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Difendere il verde. Sfida per chi salvò i faraoni
Martedì 10 Marzo 2009 PROVINCIA Pagina 28 L'ARENA




PROTAGONISTI. La battaglia per le colline iniziò negli anni Sessanta con un appello a Venezia




La tutela del paesaggio missione del soprintendente che ricostruì Ponte Pietra e i templi egizi di Abu Simbel


A San Ciriaco di Negrar nella villa che fu di Piero Gazzola si conservano biblioteca e archivio dell’architetto e soprintendente ai monumenti di Verona, famoso per la ricostruzione dei ponti sull’Adige e per il salvataggio dei templi egizi. Quella di San Ciriaco è un’eredità di importanza storica, una vera consegna alla Valpolicella: per questa terra, che amò e scelse di abitare, Gazzola combattè infatti la sua ultima battaglia, per la difesa del paesaggio.
Nel centenario della nascita, la Regione del Veneto ha organizzato un importante convegno su Piero Gazzola, svoltosi nel novembre scorso alla Gran Guardia di Verona. Proprio in sede regionale, all’Istituto veneto di scienze lettere e arti, nel 1962 il soprintendente tenne un memorabile discorso sul destino del paesaggio collinare veronese. «Ho scelto questa sede», disse Gazzola con il suo eloquio da umanista, «perché la conservazione è essenziale al panorama della regione e comunque inquadrata in una visione più ampia che non esiterei a definire di civiltà. In realtà la questione, da urbanistica quale può apparire sul momento, è in effetti storica, sociale, economica, estetica. (...) Ciascuno di noi, quindi, è chiamato a collaborare doppiamente (...) come cittadino veneto e come specialista nei singoli settori delle attività culturali».
Gazzola riuscì a sventare la cementificazione completa della collina veronese, «irrinunciabile fondale verde dell’architettura». Nei primi anni Sessanta il nuovo piano regolatore generale di Verona prevedeva che sulla collina si potesse edificare una casa ogni 2000 metri quadrati di terreno. La soprintendenza preparò una mappa e dei fotomontaggi per mostrare come sarebbe stato rovinato il paesaggio. Ne restò spaventato anche l’allora ministro della Pubblica Istruzione, il veronese Guido Gonella, e venne emanato un decreto di inedificabilità su tutta la collina veronese.
La tutela che almeno in parte fu garantita a Verona, non riuscì però a estendersi alla Valpolicella. Quello che Gazzola scongiurò sulle Torricelle si è perpetrato a Montericco. La soprintendenza aveva solo l’arma del vincolo paesaggistico, secondo la legge Bottai del 1939, vincolo che nel 1957 fu esteso alla Valpolicella. Ma questo permetteva a Gazzola solo di tuonare i suoi «no» — che pure fulminò a raffica, e con qualche efficacia — non di programmare uno sviluppo compatibile con la cultura e con la bellezza, responsabilità a cui richiamava l’intera società. Dopo quarant’anni di negrarizzazione, la programmazione urbanistica resta una chimera, ma si può almeno salvare il salvabile (vedi gli articoli nella parte destra del paginone): 1. estendere la tutela dalle colline di Verona alla Valpolicella; 2. scongiurare la minacciata distruzione di un’area verde superstite, peraltro già compresa nel Parco naturale regionale della Lessinia che dovrebbe difenderla.
La battaglia per il paesaggio fu per Gazzola lo sviluppo naturale della sua attività per la tutela dei monumenti e dei centri storici. «Centro storico sia tutta l’Italia», sintetizzava su Casabella nel 1967. A Verona, dov’era rimasto sotto le bombe in tutti gli anni della guerra, Gazzola aveva tentato l’impossibile per salvare il Ponte Pietra e quello di Castelvecchio. Aveva ottenuto garanzia scritta dal comandante in capo, il feldmaresciallo Kesserling, ma il 25 aprile 1945 i tedeschi in ritirata tradirono i patti e fecero saltare i ponti. Gazzola «fu portato via a forza», ricorda la figlia Pia, «mentre cercava di fermare i guastatori». Pensando al peggio, il soprintendente aveva però ordinato un completo rilievo dei ponti, che fu indispensabile per ricostruirli «com’erano e dov’erano». Un’impresa di architettura che viene ancora studiata e una scelta di politica culturale che ha onorato la Verona lungimirante di quel dopoguerra.
EGITTO La fama di Gazzola (300 restauri monumentali e decine di pubblicazioni, scritte con la capacità di farsi capire) diventò internazionale quando, vinto un concorso all’Unesco (organizzazione per la cultura delle Nazioni Unite), ideò nel 1960 il salvataggio dei templi di Abu Simbel in Egitto. La diga di Assuan sul Nilo avrebbe sommerso i monumenti dei faraoni, scavati nella roccia. Gazzola guidò una missione dell’Unesco e ne tornò con l’idea vincente: smontare e trasportare i templi in posizione più elevata, in un luogo poco lontano e che riproducesse «l’ambiente originario». Fu accantonato così il progetto francese degli ingegneri Coyne e Bellier, che proponevano invece uno sbarramento di roccia e sabbia alto 80 metri intorno ai templi per isolarli dalle acque. I monumenti, protestò Gazzola, «nell’imbuto artificiale, separati dal corso del Nilo, avrebbero sofferto di un improprio paesaggio, di un’abnorme prospettiva, di una luce indebita».
Un’attenzione al monumento, ma nel contesto del paesaggio: sul Nilo sbarrato dalla diga, sull’Adige devastato dalla guerra. In queste situazioni estreme, Gazzola teorizzò e applicò il concetto del «male minore»: ad Abu Simbel spostare i templi «là dove ancora possa ripetersi la magia del primo raggio di sole che entra nel buio», a Verona ricostruire i ponti, ma con le stesse pietre e con le stesse tecniche originali. Non diamolo per fatto scontato, questo, perché non lo è. A Verona c’era chi proponeva di lasciar lì i ruderi: si sarebbe risparmiato senza «fare un falso», come dicevano i pasdaran dell’architettura. Gazzola invece dimostrò — e nell’Italia poverissima del dopoguerra — che ricostruire i monumenti perduti era indispensabile per ripristinare l’immagine di Verona, che lui vedeva come un tutt’uno di architettura e natura.
Ma salvare quel paesaggio che faceva il Bel Paese si rivelò impresa più che faraonica, anche per il salvatore di Abu Simbel. «La denaturazione del paesaggio a opera del disordinato propagarsi delle iniziative industriali è una tragedia comune», scriveva Gazzola. E oggi? Per salvare il salvabile forse mancano ancora le materie prime, cultura e coscienza civile: «Alla meditata valutazione e alla prudenza che tutti in teoria riconoscono indispensabile si contrappone nella realtà una incalzante fretta che ci spinge sempre all’azione in modo spesso imprudente: siamo effettivamente travolti da un attivismo incontrollato, da una sete di realizzazioni rapide e appariscenti. Tutto questo, del resto, non è che la conseguenza inconscia e inevitabile del fatto che non crediamo più nel domani».




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