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matematico: pulire i monumenti pu essere un rischio
Renato Sartini
il Venerd di Repubblica, il 20/02/2009

LItalia un museo a cielo aperto che nessuno spolvera mai. Cos, quando si decide di pulire, bisogna spendere un sacco di soldi. Giusto per fare qualche esempio, negli ultimi sei anni sono stati
spesi venti milioni di euro per restaurare la facciata del Duomo di Milano e pi di cinque per le operazioni di pulizia della Torre di Pisa, che si concluderanno questanno; seicentomila sono andati per i lavori della Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini a Roma, mentre altre sedici fontane monumentali, tra le quali anche la famosa Barcaccia di Piazza di Spagna, sono in attesa di essere tirate a lucido alla modica cifra di circa cinque milioni di euro. Ma restaurare un monumento esposto allaperto non solo costoso. Comporta anche, inevitabilmente, un danno allopera perch, gratta-gratta, per riportare alla luce lo strato ricoperto dallo sporco, viene via sempre anche un po di storia. Colpa delle antiestetiche e dannose croste nere prodotte sui materiali da un fenomeno da inquinamento atmosferico chiamato solfatazione, che agisce come un virus: lanidride solforosa, prodotta dagli scarichi insieme a polveri sottili, ossidi di azoto e anidride carbonica, aggredisce la pietra annerendola e trasformando il carbonato di calcio, di cui fatta, in solfato di calcio, cio in gesso. E il gesso, si sa, prima o poi si sgretola.
Ora una ricerca italiana sembra aver trovato uno strumento in grado di diagnosticare per tempo la solfatazione, segnando con ci un passo importante nella storia del restauro. Lo studio frutto della
collaborazione tra lIstituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), lIstituto per le applicazioni del calcolo Mauro Picone (Iac-Cnr) e il Centro di ricerca in scienza e tecnica per la conservazione del patrimonio storico-architettonico (Cistec) della Sapienza di Roma. Confermato da esperimenti effettuati nei laboratori chimici del Cistec, stato pubblicato sulle riviste internazionali Journal on Applied Mathematic e Journal of cultural heritage.
Si tratta di un modello matematico, il primo al mondo, in grado di misurare gli agenti del degrado in tempo reale e di prevedere, dall'elaborazione dei dati, levoluzione futura del fenomeno spiega Elisabetta Giani dellIscr, responsabile del progetto. Questa informazione diventer molto utile per chi deve programmare in maniera scientifica i tempi di manutenzione. Si potr per esempio evitare di arrivare a dover fare i soliti e costosissimi restauri riparatori quando il danno ormai troppo avanzato.
Utilizzando dei sensori, infatti, sar possibile monitorare tutta lopera in modo da individuare subito le zone pi a rischio su cui intervenire, magari con una semplice asciugatura delle parti umide o con un provvedimento temporaneo di deviazione del traffico.
Abbiamo realizzato un modello matematico che che ci ha gi fornito dei dati concreti sulla crescita
della crosta di gesso col passare del tempo spiega Roberto Natalini, ricercatore dell'Istituto Mauro Picone. Utilizzando rilevazioni da inquinamento urbano negli Usa (erano le uniche complete disponibili), abbiamo visto che la crosta cresce di dieci micrometri (un millesimo di millimetro) in un anno e che, nel frattempo, c unerosione di quasi tre micrometri e mezzo di materiale originario. Secondo il modello, nel periodo successivo, la crosta aumenta sempre di meno, fino a potersi considerare praticamente ferma dopo circa un secolo. Se finora quindi si pensava che il degrado procedesse secondo una legge lineare, cio dieci micrometri il primo anno, che diventano venti il secondo e trenta il terzo, adesso sappiamo che non cos. Quando si ripulisce un monumento, bene dunque tenere conto di alcune cose: la prima che il processo di degrado ripartir da zero e con la velocit iniziale, riprendendo a consumare materiale storico. Se, per esempio, un monumento viene ripulito due volte in cinque anni, la solfatazione si manger pi materiale storico di quanto se ne sarebbe potuto mangiare con una sola pulizia.
Altra cosa da considerare che, senza pulire, il processo a un certo punto si fermer da solo. E dunque occorre farsi la domanda che abbiamo girato a cinque esperti del settore (nel riquadro qui sopra): dobbiamo continuare a restaurare, consumando i monumenti, oppure ci dobbiamo abituare alla patina nera, garanzia di protezione?
Il dibattito aperto. Intanto, grazie a un finanziamento di sessantamila euro del Ministero per i beni culturali, un team di sette ricercatori potr continuare ad approfondire per un anno luso del modello servendosi di dati italiani reali rilevati da una centralina meteo e da un espositore con campioni di marmo, che verranno fissati sul Vittoriano di Roma agli inizi di marzo.
Visti i risultati della ricerca, abbiamo messo a disposizione il monumento: sar interessante avere dati reali, oltre che sul marmo di Carrara, anche su quello del Vittoriano, il Botticino. E dalla loggia, lass, sapremo anche con precisione quanto male fa il traffico. Al monumento e a noi.


SMAGLIANTI O GRIGETTI. GLI ESPERTI SI DIVIDONO.
Gli studi dicono che, dopo un secolo, la patina scura sui marmi non aumenta pi. Conviene allora smettere di restaurarli e abituarsi ai segni del tempo, oppure continuare a raschiarli rischiando di consumarli?

Philippe Daverio, Storico dell'arte: Nel restauro quello che conta di pi la pratica. L'intuito e l'esperienza di chi opera gli consentono infatti di tenere conto di pi parametri contemporaneamente, meglio di quanto possa mai fare un modello matematico. Decidere di pulire o non pulire un fatto di sensibilit e conoscenza del monumento. In alcuni casi, per esempio, si possono usare patine protettive che, in altri, danneggiano la pietra.

Caterina Bon Valsassina, Direttore dell'Istituto superiore per la conservazione ed il restauro: Una delle scelte pi difficili nel campo del restauro decidere se, quando e di quanto intervenire su un monumento all'aperto. Avere uno strumento scientifico in grado di sostenere la decisione potrebbe risultare importante. Sapere, per esempio, se il degrado stabile o non lo , pu servire per decidere se lasciare le cose come stanno, cos da potersi dedicare a un'opera che si trova in condizioni pi critiche.

Achille Bonito Oliva, Critico d'arte: Io sono contrario al restauro all'americana, quello dove tutto viene spolverato e riportato a nuovo. Se proprio si deve ripulire, questo va fatto nel rispetto dei segni che il tempo lascia. Il Colosseo, per fare un esempio, non solo architettura ma anche memoria, una testimonianza che si fa presente e si proietta nel futuro. E dunque un segno del tempo, e lo cos com'.

Federica Galloni, Soprintendente ai beni archeologici e paesaggistici del Comune di Roma: Lasciare un monumento sporco significherebbe considerarlo un reperto archeologico. Il degrado, per di pi, aggredisce in maniera non uniforme l'opera, facendo perdere il senso di unitariet. Per questo bisogna intervenire, ma senza falsare il tempo: pulendo, ma lasciando che risulti il degrado naturale del manufatto, quello non dovuto all'uomo.

Vittorio Sgarbi, Critico d'arte: Mi fa piacere che un risultato scientifico confermi quello che io dico da tempo. Nelle opere d'arte c' un colore imperscrutabile, quello che Gabriele D'Annunzio definiva 'il colore del tempo', fatto di polvere, unto, croste da inquinamento, che sono Storia. Tutte le forme di stratificazione sono una garanzia, pi di una pulitura che riporta l'opera a qualcosa che non pi.



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