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Pi sobriet per la citt del futuro
intervista di Emanuele Rebuffini a Joseph Rykwert
Avvenire 27-APR-2004


I grattacieli in realt non sono un buon investimento. Un modello positivo di cambiamento non visibile a Manhattan n a Berlino, ma a Barcellona
L'opinione pubblica pu correggere gli errori urbanistici, purch agisca in modo propositivo

Parla Joseph Rykwert, uno dei massimi storici dell'architettura: Non solo il terziario, anche l'industria fa bene alle metropoli

La citt moderna una citt di contraddizioni; ospita molti gruppi etnici, molte culture e classi, molte religioni. Questa citt moderna troppo frammentata, troppo piena di contrasti e conflittualit; non pu avere una sola faccia, deve per forza averne molte.
Joseph Rykwert, nella sua ultima opera, La seduzione del luogo. Stona e futuro della citt (Einaudi, pp. 366, euro 26) torna a interrogarsi sulla storia, sull'identit e sul destino della citt.

Professor Rykwert, molte citt europee stanno attraversando crisi profonde accompagnate da grandi cambiamenti urbanistici. Torino un esempio eclatante. Sta finendo la citt industriale, ma non si in
travede un futuro chiaro. L'era manifatturiera lascer spazio a citt di servizi, incentrate sul terziario avanzato?

Non credo che l'avvenire delle citt stia nel terziario. Se manca la produzione, la citt si estingue. Forse questa sar la sorte di Torino. O forse no, perch Torino ha la chance di diventare un grande centro dell'elettronica, come successo per Cambridge. In Inghilterra la politica della Thatcher ha esaltato il terziario e cercato di sopprimere l'industria. Oggi la mancanza dell indstria sta cominciando a farsi sentire e stiamo entrando in u-na preoccupante crisi. Tuttavia, noto un cambiamento nell'atteggiamento delle autorit locali in tutto il mondo sul versante del recupero urbano.

Ovvero il riuso delle aree industriali dismesse...

"Gi. Ricordo due studenti italiani sbarcati a Filadelfia, circa quindici anni fa, per uno studio sul riuso delle strutture industriali nelle citt americane. Andarono in municipio e i funzionari li guardarono come dei matti, perch non esisteva una politica per il recupero delle aree dismesse (i cosiddetti brown si-tes). La citt si limitava ad abbandonare quelle aree, a lasciarle vuote. Le cose sono cambiate radicalmente e se uno va oggi a Filadelfia, come in qualsiasi altra citt, potr accorgersi di come sia stata attivata una politica anche aggressiva del riuso delle vecchie strutture industriali. La citt vuole tornare a controllare quei luoghi, trasformandoli in ambienti pi o meno abitabili, in aree idonee ad accogliere industrie minori.
Perch lei cosi critico nei confronti delle Docklands londinesi?
Le Docklands sono come il Pudong di Shan ghai, aree sviluppatesi senza nessun controllo. Nei due casi troviamo un ampio raggruppamento di edifici molto alti. Sono un'emulazione del modello Manhattan.
Ma i grattacieli non rendono quello che si crede. L'Empire State Building stato costruito nel '29 e non ha prodotto nessun profitto fino al 1950. Le due torri di New York non hanno aggiunto niente di positivo al tessuto urbano, rappresentavano solo il trionfo del potere monetario. Nelle Docklands hanno fatto bancarotta per ben due volte. C' un pregiudizio che bisogna combattere. Quello che
crede che gli speculatori edilizi operino in maniera razionale, costruendo per realizzare profitti. Non vero. Loro costruiscono grandi edifici come se fossero dei monumenti. E' gente assolutamente irrazionale.
La citt, lei ci insegna, non solo come un assemblaggio di unit abitative ben progettate. Per questo l'architettura ha pi a che vedere con la metafora, che non con l'estetica?

