BELPAESE LE PAURE DEGLI STRANIERI Turismo, una ricchezza ferma Valerio Castronovo 22-07-2008 IL SOLE 24 ORE
L'annuncio del Governo che è stata superata l'"emergenza rifiuti" a Napoli dovrebbe chiudere una brutta pagina per l'immagine dell'Italia, infangata dallo spettacolo dei cumuli d'immondizia reso di pubblico dominio dai giornali e dalle televisioni di mezzo mondo. C'è adesso da augurarsi che la fine di questo sconcio valga anche a salvare quel che resta della stagione turistica. Peraltro, già da tempo, prim'ancora dello sfregio e dei danni provocati dal disastro della spazzatura non solo a scapito della città partenopea, le quotazioni della nostra industria turistica risultavano in ribasso. E ciò per tanti motivi, la cui origine va ravvisata innanzitutto in una pigrizia mentale altrettanto pervicace che deleteria. Abbiamo continuato infatti a cullarci nell'illusione che i fasti del "Belpaese" ereditati dal passato fossero di per sé una garanzia destinata a sopravvivere infinitamente. Ma se già negli anni Cinquanta del secolo scorso numerosi erano i peccati d'omissione commessi nella tutela dell'ambiente, la classe politica s'era impegnata almeno a far tesoro delle attrattive della Penisola, del suo imponente patrimonio archeologico e artistico, e di una moltitudine di borghi ricchi di pregevoli chiese e palazzi, dimore patrizie, feste e tradizioni popolari. Nell'ambito del Piano decennale per lo sviluppo economico, tracciato nel 1954 dal ministro delle Finanze Ezio Vanoni, l'industria turistica figurava infatti tra le attività da incentivare, in quanto avrebbe contribuito alla crescita del reddito nazionale e al saldo della bilancia dei pagamenti. Anche per questo, oltre che per incrementare i traffici commerciali fra Nord e Sud, era stato varato nel maggio 1955 il vasto piano di costruzioni autostradali (a cominciare da quella del Sole, fra Milano e Napoli), e, di concerto, il progetto per il traforo stradale del Monte Bianco. Quanta attenzione si prestasse a una risorsa come il turismo, risultava non solo dai numerosi convegni di studio in proposito indetti nel decennio successivo, ma anche dal fatto che essa veniva considerata, nei documenti della programmazione economica, uno dei volani per l'evoluzione del Mezzogiorno. La crisi energetica e la stagflazione degli anni Settanta rimandarono a tempi più propizi le iniziative in cantiere per la realizzazione di nuovi impianti e itinerari, ma esse tornarono in auge subito dopo. Del resto, l'importanza dell'industria turistica per l'economia nazionale era attestata da un gettito in valuta straniera, assicurato dagli ospiti stranieri, pari a quasi un terzo del fatturato complessivo. E se i tedeschi continuavano a primeggiare nelle classifiche degli arrivi e delle giornate di presenza (seguiti da austriaci, inglesi, francesi, svizzeri e statunitensi), era andato aumentando sensibilmente quello di belgi e olandesi, mentre avevano cominciato ad affacciarsi i giapponesi. Le cose vennero cambiando dalla metà degli anni Novanta. L'Italia vantava pur sempre il primato nel mondo per i suoi reperti dell'antichità classica e il suo prezioso patrimonio artistico, ma non si trovava più a competere unicamente con la Francia; avevano iniziato a farsi avanti la Spagna, la Grecia e la Jugoslavia, in coincidenza con la diffusione del turismo di massa. E, seppur crescevano di numero i visitatori stranieri, si registrava una progressiva perdita di terreno in termini percentuali nel totale del movimento turistico europeo. D'altro canto, alla presunzione di costituire pur sempre e comunque una meta ambita e ineguagliabile, per cui si riteneva che bastasse fare un po' più di pubblicità, s'erano aggiunte altre cause che avevano ridotto le potenzialità dell'industria turistica italiana: dall'eccessiva frammentazione delle strutture ricettive in una miriade di piccole e piccolissime aziende; al degrado di numerosi litorali, parchi naturali e città d'arte, vittime tanto della speculazione edilizia che dell'incuria di amministratori pubblici e di uno scarso senso civico; dall'insufficienza di una rete di tour operator accreditati all'estero, alla preminenza assunta dalle agenzie tedesche, giunte a concentrare una grossa fetta della domanda turistica dell'Europa continentale e interessate a indirizzarla verso determinate aree del Mediterraneo dove (per i loro prezzi più convenienti e minori costi degli intrattenimenti) sono andati infittendosi cospicui investimenti in esercizi alberghieri, villaggi residenziali e seconde case per le vacanze; dalla carenza di voli charter e adeguate comunicazioni per il Mezzogiorno, all'insufficiente offerta di nuove forme di svago e servizi d'animazione per una clientela più esigente di quella d'una volta; al fatto che, dopo il passaggio alle Regioni di gran parte delle competenze in materia di turismo, ai loro interventi per una valorizzazione più congeniale di siti e musei locali, non s'è accompagnata un'efficace strategia promozionale per l'insieme del repertorio culturale e artistico nazionale. Di conseguenza, per tutti questi motivi e per le crescenti spese degli italiani in viaggi e soggiorni all'estero, le entrate del turismo non rappresentano più uno dei capisaldi per l'equilibrio della nostra bilancia dei pagamenti. Oggi si è diffusa così l'impressione, a causa oltretutto dello stato comatoso dell'Alitalia, che stiamo ormai perdendo la partita con i nostri competitori. Eppure esiste la possibilità di risalire la china, se consideriamo quale enorme potenziale per la crescita del turismo rappresentino adesso, oltre alla Russia e alla Cina, vari Paesi emergenti; e quanto conti tuttora per le loro élite più colte e facoltose, insieme all'interesse per certi nostri "prodotti creativi", la conoscenza di un grande patrimonio storico e artistico come quello italiano. Sta perciò a noi gestirlo non più come si trattasse di una rendita di posizione, bensì come un autentico investimento.
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