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SICILIA - Risolto il giallo di Erbesso. Si trova vicino a Siculiana
AMELIA CRISANTINO
MERCOLEDÌ, 08 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA - Palermo


CITTÀ-MITO DELL´ANTICHITÀ IN UN SITO VICINO A SICULIANA

L´antica città scomparsa individuata da una studentessa di archeologia

Erbesso è la Sicilia più remota, le sue tracce si perdono nel tempo. Era il VII secolo prima di Cristo quando, dalla roccaforte naturale che sovrasta la costa, i siculi difendevano i loro villaggi dai coloni greci alla ricerca di terre dove fondare nuove città. Le distanze erano dilatate e la Sicilia era un´isola-continente, la sua frontiera passava attraverso le Eolie dove troviamo il monopolio del più prezioso minerale del neolitico, l´ossidiana.


Sette secoli prima di Cristo era già una roccaforte dei siculi che si difendevano dalle invasioni dei coloni greci. Le tracce si erano perse nel Medioevo
Il sito scoperto da Antonina Armato Barone, studentessa di archeologia, partita da alcuni cocci intravisti nella tana di un animale selvatico
L´indagine satellitare ha mostrato alla fine dieci ettari di terreno brullo verso la foce del fiume Canne con un altopiano difeso dai dirupi

Roccia vulcanica durissima e vetrosa, nera e rilucente: ideale per lame e punte di frecce esportate sino alle coste della Francia meridionale e della Dalmazia, l´ossidiana è protagonista dello straordinario boom economico vissuto dall´arcipelago nel corso del neolitico.
Oggi, delle civiltà indigene che precedono l´età greca e quella romana sono rimaste labili tracce che tendono a diventare quasi invisibili: frammenti di ceramica rossolucida vicino Pantalica, qualche bronzetto fra Sant´Agata di Militello e Vizzini, tombe rupestri e santuari dimenticati. Ma Erbesso è molto più che un coccio di terracotta. Città commerciale che si allea coi greci contro i cartaginesi e poi coi cartaginesi contro i romani, simbolo della sconfitta civiltà sicula, Erbesso è alleata di Siracusa quando nel V secolo a. C. il tiranno Gelone decide la costruzione di un acquedotto per convogliare verso la metropoli le acque dell´Anapo, con un sistema di ingegnosi pozzi collegati fra loro da gallerie sotterranee scavate a diverse altezze e anch´esse comunicanti. L´acqua si muoveva verso Siracusa per sola caduta, attraversando le campagne per 30 lunghissimi chilometri: un´opera di alta ingegneria idraulica, ancora oggi funzionante.
Di Erbesso scrissero Polibio e Diodoro Siculo, ricordando il luogo dov´erano posti gli accampamenti romani durante l´assedio ad Agrigento del 262 a. C.: a Erbesso i romani «fornivansi in larga copia di tutto ciò che loro abbisognasse», cioè armi e cibo. Così il cartaginese Hannone, arrivato in soccorso agli assediati, per prima cosa s´imbadronisce di Erbesso e, scrive Diodoro, «tronca agli alloggiamenti dei nemici ogni speranza di vettovaglie». Quindi bisogna pensare a una città vicina all´assediata Agrigento: seguendo la descrizione degli antichi storici, nel Cinquecento Fazello identifica Erbesso con Pantalica e ne riconduce la denominazione «alle spelonche che i siciliani volgarmente chiamano Grotte», incurante che l´etimo greco dell´antico nome significhi «luogo di splendore». Anche Filippo Cluverio nel Seicento si affida agli antichi storici per affermare che Erbesso era da individuare sopra Agrigento. Forse Palazzolo: che può vantare resti di antiche costruzioni, una strada sotterranea, un fertile entroterra che produce olio e grano.
Ma più passa il tempo e più si perdono le tracce di Erbesso, a metà Seteccento è rimasto solo un nome a cui non corrisponde alcun luogo. Nel Dizionario topografico della Sicilia, del catanese Vito Amico, Erbesso è un´antica città di cui hanno scritto Polibio e Diodoro nei pressi di Agrigento: lo storico si chiede se la grande stazione marittimo-commerciale di un tempo non sia stata sostituita dalla «piccola terra di Grotte» e si risponde che no, Grotte è decentrata rispetto ad Agrigento, per niente idonea a fornire celeri soccorsi e rifornimenti ai romani che assediano la città durante le guerre puniche. Per secoli Erbesso era stata protagonista politico-commerciale ma poi era sparita, dissolta nelle nebbie del tempo. Ancora nel II secolo d. C., nella testimonianza di Tolomeo, Erbesso era stata fervente di attività; in età bizantina continuava a permanere un insediamento, nell´885 una «numerazione delle anime» contava 4.441 fra cristiani e musulmani. Ma poi? Suo malgrado Vito Amico registra lo smarrimento di ogni traccia, finisce con lo scrivere: «dubito se intender si dovesse di altra città dello stesso nome presso Siracusa». E così ha formulato l´ipotesi più intrigante, cioè che nella Sicilia greca ci siano state due città ugualmente chiamate Erbesso: lontane fra loro, a ridosso delle metropoli più importanti.
E due città distinte ci sono state. Per la Erbesso «orientale» è stata individuata un´area fra Gela ed Enna, sulla Montagna di Marzo: in luoghi che sembrano da sempre deserti, i reperti archeologici mostrano che lì un tempo s´innalzava orgogliosa una delle più grandi città pre-greche di Sicilia. Rimaneva sconosciuto il sito della Erbesso «occidentale», comunque da pensare nelle vicinanze del fiume Canne.
A riscoprire le tracce dell´antica città è stata Antonina Armato Barone, studentessa di archeologia e curiosa lettrice di Polibio. Per uno di quei casi fortunati che solo un occhio esperto e appassionato sa cogliere, sono stati alcuni cocci intravisti nei pressi della tana di un animale selvatico a mettere la ragazza sulle tracce della città scomparsa: lei ha subito contattato alcuni esperti, le prime indagini sono state condotte col prestigioso collezionista di reperti siculi Primo Veneroso: assieme hanno individuato il luogo dell´antica città alla foce un tempo navigabile del fiume Canne, dove oggi si trova il sobborgo balneare di Siculiana marina. L´indagine satellitare ha mostrato il vasto pianoro di Serralunga, dieci ettari di terreno brullo con qualche mandorlo e isolati carrubi, dove spiccano i ruderi di un monastero benedettino. Osservando dal pianoro verso il mare, i nostri due archeologi hanno visto la foce del fiume e la via d´acqua che si inoltrava sino alle pendici dell´altopiano difeso dai dirupi: era la fortezza naturale di cui avevano scritto gli antichi storici, che dominava il vasto territorio fra Agrigento ed Eraclea. Il porticciolo moderno era sovrapposto all´antico approdo, i campi di grano sembravano portare le stesse messi che avevano alimentato la città antica e i suoi commerci. E poi c´erano le tante grotte dove si conservava il grano, il camminamento oggi ostruito che dal vecchio scalo saliva verso il pianoro… Erbesso s´era mostrata. Nella speranza d´essere compresa e chissà, magari tutelata.



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