di esercitare il controllo. Il do ut des è semplice: più volumetria il comune dà e più servizi riceve dal costruttore oltre a quanto dovuto per legge. Soffocati dai tagli alla finanza pubblica, gli enti locali hanno ceduto alla tentazione di molto concedere. Conta di più la promessa, peraltro revocabile, della Rai di trasferire la sede milanese da corso Sempione che non l'analisi delle tendenze demografiche e migratorie. E le banche credono all’incredibile prima perché la rendita fondiaria in tal modo creata rivaluta le garanzie ricevute dalle vecchie industrie, e poi perché, per interposti Zunini, entrano nella gestione delle città. E le star dell'architettura, immemori dell’urbanistica, firmano e tacciono sulla sostenibilità dei progetti.
Massimo Mucchetti
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