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Tutti pronti al sacco d'Italia
Arianna Di Genova
il Manifesto, 21/1/2004

Se fino alla scorsa settimana pensavate di poter andare liberamente a dare un'occhiata al mare, presto dovrete chiedere il permesso a quel proprietario di un edificio abusivo che vi blocca l'accesso e che ora non è più un fuorilegge ma ha le carte in regola, grazie a una concessione di sanatoria che il comune gli ha regalato. Anzi, se desidera ottenere l'autorizzazione per altre opere non avrà grandi problemi: i vincoli che la legge Galasso (1985) poneva sul territorio nazionale proteggendone il 47% sono azzerati. Fino a oggi, realizzare costruzioni in quelle zone significava derogare a un vincolo esistente ma adesso le regioni, con i loro piani paesaggistici, stabiliranno quali coste, rive o boschi sono di «interesse pubblico» e quali invece no. Il soprintendente verrà consultato (ma non ascoltato) e non potrà annullare le autorizzazioni rilasciate. Quella supervilla, con tutti gli annessi, sarà un paesaggio di grande bellezza naturale al pari delle nostre coste, laghi, fiumi, monti. Il tono ironico dell'avvertimento lanciato da Legambiente alla conferenza stampa tenutasi ieri mattina in senato, non deve ingannare sulla questione: la filosofia che sottende al codice Urbani - quello approvato venerdì dal consiglio dei ministri - di fatto «alleggerisce» la tutela e restringe il suo campo così a fondo da rendere praticamente tutto alienabile. Dal governo questa procedura l'hanno chiamata una «semplificazione legislativa» e in effetti lo è: nel senso che semplifica le operazioni burocratiche necessarie alla svendita del demanio pubblico, sia esso artistico, archeologico, storico, architettonico o paesaggistico.
L'imbarbarimento, spiegano le associazioni ambientaliste (Bianchi Bandinelli, Comitato per la bellezza, Italia Nostra, Assotecnici, Legambiente, Wwf Italia, gruppo Verdi del senato) - consiste nel rovesciamento di fondo dell'assunto principale che sottendeva alla tutela: nessun bene è alienabile tranne che nei rari casi di cui riferiva la legge. Adesso c'è un cambio di ruolo: tutti i beni sono alienabili salvo eccezioni (o meglio, salvo la dimostrabilità della sua importanza, da rendere credibile in una manciata di giorni, 120 per la precisione, altrimenti scatta la scadenza capestro del «silenzio-assenso»).
Voilà, la semplificazione è fatta. La tutela è un optional da vanificare a propria discrezione e il soprintendente di turno si vede costretto a una corsa contro il tempo per non svendere tutto. Eravamo in testa all'Europa per le leggi di salvaguardia del nostro patrimonio, ora diventiamo una retroguardia pronti a una classifica grottesca di beni di serie A e serie B (che nulla hanno a che vedere con il valore di un bene per quella comunità e l'identità di quel territorio). D'altronde, il codice Urbani non è un colpo isolato; rientra in una micidiale cornice unitaria che vede il condono e la Patrimonio spa saldarsi fermamente in un disegno governativo dedito a far cassa.
La denuncia delle associazioni riguarda quindi il valore peggiorativo del codice (il ministro ha liquidato prima come «fantasiose» e «pregiudiziali» le critiche e poi si è dichiarato pronto «al dialogo su quelle propositive»). Gaetano Benedetto del Wwf spiega bene come questa legge delega finisca per codificare (doveva soltanto riorganizzare le normative) su una materia delicata saltando il parlamento. «Sul piano paesaggistico - dice - c'è un trasferimento di competenze a enti locali e regioni che in realtà avrebbero dovuto soltanto svolgere un esercizio per conto dello stato. Il codice passa da una situazione di vincoli paesaggistici, che toccava fiumi, laghi, monti, rive, mari, classificati come beni in quanto fisionomia stessa del nostro paese, a una pianificazione regionale, che mette l'ente locale in condizione di decidere quante e quali coste, o montagne, vanno protette. Certo, l'abusivismo ha operato ugualmente in questi anni ma così abbiamo uno stato rinunciatario».
Duramente colpita è poi la figura del soprintendente: non avrà più un potere di controllo ma potrà elargire pareri che però possono essere tranquillamente ignorati da comuni e regioni. E un soprintendente depotenziato, che non ha più una supervisione di garanzia, è soggetto debole, ricattabile dalla politica o da giochini elettorali del momento.
Per Italia Nostra, sono diversi i punti del codice Urbani che creano allarme: l'esportazione di un bene artistico (prima per porre un divieto era sufficiente la motivazione dell'impoverimento del patrimonio nazionale, adesso bisognerà dimostrare l'eccezionale importanza di quel reperto, oggetto, dipinto), la «facile» alienazione, la scissione di esercizio di tutela e valorizzazione del bene (che rischia così un mero sfruttamento del'immagine, come già avvertiva in tempi non sospetti Cesare Brandi). Il senatore verde Sauro Turroni insiste dunque sull'urgenza, dopo i molti errori fatti anche precedentemente dagli altri governi, di riportare la materia dei beni culturali al centro del dibattito parlamentare così da arrivare a una proposta di legge che ponga un argine a questo disastro, che riesca in sostanza a emendare le parti più perverse del codice. E Giuseppe Chiarante rincara la dose per chi non avesse ancora compreso del tutto il «varco» legislativo che si è pericolosamente aperto. «Mi pare molto significativo - spiega - che mentre nelle passate legislazioni si parlava di tutela, restauro, catalogazione e solo in ultima ipotesi di alienazione, qui si proceda in senso opposto: il primo articolo operativo di Urbani è volto a stabilire le procedure attraverso le quali si può vendere un bene culturale».




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