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in difesa dei beni culturali e ambientali

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MIBAC - II patrimonio è «liquidato»
Arianna Di Genova Marta Ragozzlno
Il Manifesto, 22 luglio 2008

Promettendo il taglio dell'Ici sulla prima casa Berlusconi ha agganciato l'umano desiderio degli italiani di fare un piccolo risparmio sulla proprietà privata. Ogni promessa è debito, ma accade che il decreto sull'esenzione dell'Ici, prontamente emanato (93/2008), deve recuperare altrove i mancati introiti derivanti dalla tassa sulla propria casa. Tremonti, a corto di fantasia, ha ribadito la sua ossessione, sedendo ancora sulla poltrona governativa: far cassa con i beni culturali e paesaggistici. Però questa volta si è spinto oltre, giungendo alla (quasi) liquidazione del ministero per i beni culturali. Perché nel triennio prossimo, si prevede un taglio del 70% delle sue risorse. Un po' per anno, disintegrando fondi per la tutela, per le missioni dei suoi funzionari, picconando le attività culturali in modo selvaggio tanto da mettere a rischio la norma costituzionale che obbliga lo stato alla salvaguardia del suo patrimonio artistico.
L'obiettivo primario è oggi difendere il privato penalizzando il patrimonio pubblico per eccellenza, il paesaggio, cancellando ad esempio i 45 milioni di euro stanziati per il «ripristino dei paesaggi degradati» dalla scorsa Finanziaria (2008). Il precedente governo, alla fine, si era interessato alla conservazione del nostro territorio e, sul filo di lana, era riuscito anche a varare una buona riforma alla legge di tutela sui beni paesaggistici.
Ma a Tremonti non basta saccheggiare quanto destinato a recuperare gli scempi edilizi (dagli ecomostri alle villettopoli passando per un degrado diffuso, spesso frutto di una pessima amministrazione locale). A copertura dei mancati introiti lei servono anche gli accantonamenti di bilancio dei beni culturali (15 milioni tra 2008 e 2010) e, in prospettiva, altri 90 milioni, che confluiranno nel «fondo per interventi strutturali di politica economica».
Salvatore Settis, presidente del Consiglio nazionale dei beni culturali, ne scriveva preoccupato all'inizio di luglio. Alle sue parole è seguita una ridda di polemiche che, pur non contestando gli allarmanti dati dei tagli, hanno gettato solo fumo sulle legittime preoccupazioni.
La stretta sui beni culturali non si limita, infatti, alle già sostanziose «cancellazioni» neces-sarie per rimpolpare le casse rimaste senza lei. A queste prime decurtazioni si aggiungono quelle contenute nel decreto legge 112/2008, con le sue «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitivita, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria» che sta per essere trasformato in legge.
Sono questi, in sintesi, i numeri che portano alla liquidazione stessa del ministero di Bondi: 228 nel 2009, 240 nel 2010 e 423 nel 2011. E gran parte del «sacrificio» converge proprio sulla tutela (per esempio, 198 milioni su 228 nel 2009 e così via, a crescere, negli anni seguenti).
112 deve comunque essere un numero che porta fortuna a Tremonti: anche il decreto sulla Patrimonio Spa portava lo stesso numero. Era l'estate del 2002, e allora si trattava di far cassa sdemanializzando e alienando i beni pubblici: la riforma del codice dei beni culturali, varata lo scorso marzo dal governo Prodi, ha permesso di arginare i rischi di dismissione del patrimonio, rendendo molto più difficile alienare i beni pubblici.
Il decreto di questa nuova estate «calda» taglierebbe circa un miliardo nel prossimo triennio. Più di 700 milioni verrebbero sottratti alla tutela del patrimonio culturale. E l'eco dell'insana manovra di Tremonti già si fa sentire, prima ancora dell'entrata in vigore. I tagli (virtuali?) già ricadono, infatti, sulla vita quotidiana delle soprintendenze, l'ultimo anello, il più importante, della catena dell'amministrazione statale dei beni culturali. Un anello non trascurabile perché esercita la tutela diretta sul territorio e quindi, dovrebbe curare la conservazione e i restauri di tutti i beni, vigilare sul paesaggio e tenere aperti i musei nazionali e i siti archeologici.
Molti soprintendenti sì vedono costretti a bloccare le missioni, mentre i direttori regionali hanno ricevuto la richiesta di interrompere tutti gli appalti, in attesa di una fantomatica ricognizione dei lavori. Gli uffici sono alla paralisi, l'attività quotidiana rischia di azzerarsi. È il panico, stato d'animo che può generare soltanto il deterioramento progressivo del patrimonio, per ovvia e ineludibile carenza di tutela.
D rischio è che la salvaguardia del patrimonio si affidi alle regioni (molte delle quali non hanno mai difeso il paesaggio dall'aggressione dell'abusivismo, diventando compiici dei «palazzinari). Ci sono regioni che già si stanno facendo avanti, cantando vittoria... La Lombardia è tra le prime, mossa lungimirante.



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