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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Il Codice al debutto nel Nord-Ovest
Ivana Mulatero
Sole 24 ore Nord Ovest 14 MAG 2004

Dal 1° maggio 2004 è entrato in vigore il nuovo Codice dei beni culturali e ambientali, una riforma lungamente attesa, i cui pregi superano i difetti, come osserva il Presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo: «Forse si poteva fare di più, ma questo testo promuove, legittima e consente esperienze avanzate nell'amministrazione del patrimonio culturale». Il Piemonte è la prima regione che va nella direzione indicata dal Codice, in quanto alcuni temi di grossa portata come la Reggia di Venaria, il circuito delle Residenze Sabaude, il rinnovamento del Museo Egizio — il nuovo Statuto della Fondazione Museo delle antichità egizie è stato approvato anche dal Consiglio comunale di Torino, dopo il voto favorevole della Provincia — sono esperienze pilota tese ad individuare nuove modalità gestionali condivise fra Stato, Regione, enti locali e soggetti privati.
La riforma, tra le altre cose, spiana la strada alla costruzione di realtà come la Fondazione del Museo Egizio, la cui dote finanziaria è di 50 milioni, metà provenienti dagli enti pubblici e metà dalla Compagnia di San Paolo. «L'articolo 121 riconosce formalmente il ruolo delle Fondazioni di origine bancaria quali attori importanti nella valorizzazione del patrimonio» commenta Dario Disegni, responsabile area arte e cultura della Compagnia, istituzione che ha deliberato, proprio in questi giorni, un'integrazione al protocollo d'intesa siglato con la Regione, stanziando 9 milioni e 250mila euro. Tra i privati vi sono anche società come la Copat, che gestisce alcuni progetti di servizi in ambito museale per la Fondazione Torino Musei e per il Castello di Rivoli. Il presidente, Andrea Ferraris, si auspica che «il nuovo Codice apra alle imprese, sia come sponsor sia come gestori, mediante la predisposizione d'appalti attivi di servizio, tipo global service se non addirittura di projec financing». Il testo di legge rappresenta
una sfida molto difficile e offre obiettivi ambiziosi, a fronte di un vasto campo di tipologie di beni, da tutelare e valorizzare. «Il Codice chiarisce una serie di responsabilità e funzioni a fronte di una drammatica carenza di risorse sul versante pubblico» riconosce Antonio Passone, consigliere di amministrazione della Fondazione Crt. A maggior ragione quest'aspetto si può applicare al bene paesaggistico, la new entry nel testo di riforma, regolato da norme unitarie in tutta Italia. Ogni Regione deve avere un piano paesaggistico che prevale sui singoli piani regolatori comunali e nel contempo ogni comune si deve dotare di una "commissione per il paesaggio". «Il Codice è un incentivo affinché lo Stato si occupi, anche finanziariamente, del paesaggio, insieme agli altri enti pubblici», dice Franco Ferrero, direttore generale della pianificazione e gestione urbanistica della Regione Piemonte.
E nel resto del Nord-Ovest? «In Liguria si è molto avanti in materia di pianificazione paesistica, sono certa che si riuscirà a pervenire presto alle intese», dichiara Liliana Pittarello, Soprintendente regionale per i beni e le attività culturali. «Il Codice — aggiunge — garantisce uno snellimento nelle procedure di autorizzazione come "premio" solo nel caso in cui si lavori d'intesa al piano paesaggistico. In materia di accordi
per la gestione dei beni culturali, si è più indietro d'altre regioni, e sarà un nostro impegno lavorare a questo, anche con l'accordo di programma quadro che si sta avviando». La quasi totalità dei musei liguri è di pertinenza locale, e si stanno facendo molti sforzi a Genova per creare una rete museale raggruppando sedici istituzioni. Maria Teresa Orengo, funzionaria dell'assessorato alla Cultura della Regione,
mette in guardia contro la troppa enfasi contenuta nel Codice a proposito della fruizione, che deve essere, dice, «la prima forma di tutela, e non una valorizzazione effimera dell'evento espositivo».
Lo Stato, dunque, mantiene le funzioni di tutela, e se per alcuni è un segnale di «scarsa apertura al coinvolgimento attivo delle altre istituzioni, i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni», come sostiene l'Ancl, per altri, come Maria Laura Tornea, direttrice dei Musei Civici di Novara, è invece «una garanzia di salvaguardia del cosiddetto museo diffuso, che fa di ogni piccolo centro in ogni regione un luogo di saperi e culture preziose». Gli fa eco la voce di Giovanni Pinna, membro dell'executive internazionale dell'Icom, secondo il quale «l'apertura ai privati nella gestione e valorizzazione dei musei contiene il rischio che il contenuto simbolico, specchio e metafora di una comunità, del suo passato e del suo presente, possa subire pesanti condizionamenti».
Tra i primi articoli del Codice è contenuta una novità importante, l'ampliamento delle funzioni di tutela delle Regioni sui beni audiovisivi. In concreto, cosa vuoi dire? Alberto Vanelli direttore per i Beni culturali della Regione Piemonte e protagonista nella stesura del Codice, cita due esempi: la Cineteca del Museo del Cinema e la Fototeca della Fondazione Italiana per la Fotografia, beni che, con la nuova legge, diventi di documentazione e di ricerca e si apriranno occasioni occupazionali. Punto dolente per Vanelli è il futuro riassetto del ministero: «Si profila una riforma molto autoreferenziale, che non prevede istituti, uffici, strumenti e modalità di dialogo interistituzionale, elementi irrinunciabili per la piena attuazione delle novità introdotte dal Codice».





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