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In vigore da oggi il Codice dei Beni culturali varato dal ministro Urbani
Jacopo Astarita
Messaggero Casa, 1 Maggio 2004

ENTRA oggi in vigore il Codice Urbani in materia di beni e attività culturali. Dopo solo cinque anni di onorato servizio, va dunque in soffitta il Testo unico messo a punto nel '99 per disciplinare lo stesso settore.
Il perché di questo "pensionamento anticipato" è presto detto. «Dopo la riforma del titolo V della Costituzione, occorreva una risistemazione della materia — spiega il consigliere di Stato Mario Luigi Torsello, capo dell'Ufficio legislativo del ministero dei Beni e delle attività culturali — In virtù della devolution, infatti, era stata attribuita allo Stato l'attività di tutela e alle Regioni quella della valorizzazione. Ma trattandosi di due settori che, in realtà, finiscono per interagire fra loro, occorreva un corpo normativo che ricomponesse questa frattura».
Una legge delega del 2002 ha reso così possibile l'emanazione del decreto legislativo 42 del 22 gennaio 2004. Fortemente voluto dal ministro Giuliano Urbani da cui ha preso anche il nome, il Codice, a differenza del Testo unico del '99, è una legge interamente nuova. La disciplina della tutela paesaggistica, che è quella che sta maggiormente a cuore tanto ai paladini dell'ambiente quanto ai cittadini che intendono promuovere delle opere edilizie, è stata profondamente rielaborata.
Ad esempio, è stata esclusa la possibilità di ottenere l'autorizzazione paesaggistica in sanatoria nel caso di opere che fossero già state realizzate senza permessi edilizi, e che si intendessero regolarizzare attraverso l’"accertamento di conformità" previsto dal testo unico dell'edilizia.
I piani paesaggistici
- Un compito che attende le Regioni, è la verifica e la revisione entro il 1° maggio 2008 dei piani paesistici (dal 1° maggio 2004 paesaggistici) di cui esse si fossero già dotate. Rispetto alle precedenti normative, infatti, il Codice Urbani ha precisato i contenuti di questi strumenti, cui dovranno essere adeguati gli strumenti urbanistici.
Nel caso della Regione Lazio, dopo un'interminabile anticamera i piani paesistici adottati nell'87-88 sono stati tutti approvati attraverso la legge regionale 24/98. A questa normativa avrebbe dovuto seguire l'approvazione del Piano territoriale paesistico regionale (Ptpr), in pratica la versione unitaria e aggiornata dei piani attualmente in vigore. Il nuovo strumento urbanistico, che avrà il nome di Piano territoriale generale regionale (Ptgr), è in fase avanzata di predisposizione presso la Regione Lazio, e rappresenta il punto di arrivo di un processo che ha preso le mosse fin dall'87, quando furono gettate le basi del Quadro di riferimento territoriale (Qri).
I nulla-osta paesaggistici
- Dal '77, la materia relativa al rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche spetta alle Regioni per delega dello Stato. «E le Regioni, con l'eccezione del Piemonte, hanno sub-delegato in tutto o in parte le medesime funzioni ai Comuni» sottolinea Torsello.
Il Lazio, ad esempio, ha provveduto con la legge regionale 59/95.
L'effetto principale del passaggio delle competenze, è stata la moltiplicazione dei nulla-osta. «I problemi nascevano dal fatto che nei piccoli centri, soprattutto per ragioni elettorali, a volte gli uffici comunali proprio non se la sentivano di dire di no. E per correre ai ripari, lo Stato disponeva di un'arma spuntata» spiega.
Una volta rilasciato il nulla-osta, infatti, i Comuni erano tenuti a trasmettere la documentazione alla Sovrintendenza, che avrebbe avuto sessanta giorni di tempo per pronunciarsi. «Entro quella data - continua - il Ministero avrebbe avuto il potere di annullare l'autorizzazione, ma esclusivamente per i profili di legittimità». Secondo la giurisprudenza, questi possono riguardare la conformità o meno del provvedimento alle disposizioni del piano paesaggistico, oppure i giudizi di compatibilita paesaggistica non sorretti da un'idonea motivazione.
