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Finalmente qualcuno si occupa dei restauratori
Fiorella Minervino
LA STAMPA, 4 giugno 2004

TEMPO di restauri. Anzi di lavaggi e politure dalla polvere di secoli nei secoli. Come avviene nelle case, al volgere delle stagioni. Gli oggetti sono capolavori che richiedono conoscenza, studi, cure, tempi lunghi com' in uso nel restauro italiano, tuttora il pi qualificato, pur con rischi e lacune. Ecco il rinnovato David di Michelangelo, il gigante nudo, vecchio di 500 anni, appena presentato dal Soprintendente di Firenze Antonio Paolucci, tornato candido qual era. Oggi, a Milano, la volta della Piet Rondanini, esibita dopo un attento restauro, opera ultima, sbozzata e incompiuta secondo il Vasari, perci struggente. L'hanno ripulita,(ci si domanda se sia giusto) dalla patina gialla dipinta dallo scultore Manz per ridurre l'aspetto risicato, quasi informale.
Viaggi a New York, al Metropolitan Museum o Frick Collection, o a SanPietroburgo all'Ermitage, ad Amsterdam a ci che resta del Rijksmuseum (chiuso per rifacimento 8 anni) svelano l'eccellenza passata e forse attuale del nostro restauro che mira a non esagerare, n lucida troppo, n spellacchia superfici, non grattugia marmi, non rende nuovi dipinti o affreschi antichi. In compenso solleva polemiche infuocate. Di norma l'americano James Beck si precipita in Italia con accuse e contumelie. Come per il mirabile lavoro di Colalucci sul Michelangelo della volta Sistina, dove Beck tuon contro i colori riemersi, mentre Cesare Brandi telefon, declamando felice: Bisogna ristudiare tutto Michelangelo, i colori degli affreschi sono quelli del Tondo Doni, i suoi.
Si avvertono per sintomi di sgretolamento nella qualit del restauro italiano, flutto pure di estro, gusto, sensibilit, ma non all'avanguardia tecnica; un esempio: gli americani vantano il primato per la foderazione dei dipinti, vanto nostro sino a poco fa. Allora, non mancano pericoli gravi. Fino al 1998 vigeva una legge, la 1089, firmata da Bottai nel 1939, in tempi di Mussolini e re d'Italia, preindustriali, pre-inquinamento, con paesaggi, villaggi, chiese, opere curate da abitanti volonterosi. Chi voleva, si improvvisava restauratore, iscrivendosi alla Camera di Commercio, con qualifica di artigiano. Mesi o un annetto frequentando botteghe, poi personaggi folcloristici divenivano restauratori di nome; la signora annoiata con bimbi attorno si portava a casa un Mantegna da un noto Museo per lavorare comoda, il corridore di bicicletta apriva una fiorente bottega in Emilia. Con brillanti eccezioni, quali Pinin Brambilla, Paola Zanolini, Rossi. La situazione oggi non cos diversa.
Erano sorte due importanti Istituzioni, l'Istituto Centrale del Restauro, creato da Cesare Brandi, condotto con impareggiabile sapienza da Giovanni Urbani. Poi l'Opificio delle Pietre Dure a Firenze, dove Umberto Baldini si impegn a salvare le opere dall'alluvione e insegn a lungo. Entrambe hanno il numero chiuso: Roma accetta una quindicina di italiani e una manciata di stranieri l'anno, Firenze poco pi. Sono scaturite le scuole regionali, talune di buon livello come Botticino. Tuttavia una recente statistica nel Veneto ha stabilito che si contano 3.575 restauratori iscritti alla Camera di Commercio; calcolando le Regioni, si raggiungono 60-70.000 restauratori autodichiarati. Recenti le lauree per i Beni Culturali, l'Universit Carlo Bo di Urbino ritenuta la pi prestigiosa, l'insegnamento di restauro si vale dell'ottimo Bruno Zanardi, miglior allievo di Giovanni Urbani.
Momento di confusione e transizione questo. La legge Merloni, (109 ter) del '98, introduce per le
imprese, almeno un soggetto a qualifica di restauratore, specie per appalti pubblici. Infine la legge 294 del 2000 (poi 420 nel dicembre 2001) indica i requisiti validi ancora: i restauratori a regime, cio diplomati agli Istituti di Roma e Firenze o con lauree specialistiche; i transitori con 8 anni di lavoro alle spalle o diplomi biennali pi 2 anni di lavoro. Un marasma formativo. Poi dal 2001 a oggi, i diplomati regionali non sono riconosciuti.
Il nuovo Codice dei Beni culturali, voluto da Giuliano Urbani, attaccato e vituperato, ha meriti indubbi. Si pone il problema giuridico della disciplina nel restauro e della figura del restauratore, dei criteri, istituti di formazione, come strumenti di tutela per i beni culturali. Un gruppo di specialisti al lavoro al Ministero per approdare al meglio. Con l'augurio di tempi brevi. Prossima tappa: il 24 giugno, la Scuola Normale di Pisa dedica una giornata di studi, per i 20 anni dalla scomparsa di Giovanni Urbani, intervengono il promotore Salvatore Settis, Bruno Toscano, Bruno Zanardi, presente il ministro Urbani.



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