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ora di fare il processo alla cultura
di Luca DoninellI
IL GIORNALE n. 269 del 2008-11-09 pagina 25


Mentre in Francia si discute con accanimento su come rinnovare il sapere, in Italia gli intellettuali non hanno il coraggio di cambiare. Cos tutto ristagna annegato dai troppi festival e dalle poche idee

Da molti anni si vanno accumulando, in Francia, i cahiers de dolances (con qualche jaccuse) sullo stato della cultura nazionale. Il suo cinema offre prodotti marginali, la sua letteratura non viene tradotta allestero, la sua musica non varca i confini, ma soprattutto sono in crisi scuola e universit.
Gli interventi sono numerosi e autorevoli, a cominciare dal capolavoro che Marc Fumaroli pubblic diciassette anni fa sulla politica culturale di Stato, da Vichy a Malraux fino a Jack Lang: Ltat culturel (Lo stato culturale, Adelphi). Fumaroli non le manda a dire. Dopo aver deprecato lidea della fruizione culturale come atto di civismo, il grande studioso definisce le iniziative culturali pubbliche come altrettante distrazioni tanto ammodo che non rispondono a nessuna necessit interiore e che non fanno altro che scoraggiare dallessere se stessi.
A essere messo sotto accusa stato, fin dallinizio, un intero modello culturale, che comprendeva editoria, spettacoli dal vivo, cinema, musica ma anche universit e ricerca e, quindi, istruzione e formazione. Va dato atto ai nostri cugini di non aver mai disgiunto la cultura intesa come prodotto dal momento formativo. La storia di questa autocritica comprende momenti di grande intensit, come nellinchiesta uscita lo scorso anno, e curata dal grande matematico Laurent Lafforgue e dalla pedagogista Liliane Lurat, dal titolo significativo La dbcle de lcole (La rovina della scuola); o come il mea culpa di Tzvetan Todorov (La letteratura in pericolo, Garzanti) dove uno dei protagonisti dellera strutturalista ammette i disastri prodotti dal suo metodo nei testi scolastici, nei metodi dinsegnamento e nelle cattedre universitarie di letteratura.
Guai, per, se a lanciare lallarme - siamo alla fine del 2007 - un giornalista americano di Time, Donald Morrison, con un servizio che merita la copertina sulledizione europea del magazine, ma non compare nemmeno su quella americana. Apriti o cielo. I panni sporchi si lavano in casa: questo americano, che si domanda come mai tutto il rumore che la cultura francese produce in patria non faccia vibrare nemmeno la pi piccola eco a New York o a Chicago, merita una risposta indignata. E allora gi!, fiumi dinchiostro, ore e ore di trasmissioni televisive, scudi sollevati pressoch in tutti gli ambienti, da quello editoriale a quello accademico.
Cos Morrison ha dovuto trasformare il suo articolo in un libretto, uscito da poco in Francia per i tipi di Denol, dal titolo che, tradotto in italiano, suona Cosa resta della cultura francese?.
Al suo testo ne segue nello stesso volume un altro di risposta, pi breve, di Antoine Compagnon, storico della letteratura, intitolato (traduco) Il cruccio della Grandeur. Non cinteressa, qui, seguire il corso della polemica. Lo scritto di Morrison farcito di dati, ma linterpretazione degli stessi appare spesso un po grossolana, da giornalista americano abituato a considerare esistente solo ci che produce visibilit e numeri rilevanti. Quanto a Compagnon, un autore che io apprezzo molto, non si attarda nella difesa, ma - al modo di Socrate nel Fedro - completa la critica per poi mostrarne il lato vitale.
Perch cos : se il modello culturale francese presenta molte falle e una certa dose di ipocrisia (basterebbe pensare alla frequenza di parole come diversit, alterit nel suo frasario culturale, a fronte dei modi spesso polizieschi con cui lalterit viene trattata quando si mostra con il corpo e la faccia di uno straniero), per anche vero che tutto questo movimento autocritico dimostra lo stato di salute delle radici culturali francesi, e la determinazione della cultura a mantenere il suo valore in piena autonomia, distinguendosi dalla politica.