«Infine, nell'ipotesi di un annullamento ministeriale, cosa che avveniva nel due o tre per cento dei casi, la pratica finiva spesso per essere impugnata davanti al Tar, con buone prospettive per lo Stato di uscirne soccombente. La circostanza che il nulla-osta fosse stato rilasciato, infatti, creava inevitabilmente delle aspettative nelle persone interessate ai lavori. Logico dunque che di fronte a un annullamento ministeriale ci si rivolgesse prontamente al Tar, con la conseguenza del moltiplicarsi del contenzioso» conclude Torsello.
Il controllo preventivo
- Il Codice Urbani, invece, ha ribaltato questo meccanismo. «I Comuni, prima di pronunciarsi sulla richiesta di nulla-osta, entro quaranta giorni dalla ricezione dell'istanza dovranno sentire obbligatoriamente il parere della Soprintendenza, che avrà sessanta giorni per pronunciarsi. Parere, questo, da cui i Comuni potranno pure discostarsi, ma in questo caso occorrerà motivare tale scelta. Tutto ciò dovrebbe indurre gli uffici comunali a rilasciare con minore larghezza le autorizzazioni e a istruire le pratiche in maniera più scrupolosa» spiega Torsello.
La disciplina transitoria
- Nella attesa dell'adeguamento dei piani paesaggistici approvati in base alle normative anteriori al Codice Urbani, il regime delle autorizzazioni proseguirà secondo il copione dettato da queste ultime.
I Comuni dovranno dunque comunicare immediatamente alla Soprintendenza le autorizzazioni emesse, trasmettendone la documentazione e le risultanze degli eventuali accertamenti. Ed entro sessanta giorni dalla ricezione della documentazione, il Ministero potrà avvalersi del potere di annullamento per soli motivi di legittimità
Le autorizzazioni a sanatoria
- «Un'altra novità del Codice Urbani — sottolinea il vice direttore dell'Ufficio legislativo Gino Famiglietti - è costituita dall'esclusione della possibilità di un'autorizzazione paesaggistica successiva alla realizzazione, anche parziale, degli interventi».
In pratica, è stato fissato un grosso paletto alla possibilità di ottenere i permessi edilizi in sanatoria. Gli articoli 36 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 380/2001 "testo unico" in materia edilizia, infatti, ammettono a certe condizioni che le opere già eseguite possano essere sanate attraverso l’“accertamento di conformità". Ma se l'immobile fosse assoggettato a un vincolo paesaggistico, l'impossibilità di ottenere il relativo nulla-osta stabilita dal Codice Urbani avrà l'effetto di impedire il rilascio del permesso edilizio.
Era, questa, la linea di condotta su cui si erano arroccati in passato il ministero dei Beni culturali e anche la Regione Lazio per negare la possibilità di concedere le autorizzazioni paesaggistiche in caso di richiesta di accertamento di conformità. Ma la giurisprudenza amministrativa ha spazzato via questa interpretazione restrittiva (l'ultima sentenza è la n. 1205 del 10 marzo 2004 della VI sezione del Consiglio di Stato). Una volta che si verificata la Compatibilita delle opere già realizzate con i vincoli imposti dai piani paesaggistici, non ci sarebbe dunque motivo di negare il nulla-osta.
«Ma il divieto di rilascio di autorizzazioni di stampo paesistico in sanatoria non può riguardare i permessi edilizi in sanatoria previsti dalle normative in vigore in materia di condono edilizio che, invece, prevedono espressamente tale possibilità» spiega Mario Lupi, avvocato urbanista e consulente del Collegio dei geometri di Roma. «In pratica, il Codice Urbani torna al discorso che a suo tempo fece la Regione riguardo all'"accertamento di conformità" con la differenza, di non poco conto, che allora l'impossibilità di rilascio del nulla-osta paesistico in sanatoria non derivava dalla legge, ma da un comportamento degli uffici regionali. In quel caso, la giurisprudenza si è potuta muovere liberamente. Adesso, invece, il divieto di nulla-osta paesaggistico è sancito dal Codice Urbani, con l'effetto di escludere la possibilità di un intervento dei giudici amministrativi di segno opposto. Un'eventuale correzione di rotta potrebbe arrivare solo dalla Corte Costituzionale».



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