Studiando la citt romana, da sempre portata ad esempio di ordine razionale, in quanto ispirata al modello dell'accampamento militare, il castrum, mi resi conto come quell'immagine fosse fuorviante. Era l'accampamento militare a essere basato sulla citt. Come la citt, anche l'accampamento poteva essere occupato solo dopo un'elaborata serie di cerimonie finalizzate a spiegarne la forma ai futuri abitanti. La citt non il risultato di forze impersonali, ma un artefatto voluto, un costrutto umano sul quale influiscono molti fattori consci e inconsci, sentimenti e desideri. Qualsiasi atto legato alla pianificazione e all'edilizia urbana inevitabilmente un atto politico. Per questo motivo tutti i costruttori e gli urbanisti devono essere responsabili dei loro atti di fronte al pubblico. Non di inebriamento e di magniloquenza che abbiamo bisogno, ma di sobriet ed efficacia. Costruire un fatto politico, non un fatto privato. E quindi un fatto metaforico, perch chi costruisce vuoi dire delle cose.
Questo non chiama in causa la responsabilit degli architetti?

Il nostro dovere nei confronti della societ consiste nel consigliare al committente di non fare cretinate, di non fare cose che possano nuocere alla citt. Una citt che ammiro moltissimo Barcellona, che ha approfittato delle Olimpiadi per modernizzarsi e l'ha fatto in modo eccellente, pulendo il centro e monumentalizzando i sobborghi. Chi, invece, ha lavorato in quella bolgia che la nuova Berlino, intomo a Potsdamer Platz, ha fatto cose piuttosto tristi. Un'idea che ha molto danneggiato l'architettura la convinzione che la nostra professione abbia a che fare con l'estetica. Non esiste un lato e-stetco. L'estetica la relazione che sussiste tra un edificio e la persona che vi passa davanti. Quello che l'architetto fa non l'estetica, ma l'organizzazione formale dell'edificio. Quello che manca a noi architetti un discorso razionale sulla forma. La forma della citt non oggetto di forze impersonali e la sua struttura materiale non un semplice problema di gusto o di estetica. L'edilizia non riducibile a una semplice sommatoria di caratteri funzionali ed estetici, ma deve essere considerata una rappresentazione dei valori di una societ e del suo sistema di funzionamento. Oggi la costruzione dei grandi edifici in mano ai "design professionals", i professionisti del design, che lavorano in grandi studi che trattano opere per un valore di molti milioni. In questo contesto l'architetto non pi colui che pu consigliare al cliente di abbandonare o modificare un progetto che gli sembra andare contro il pubblico interesse o magari contro gli interessi del cliente stesso. Non contribuisce pi all'elaborazione delle forme dei volumi dell'edificio, ma il suo ruolo limitato alla consulenza per i rivestimenti delle su-perfici.

E ancora possibile essere "cives" nelle citt contemporanee?
Non so cosa succeder, ma so quali sono oggi le nostre responsabilit dentro alla citta. Possiamo esercitare delle pressioni. Guardiamo alle pressioni sulla qualit del cibo! Esistono numerosi esempi di azioni comunitarie contro abusi pubblici o privati. Una pressione dal basso, che richiede tempo, ma che risulta efficace. La pubblica opinione, se ben organizzata, in grado di correggere grossolani errori burocratici in campo urbanistico. Il problema che nei contesti urbani l'azione delle ong essenzialmente oppositiva. Bisogna che questi gruppi si spostino dalla protesta al progetto.


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Joseph Rykwert
Inglese di origine polacca, professore emerito all'Universit della Pennsylvania, Joseph Rykwert uno dei massimi storici dell'architettura.
Prima che negli Usa, aveva insegnato a Cambridge e all'Universit di Essex, in Inghilterra, dove aveva istituito il primo corso di Storia e teoria dell'architettura.
Da quando studente, incontr Le Corbusier, si occupa del contributo dell'architetto alla citt.

Ha vinto il Premio Zevi alla Biennale di Architettura di Venezia. autore di molti libri fondamentali, tra i quali
citiamo La casa di Adamo in Paradiso e
L'idea di citt.



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