La nostra domanda investe, piuttosto, la cultura italiana, sulla quale, in grandissima parte, si potrebbero ripetere - spesso rincarando le dosi - le osservazioni mosse da Morrison e dallo stesso Compagnon nei riguardi di quella francese, e che si riassumono nel suo scarso peso a livello internazionale, nel suo provincialismo, nella sua mancanza di originalit. Da noi non esiste, di fatto, uno Stato Culturale come quello deprecato da Fumaroli, e la cultura, pi che un affare di Stato, appare come un affare di lite, di salotti, di circoli, di cricche e, se mai, in un recente passato, di controllo ideologico a opera del fascismo prima e del partito comunista poi, che in modi solo in parte diversi hanno acquistato potere nei gangli della produzione culturale, contaminando (anche mediante il ricatto) lesercizio della libert intellettuale nel nostro Paese.
Sono tutte cose che sappiamo benissimo. Del resto, gli agenti patogeni della libert intellettuale esistono e probabilmente esisteranno sempre dappertutto, e questo ha una sua logica (starei per dire giustizia) perch nella lotta, nella tensione, nella dialettica che la libert si afferma. Non ho mai sentito parlare, n qui, n altrove, di uomini liberi che non abbiano pagato il prezzo della loro libert.
Quello, piuttosto, che preoccupa la totale assenza, da noi, di un ripensamento paragonabile a quello dei nostri cugini francesi. A nessuno viene in mente di produrre unanalisi critica della nostra cultura capace di abbracciare insieme letteratura, spettacolo, beni culturali e universit, considerandoli come un unico problema. Nessuno ha voglia di farsi dei nemici. Cos ci accontentiamo di riempire lo Stivale di premi e festival e ci illudiamo che la cultura sia in buona salute. Per i ripensamenti sufficiente Porta a porta, o qualche altro talk show. Lintellettuale fa un mestiere mal pagato, ha scarsa stima di s (un buon gelataio guadagna pi della maggior parte degli scrittori), ed facile che finisca per rincorrere un posticino al sole a caccia di gettoni di presenza, girando per convegni e festival, tenendo rubrichette su riviste o, se va bene, aprendosi una strada nel cinema.
C poi un problema di coraggio. Nel libro di Morrison-Compagnon vengono avanzate ipotesi arditissime, come quella di azzerare i contributi pubblici allo spettacolo dal vivo, considerati un deterrente culturale (lartista finisce per essere un mantenuto pubblico: tesi molto americana). Ma chi avrebbe, da noi, il coraggio di formulare simili proposte senza temere di essere linciato? Conosco gente che pensa queste cose e anche di peggio, ma non parler mai. Ogni tanto lo fa qualche scemo del villaggio, abilitato a parlare solo perch sa che nessuno lo prender mai sul serio.
Eppure ci sarebbe molto materiale di riflessione. Si potrebbe cominciare ripensando il ruolo formativo delluniversit, chiedersi come superare la sua crisi di competitivit, come metterla in grado di rispondere a sfide che vengono non pi solo dallAmerica o dalla vecchia Europa, ma anche dalla Cina, dallIndia, dalla Corea.
NellItalia di oggi ha ancora senso il valore legale della laurea? E ancora. Mentre luniversit langue, proliferano i festival letterari, scientifici, filosofici. Ma quanti di questi festival sono veramente utili? Quanti evitano, mediante una saggia conduzione, la riduzione della cultura a spettacolo? Non stiamo correndo il rischio di ridurre la conoscenza a un semplice parlare di? E poi. I contributi pubblici al teatro e allo spettacolo dal vivo vanno mantenuti e, se possibile, aumentati (e non tagliati come si continua a fare da noi). Ma come evitare che una parte di essi finisca per alimentare la marginalit? Conosco gruppi teatrali che da dieci anni lavorano sempre sullo stesso testo - magari una fiaba, o un romanzo che nessuno ha mai letto.
Nella crisi economica, sulla soglia della recessione, pi che mai urgente che la nostra cultura sappia affermare la sua centralit di fronte alla sfida della globalizzazione, che potrebbe anche relegarci, e forse lo sta gi facendo, a un ruolo definitivamente marginale: ruolo da cui, di norma, riescono a evadere solo pochi fortunati individui. Io penso che non ci meritiamo questo: lItalia non solo Colosseo e Gomorra. ora che anche da noi, con coraggio e serenit, si cominci a discutere, ripensare, progettare, affinch tutte le cose buone che produciamo acquistino la forza di proporsi al mondo.
In fondo, la cultura che ci ha dominati finora - di destra o di sinistra poco importa - ci ha insegnato che la nostra solo unItalietta, scoraggiandoci, per dirla con Fumaroli, dallesser noi stessi. Non forse tempo di concederci una nuova ipotesi?



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