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CAMPANIA - cause della minore crescita
Massimo Lo Cicero
17/06/2008 IL MATTINO




Le cause - di questa minore crescita campana - non sono interamente riconducibili ad una crescita complessiva dell'Italia significativamente inferiore alla media dell'Unione Europea. Le cause del ritardo accumulato dalla nostra regione sono due: una crescita bassa della produttivit e una ridotta dimensione dell'occupazione rispetto alla dimensione della popolazione esistente. Poche persone, che lavorano meno efficientemente di quanto potrebbero, generano una crescita del prodotto inferiore a quella degli altri paesi con cui si devono confrontare. Tra il 1995 ed il 2005 la crescita del valore aggiunto per occupato nell'industria campana, a prezzi correnti ed a parit di potere di acquisto, stata meno di un quinto di quella delle altre regioni europee in ritardo di sviluppo. Mentre la struttura industriale troppo frammentata, la dimensione media degli impianti pari a meno di due terzi di quella europea e il numero di imprese, con almeno duecento addetti, inferiore alle 50 unit. Esse rappresentano solo l'uno per mille del totale. In Spagna sono il 4 per mille ed in Germania il 15 per mille: un paramento pari a quindici volte quello della Campania. L'industria una parte ridotta, ma importante, del sistema economico ed troppo frammentata. Il commercio, in presenza di consumi deboli, in ragione delle ridotte dimensione del reddito pro capite, si riorganizza verso il modello della grande distribuzione che, comunque, assai meno presente che nelle altre regioni meridionali. Il turismo si ferma al 2,6% del mercato mediterraneo: un dato inferiore di un terzo a quello delle regioni costiere della Spagna, pari alla met rispetto a quello delle isole greche. Fatto 100 il reddito procapite dell'Unione Europea, prima dell'allargamento, solo con 15 paesi, tra i pi forti economicamente, quello della Campania era quota 66 nel 1995. Dieci anni dopo siamo a quota 59. La media delle regioni deboli europee era 70 nel 1995, e noi eravamo di poco sotto la media. Ora a quota 75, e noi siamo molto sotto la media. Una vera debacle. Scrive inoltre la banca centrale che, negli ultimi due anni, mentre rallentava il nostro tenue tasso di crescita, aumentavano i tassi di interesse e rallentava l'offerta di credito. Mentre non procedeva la spesa dei fondi europei. Per i quali, al dicembre del 2007, risultavano ancora da spendere quasi due miliardi di euro (1,8). Siamo uneconomia che rallenta, debole sotto il profilo della struttura industriale e della partecipazione al mercato del lavoro, e sulla quale intervengono una politica monetaria deflattiva ed una spesa pubblica, deflazionata dal governo locale, ma che rappresenterebbe, per gli investimenti finanziati dai fondi europei, la vera molla della crescita. Ecco un capolavoro di prociclicit negativa: come aiutare il rallentamento e non lo sviluppo. Il paradosso finale si compie quando, nel rapporto di Banca d'Italia, si leggono i tre settori in cui massimo il ritardo nell'impiego dei fondi europei. In ordine di importanza: beni culturali e turismo; smaltimento rifiuti; recupero e sviluppo urbano. Complessivamente le tre voci rappresentano la met dei quasi due miliardi di euro non ancora utilizzati. Ma anche la summa dei nostri problemi pi gravi. Molto interessante l'analisi della spesa sanitaria, che non finanziata da fondi europei, ma rappresenta un deficit di equit ed efficienza piuttosto che di crescita. Che dire? Parlano i numeri. Le cronache dei giorni scorsi raccontano della scelta dell'onorevole Isaia Sales di lasciare il suo incarico di consigliere economico del presidente sull'impiego dei fondi europei e di tensioni, tra gli assessori regionali, in materia di politica economica. Se la tensione ed il ricambio ribaltassero i risultati di questo mediocre bilancio sarebbe anche utile.




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