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La Galleria della discordia
Costanzo Costantini
Il Messaggero – Roma, 13/01/2004

Se non interverranno in ex-tremis il ministro per i Beni e le Attività Culturali o il ministro delle infrastrutture e Trasporti, rispettivamente Giuliano Urbani e Pietro Lunardi. quello che è stato definito "lo scempio" sarà un fatto, o un misfatto, compiuto. In che cosa consiste lo "scempio"? Nella demolizione della parte più recente della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, demolizione voluta dalla Sovrintendenza di Alessandra Pinto ad onta dell'opposizione crescente della maggior parte degli architetti romani, nonché di urbanisti, storici dell'arte, docenti universitari, accademici dei Lincei, dirigenti sindacali, esponenti di Italia Nostra, funzionari del ministero per i Beni e le Attività Culturali (fra gli architetti, Renato Nicolini, Giorgio Muratore, Laura De Lorenzo, Paolo Portoghesi. Franco Purini. Donatella Scatena, Laura Thermes, Benedetto Todaro, Roberto Palumbo. Luana Contu e Stefano Brana, ai quali va aggiunto l'ingegnere Gianfranco Cosenza). I lavori di demolizione dovrebbero avere inizio il prossimo febbraio. Nel frattempo si arroventa la polemica. Uno scontro frontale, senza esclusione di colpe, come direbbe Mino Maccari. Un po' di storia. L'edificio che ospita la Galleria Nazionale d'Arte Moderna viene costruito nel 1911 e raddoppiato nel 1933 su progetto dell'architetto ingegnere Cesare Bazzani (1837-1939). Nella seconda metà degli anni Cinquanta la sovrintendente Palma Bucarelli pensa di ampliarlo. Nel 1960 invita a Roma addirittura Walter Gropius. ma la burocrazia e così lenta che nel frattempo il mitico maestro dell'architettura, fondatore del Bauhaus, muore (1969). Gli succede Luigi Cosenza, uno dei massimi architetti razionalisti italiani, ma anche lui, più o meno per le stesse ragioni, ossia la lentezza della burocrazia, muore (1984) prima di realizzare integralmente il suo progetto, le cui prime strutture sono agibili soltanto nel 1987. Nel 1988 il figlio Gianfranco e l'architetto Costantino Dardi lo ampliano e lo stesso anno la sovrintendente Augusta Monferini lo inaugura con una mostra dello stesso Luigi Cosenza, Perilli e Novelli, cui seguono mostre di Dubuffet, Sironi, Carrà, Pistoletto, Mauri e altri. Tutto procede per il meglio, con grande successo. Ma nel 1995 alla Monferini subentra la Pinto, la quale preferisce usare quelle sale per depositi delle opere dell'Ottocento, finché non concepisce l'idea di ampliare ulteriormente il Museo. Nel '99 bandisce un concorso. Il bando dice che il nuovo intervento mira «a concludere la vicenda dell'ampliamento progettato da Cosenza, valorizzando gli aspetti ancora attuali del disegno originario», ma degli otto progetti selezionati, la giuria, presieduta dalla sovrintendente, sceglie proprio quello- il progetto dello Studio svizzero Diener & Diener - che ne prevede la totale demolizione. Una provocazione, un affronto insopportabile per gli ammiratori di Cosenza, i quali ricordano quanto aveva scritto nel 1988 Giulio Carlo Argan: «L'ampliamento Cosenza è un progetto bellissimo, destinato a diventare un centro di propulsione culturale della capitale». Le posizioni sono inconciliabili. Dice la Pinto: «Per rispettare il progetto originale di Cosenza si dovrebbe abbattere quasi per intero l'attuale costruzione e riedificarla. Ciò che è stato realizzato sinora tradisce l'idea di Cosenza in modo storicamente ed esteticamente intollerabile». Dice Renato Nicolini: «L'intervento di Cosenza rappresenta come meglio non si sarebbe potuto fare il clima felice degli anni Sessanta-Settanta, quando Roma era più di oggi una città internazionale e Tadeusz Kantor veniva proprio alla galleria Nazionale a mettere in scena la propria Gallinella acquatica da Witckiewicz». Dice la Pinto: «Il progetto Diener ottimizza le richieste della museologia attuale col raddoppio della superficie espositiva: da 2.500 si passa a 5.000. C'è un "salto" delle capacità funzionali: il progetto offre due suite, la prima può ospitare fino a 24 configurazioni diverse, mentre la seconda contiene 20 ambienti per le collezioni di studio e un gabinetto di grafica».
Dice Paolo Portoghesi: «Si premia un progetto come quello Diener che, con becera volgarità, si attacca all'edificio preesistente con la logica dell'abusivismo. E' facile immaginare cosa direbbe Argan di questa svolta culturale per la quale si cancella la stessa ragion d'essere della storia dell'arte. A mio avviso, la questione coinvolge anche la magistratura e la Corte dei Conti».
Il nuovo progetto richiede l'importo complessivo di 34,5 milioni di euro, esclusa la parcella Diener&Diener. Gli avversari del progetto fanno notare che una buona parte di questi miliardi verrebbe spesa per demolire e non per costruire e che oggi come oggi i funzionari della Galleria non dispongono nemmeno della carta per fare le fotocopie. Gianfranco Cosenza si riserva di citare per danni la Sovrintendenza, mentre il Comitato degli oppositori si accinge a chiedere l'intervento della Corte dei Conti.



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